Carlo Goldoni
Arcifanfano re dei matti

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Precedente

Successivo

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

ATTO PRIMO

 

SCENA PRIMA

 

Campagna deliziosa con collina amena in prospetto, adornata di vari alberetti; e da un lato veduta della Città, con porta che introduce nella medema.

 

Arcifanfano sotto un trono capriccioso. Due Pazzi, suoi ministri, al tavolino scrivendo; ed altri Pazzi serventi.

 

Tutti gli altri sei Pazzi, uomini e donne, stanno sedendo, sparsi per la collina sotto gli alberetti; e due Pazzi stanno a' piedi della collina, ascoltando quello che loro dicono.

 

Li sei Pazzi cantano come segue:

 

a due

Vogliamo l'Arcifanfano

Signor della città.

Veniam per esser sudditi

Noi pur di sua Maestà.

GLOR.

} a due

Andate, andate subito,

E poi tornate qua.

FUR.

TUTTI

Vogliamo l'Arcifanfano

Signor della città.

 

I due Pazzi partono dalla collina, e vengono al trono dell'Arcifanfano; s'inchinano,

e gli parlano piano.

 

ARC.

Dunque sono sei pazzi

Che voglion diventar sudditi nostri?

Vengano pur, ma acciò scoprir io possa

Come l'intenda la lor mente stolta,

Fateli a me venire uno alla volta.

(i due Servi s'avviano verso la collina)

E voi, pazzi ministri,

Che i nomi registrate

Dei sudditi del mio famoso impero,

Provvedetevi pur di carta assai,

Perché crescono i pazzi più che mai.

 

Li sei Pazzi nel ricevere la risposta dei Servi cantano:

 

E a due

Evviva l'Arcifanfano,

Signor della città.

Saremo tutti sudditi

Noi pur di sua Maestà.

GLOR.

} a due

Andiamo, andiamo subito

Che già ci accoglierà.

FUR.

TUTTI

Evviva l'Arcifanfano

Signor della città.

 

Furibondo s'alza, e viene abbasso con i Servi, e si accosta al trono.

 

ARC.

Olà: chi siete voi?

FUR.

Mi chiamo Furibondo,

E fo col mio valor tremar il mondo.

ARC.

Qual è il vostro mestier?

FUR.

Fo professione

Di farmi rispettar dalle persone.

Chi mi zappa sui piedi

Mortifico e strapazzo,

Sfido, bastono, ammazzo;

Son pieno di coraggio, e valoroso.

ARC.

Bravo, signor Furioso !

Anch'io, quando mi vien la mosca al naso,

Precipito, fracasso,

Meno, taglio, conquasso,

E non son di quei matti

Ch'hanno molte parole e pochi fatti.

V'accetto nel mio regno, e poiché siete

Un uom così bravone,

Vi fo del regno mio guardaportone.

FUR.

Accetto il grande impegno, e se qualcuno

Mi vorrà dar una guardata storta,

Fracasserò, se occorre, anco la porta.

ARC.

Ma, signor Furibondo,

Signor terror del mondo,

Perché siete venuto in questo regno?

FUR.

Qui m'ha fatto venir l'ira e lo sdegno.

Non potevo soffrire

Vedermi preferire

In cariche d'onore

Gente perfida e vil, senza rossore.

I torti e le ingiustizie

M'han fatto delirare, e son venuto

A pregar l'Arcifanfano signore

Dar gloria al mio valore,

Acciò il mondo non cada

Sotto la formidabile mia spada.

 

Con un colpo di terza e di quarta

Ho una spada che tronca, che squarta,

E fa tutti col lampo tremar.

Comandate, e vedrete chi sono:

Sarò turbine, fulmine e tuono;

Saprò farmi da tutti stimar.

 

(parte, ed entra nella porta della Città, accompagnato dai Servi che poi ritornano)

 

ARC.

Quest'è un pazzo infelice e sfortunato,

Perché è da tutti odiato.

Anch'io fingo bravura,

Ma son dell'opinione

Che sia meglio negozio esser poltrone.

 

Frattanto scende Madama Gloriosa, servita da due Servi, e va al trono.

 

GLOR.

Siete voi l'Arcifanfano?

ARC.

Son io.

Inchinatevi tosto al trono mio.

GLOR.

Una donna mia pari non s'inchina.

ARC.

Siete qualche regina?

GLOR.

Sì, signore.

ARC.

Perdonate l'errore. (scende)

Ditemi: di qual trono?

GLOR.

Io delle belle la regina sono.

ARC.

Questo è un regno soggetto a molti danni,

E suol durar al più sin a trent'anni.

GLOR.

Le trentatré bellezze

In donna ricercate,

In me perfezionate

Son tutte ad una ad una:

Di trentatrè non me ne manca alcuna.

ARC.

In quanto a questo poi,

Son più bello di lei:

Sono le mie bellezze trentasei.

GLOR.

Come il mio viso è bello,

È vago il mio cervello.

In ogni mia struttura

Un miracolo son della natura.

ARC.

Or fortunato in vero

Renderassi de' pazzi il vasto impero.

Ma per che causa mai,

Signora sostenuta,

Siete voi qui venuta?

GLOR.

Perché il mondo

Non è degno di me, perché nessuno

Conosce il merto mio,

Perché non sono io

Dalla gente malnata

Quanto basta servita e rispettata.

ARC.

Eppure il mondo è pieno

Di gente pazza, per costume avvezza

A incensar delle donne la bellezza.

GLOR.

Ma io che di beltà m'appello il nume,

Voglio esser adorata oltre il costume.

Però a voi, Arcifanfano,

Vengo e mi raccomando

Acciò un vostro comando

Faccia che in questo regno,

Ripien di strani umori,

Tutti sian del mio viso adoratori.

ARC.

Andate, andate pure,

Che se non fosser pazzi

I miei sudditi eroi;

A farli pazzi bastereste voi.

GLOR.

Pazzo può dirsi quello

Che non conosce e non apprezza il bello.

 

Bel labbro, bel viso

Può dire, può far :

Col vezzo, col riso,

Vuò farmi adorar.

Qual sol che d'intorno

Fa splendido il giorno,

Faran questo regno

Mie luci brillar.

(parte per la porta della Città, servita ecc.)

 

ARC.

Se tutte qua venissero

Quelle donne che sono

Pazze per vanità, come costei,

Empirebbero presto i stati miei.

 

Sordidone scende dalla collina con un scrigno sotto il braccio, servito al solito.

 

SORD.

Andate, andate via;

Non voglio che sentite,

Non voglio che vedete,

Perché alla ciera due bricconi siete. (alli due Servi che si ritirano)

ARC.

Chi siete, galantuomo?

SORD.

Io son un pover'uomo

Che ho sempre faticato,

Sempre poco ho mangiato,

Pochissimo ho bevuto e mal dormito,

E son andato sempre mal vestito.

ARC.

Poverino! perché?

SORD.

 

 

 

Per avanzarmi

Un poco di denaro.

Benedetto denar, mi sei pur caro!

 

ARC.

Ehi! ne avete voi molto?

SORD.

Io non vorrei

Che alcuno mi sentisse. Eccolo qui,

Eccolo il mio tesoro:

Quattro mille filippi in doppie d'oro.

ARC.

Zitto, che non si sappia.

Ditemi in confidenza: quel denaro

L'avete guadagnato,

O l'avete rubato?

SORD.

Vi dirò.

Ho fatto delle usure;

Ho prestato denar col pegno in mano.

Se ho trovato il baggiano,

Con la mia borsa ad aiutarlo intenta,

Ho principiato a numerar dal trenta;

E m'hanno sopratutto profittato

Sedici soldi al mese per ducato.

ARC.

Vossignoria perdoni:

Qui si accettano pazzi, e non bricconi.

SORD.

Purtroppo con strapazzo

Mi dice il mondo pazzo,

Perché in tasca il denaro m'ho tenuto,

E un momento di ben non ho goduto.

Ma il mio ben, il mio core,

È questo, è questo solo, (accenna il cassettino)

E guardar il denaro io mi consolo.

ARC.

Ma che volete far di quell'intrico?

Io non ne sono amico.

Sapete pur che i pazzi

Hanno con le monete antipatia,

quand'hanno denar, lo gettan via.

SORD.

Per questo son venuto

A ricorrer da voi. Nel mio paese

Non mi posso salvar. Perché si sa

Che ho un poco di denaro,

Ciascun mi vien d'intorno,

Né mi lasciano star nottegiorno.

Questo un laccio mi tende,

Quello al varco m'attende,

Ognun mi va facendo il bello, il caro,

Per rubarmi di tasca il mio denaro.

Qui, dove di denar non si fa caso,

Sono almen persuaso

Che senza insidiatori

Potrò in pace goder i miei tesori

ARC.

Date a me quel denaro.

Io lo custodirò;

E quando lo vorrete,

Sempre nelle mie man voi lo vedrete.

SORD.

Ma signor...

ARC.

Diffidate?

Di vivere fra noi non siete degno,

E vi farò cacciar fuor del mio regno.

SORD.

Ma sarà poi sicuro?

ARC.

Sicurissimo:

Giuro da re de' pazzi arcipazzissimo.

SORD.

Quand'è così, tenete. (gli il cassettino)

Oimè, oimè!

ARC.

Che avete?

SORD.

Mi vien un gran sudore.

Ahi, che vi lascio nello scrigno il core!

ARC.

Andate, andate dentro

Della città felice. Io vi destino,

Per secondar il vostro bell'umore,

Economo de' pazzi e spenditore.

SORD.

Anderò... Ma non so... Vi raccomando

Il mio povero cor.

ARC.

Il vostro core,

Ditemi, ovriposto?

SORD.

Dentro quel cassettino io l'ho nascosto.

 

Il mio core, poverino,

Che sta nel cassettino,

Mi trattiene, a sé mi chiama;

E il mio fegato che l'ama,

Senza il core non può star.

Anco l'ale dei polmoni

Voglion dir le sue ragioni;

E i budelli, poverelli,

Fanno in corpo del rumore,

Perché il core von cercar. (parte coi Servi)

ARC.

Quello di tutti i pazzi è il maggior pazzo

Che fa di sé strapazzo.

L'avaro è un animale

Che a nessuno fa bene, e a sé fa male.

Io parlo qualche volta

Che pazzo non rassembro, ma è dovere

Che il re de' pazzi nella mente stolta

Dei lucidi intervalli abbia talvolta.

 

Scende dalla collina Malgoverno, Pazzo prodigo.

 

MALG.

Arcifanfano, io sono

Malgoverno chiamato

Perché il mio patrimonio ho consumato.

Io stavo allegramente

Senza pensare a niente;

Ora ho finito il tutto,

E se prima era bello, ora son brutto.

ARC.

Evviva, non importa.

Almeno avrete fatti degli amici

Che si ricorderan dei felici.

MALG.

Gli amici son finiti,

Se finito è il denaro. Anco le donne,

Che facevan di me le innamorate,

Or che non ho denar si son cambiate.

ARC.

Ora sì, siete degno

Di venir nel mio regno.

MALG.

A qual motivo?

ARC.

Perché, se voi credeste

Delle femmine al cor bugiardo e scaltro,

Siete pazzo, pazzissimo senz'altro.

MALG.

Ora che ho terminato d'impazzire,

Tutti gli altri son savi, e non ritrovo

Chi si ricordi più, per cortesia,

Che ha fomentato un la mia pazzia.

Disperato ora sono:

Eccomi al vostro trono.

Spero si moverà

Qualche pazzo di me forse a pietà.

ARC.

Non sarei re de' pazzi,

Se a pietate di voi non mi movessi.

Ecco denar: tenete,

Consumate, spendete.

Perché voi siete il capo dei balordi,

Vi fo mastro de' chiassi e de' bagordi.

MALG.

Grazie a vostra Maestà. Tenete, amici, ( denari ai Servi)

Finché ve n'è, godete.

Quando poi non ne avremo,

Baroni come prima torneremo.

 

Il denaro è tondo tondo

Corre presto e se ne va.

Il piacer più bel del mondo

Il denaro ognor sarà.

(parte dando denari ai Servi, e va in Città con lo scrigno)

 

ARC.

Ecco il fin del denaro

Che accumula con stenti il pazzo avaro.

 

Scende dalla collina Madama Semplicina coi Servi.

 

ARC.

Che vaga pazzarella!

Com'è graziosa e bella!

Con questa, in fede mia,

Il regno spartirei della pazzia.

SEM.

Via, via con quelle mani;

Andatemi lontani. (ai Servi)

ARC.

Cos'avete,

Pazzarella gentil, che irata siete?

SEM.

Fuggo dal mio paese

Perché non voglio che nessun mi tocchi;

E mi voglion toccar quei pazzi alocchi.

ARC.

Via di ! Poverina,

Chi siete voi?

SEM.

Madama Semplicina.

ARC.

Fanciulla, o maritata?

SEM.

Oibò, che dite?

Io maritata? Io? Come? Se mai

Un uomo nella faccia non mirai?

ARC.

Perché così ritrosa?

SEM.

Perché sono un tantino vergognosa.

ARC.

Voi siete fatta come il genio mio,

Perché son molto vergognoso anch'io.

SEM.

Eh, gli uomini son tutti

Furbacchioni e cattivi.

ARC.

Come il sapete voi?

SEM.

Già li ho provati.

ARC.

Se in faccia non li avete mai mirati!

SEM.

Le fanciulle modeste

Non alzano mai gli occhi.

ARC.

Dite bene.

Guardarsi non sta bene.

Si può ben dire qualche parolina.

SEM.

Quando sia modestina.

ARC.

Si può toccar la man con pudicizia.

SEM.

Quando la cosa sia senza malizia.

ARC.

Ho imparato a trattare

Senza malizia alcuna,

Dopo aver visto il Mondo della Luna.

SEM.

Signor, io son venuta

A ricorrer da voi. Gli uomini arditi

Non lascian d'insultarmi,

E oramai non so più dove salvarmi.

ARC.

Avete padre e madre?

SEM.

Signor sì.

ARC.

Perché non vi maritano?

SEM.

Dirò:

Perché non vonno i genitori miei

Dar per marito a me quel ch'io vorrei.

ARC.

Siete voi innamorata?

SEM.

Sì, signore.

ARC.

È bello il vostro amante?

SEM.

Non lo so,

Perché in viso mirato mai non l'ho.

ARC.

Oh veramente degna

Di star fra queste pazze fortunate,

Poiché senza veder v'innamorate!

SEM.

Mi raccomando a vostra Maestà;

Arrossisco, signor, se sto più qua.

ARC.

Andate, e non temete,

Che toccata dai pazzi non sarete.

Ma prima, Semplicina,

Datemi un'occhiatina.

SEM.

Oh cosa dite!

ARC.

Non fate verun mal guardando me,

Perch'io son alla fin de' pazzi il re.

SEM.

Nol farò mai, se non allora quando

M'obbligasse di farlo un suo comando.

ARC.

Olà, donna, ascoltatemi :

Alzate le pupille, e poi miratemi.

 

SEM.

Vi miro fiso fiso,

vedo in quel bel viso

Quell'occhio che sta ,

Che mi ferisce qui;

E amor da quella bocca

Qua una saetta scocca.

Quel ciglio... ve lo dico?

Mi fate vergognar.

Non ho mirato mai

D'un uomo i vaghi rai,

non li vuò mirar. (parte coi Servi in Città)

 

ARC.

Questa è quella pazzia

Chiamata ritrosia,

La quale a poco a poco

Col gel principia, e termina col foco.

 

 

Madama Garbata con i Servi, dalla collina.

 

GARB.

Animo, buona gente,

Che si stia allegramente.

Arcifanfano mio, signor dei pazzi,

Io vengo per goder spassi e sollazzi.

ARC.

Brava! così mi piace.

Evviva l'allegria;

Vada in malora la malinconia.

GARB.

Mi conoscete voi?

ARC.

Signora no.

GARB.

Chi son, ve lo dirò.

Son madama Garbata:

D'allegrezza impastata.

Non vuò parlar di guai:

Non ci ho pensato, e non ci penso mai.

ARC.

Oh che bizzarro umor!

GARB.

Sia guerra o pace,

Sia pioggia o sol, sia tempo triste o buono,

Sempre la stessa io sono.

Perisca tutto il mondo,

Caschi la casa anch'essa,

Sempre sarò la stessa.

Amanti o non amanti, non m'importa:

Drizzatemi la scuffia, che l'ho storta.

ARC.

Oh mille volte degna

Del gran regno de' pazzi! In fede mia,

Il ristoro de' pazzi è l'allegria.

GARB.

Io son fuggita dalla mia città,

Perché gli uomini

Vogliono far i savi,

E con i grilli suoi

Sono pazzi tre volte più di noi.

Fan talora un festino, e sul più bello

Prendono gelosia,

E si cambia in dispetti l'allegria.

Saranno a qualche cena

Accanto alla sua bella,

E invece di mangiare

Si sente sospirare.

Giocano col penin sotto la tavola,

E s'ella non risponde,

L'amante si confonde,

D'amor, di gelosia, di rabbia pieno;

Spende il denaro, e poi mangia veleno.

ARC.

Oh che pazzi, oh che pazzi! Io di costoro

Esser re non vorrei.

Sono pazzi assai meno i pazzi miei.

GARB.

Io voglio star allegra

Senza sentir sospiri e battitori.

Però son qui venuta

Da vostra Maestà,

Che il cielo vi conservi in sanità.

ARC.

Andate, andate dentro, e ci vedremo;

In pace goderemo.

Faremo i nostri patti!

Staremo allegramente.

GARB.

Evviva i matti!

 

Vuò star allegramente;

Vuò prendermi sollazzo;

Fo bene a far così?

V'è chi mi dice sì,

V'è chi risponde no.

O l'uno o l'altro è pazzo,

O siamo pazzi in tre.

Il mondo è tanto bello

Perché di vari umori.

Vuò fare tutto quello

Che pare e piace a me. (parte coi Servi verso la Città)

ARC.

Or sì posso chiamarmi

De' pazzi il gran monarca,

Perché la monarchia de' pazzi è carca.

Oggi ho fatto l'acquisto

Di sei varie persone

Con diversa opinione o fantasia,

Con diverso costume o sia pazzia.

 

Il pazzo furioso

Vuol tutti ammazzar.

La pazza superba

Vuol farsi adorar.

Il povero avaro

Ha il cor nel denaro.

Il prodigo in fretta

Lo spende, lo getta.

La semplice è pazza

Per finta bontà.

L'allegra svolazza,

Pensieri non ha.

E vivano i matti!

Lan la ra, la, la. (parte)

 

 

 


Precedente

Successivo

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA1) - Some rights reserved by Èulogos SpA - 1996-2009. Content in this page is licensed under a Creative Commons License