Carlo Goldoni
Aristide

SCENA SECONDA

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SCENA SECONDA

 

Xerse e detto.

 

XER.

Se il bel volto d'Arsinoe io mi rammento,

Ardo d'amor. Ma se sovvienmi ch'ella

Moglie è di quel per cui vacilla il regno,

S'accende nel mio cor l'ira e lo sdegno.

Che farò? Sì, risolvo

Bearmi in lei pria che tramonti il giorno;

Ma vuò che il regio affetto

A me sia di piacere, a lei di scorno.

Carino.

CAR.

Signor sire,

Che comanda da me?

XER.

Tu questo foglio

Reca ad Arsinoe.

CAR.

Oibò.

XER.

Come?

CAR.

Non voglio

Che mi venghi sul dorso un qualche imbroglio.

XER.

Prendilo, temerario. Io vuò che tosto

Ad Arsinoe lo porte,

O incontrerai nel mio furor la morte.

CAR.

(Carino meschinello,

Ora sei fra l'incudine e il martello). (a parte)

XER.

Risolviti, se no...

CAR.

Signor, lo prendo.

Di già far il mezzano

È l'uso familiar del cortigiano.

XER.

Alla donna superba

Dirai, che se sottrarsi

Pensa dal mio volere, invan lo spera,

Ch'io son re vincitor, lei prigioniera.

 

Dille ch'io sono amante,

Ma che son vincitor;

Che adoro il suo sembiante,

Ma tema il mio furor;

Che posso, e voglio.

Dille che a mia grandezza

Sua femminil fierezza

È lieve scoglio. (parte)

 

 

 


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