Carlo Goldoni
L'avaro

ATTO SOLO

Scena Nona. Don Ambrogio, poi il Cavaliere

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Scena Nona. Don Ambrogio, poi il Cavaliere

 

AMB. La riverisco divotamente. Restituire? Me ne rido. Ho il mio procuratore, che è fatto apposta per tirar innanzi. Egli s'impegna di mantenere la lite in piedi, se occorre, dieci anni almeno, e in dieci anni posso morir io, e può morire la nuora. Per altro non ho piacere che si sparga per il paese, che io procuro che non si mariti per non restituire la dote. Da qui avanti mi regolerò un po' meglio, troverò degli altri pretesti, e cercherò di sottrarmi con pulizia, con destrezza.

CAV. (ilare sempre) Servitore del mio carissimo Don Ambrogio.

AMB. Padrone mio, signor Cavaliere garbato.

CAV. Venite sempre più giovane. Mi consolo, quando vi vedo.

AMB. Oh, quanto anch'io mi rallegro in vedervi! gioventù benedetta!

CAV. Perché non venite a favorirmi, a bevere la cioccolata da me?

AMB. Vi voglio venire.

CAV. E a pranzo ancora.

AMB. E a pranzo ancora.

CAV. (da sé) (Lo conosco, conviene allettarlo.)

AMB. (da sé) (So quel che vuole. Non mi corbella.)

CAV. Oh, quanto mi è rincresciuta la morte di vostro figlio!

AMB. Obbligato; non parliamo di melanconie.

CAV. Parliamo di cose allegre. Quando vi rimaritate?

AMB. Non sono fuori del caso.

CAV. Animo, da bravo: ho un'occasione per voi la più bella del mondo. Eh! ci sono de' quattrini non pochi.

AMB. Oh, io poi, se mi maritassi, la vorrei senza dote.

CAV. Bravissimo: sono anch'io della stessa opinione. Se mi marito, non voglio niente. Le mogli che portano del danaro, pretendono comandare. No, no; soddisfare il genio, e non altro; una donna che piaccia, e non si cerchi di più.

AMB. (da sé) (Se dicesse da vero? ma non me ne fido.)

CAV. Quel che volete fare, fatelo presto. Liberatevi dall'impiccio di vostra nuora, e conducetevi a casa un pezzo di giovinotta, che vi rimetta il figliuolo che avete perduto, e che vi faccia essere contento nella vecchiaia.

AMB. Oh, se lo voglio fare! Lasciate che mi liberi della nuora.

CAV. Perché non fate che si mariti?

AMB. Se capitasse un'occasione a proposito.

CAV. Per esempio, chi credereste voi che le convenisse?

AMB. Io so com'è fatta quella povera donna; ha il più bel cuore di questo mondo. Ella avrebbe bisogno di uno, che se ne innamorasse, e che veramente le volesse bene di cuore. Al giorno d'oggi non si trovano i partiti che di due sorte: o discoli, o interessati; e tutti principiano dalla dote; è una miseria per una giovine che ha qualche merito, sentirsi chiedere per la dote.

CAV. Questo è quello ch'io vi diceva poc'anzi. Se mi marito, non voglio dote.

AMB. Voi siete un cavaliere veramente cavaliere, che sa la vera cavalleria. Ditemi un poco: lo conoscete voi il merito di mia nuora?

CAV. Se lo conosco? lo sa il mio cuore, se lo conosco.

AMB. E che sì, che siete venuto per domandarmela?

CAV. Gran Don Ambrogio! gran Don Ambrogio! volpe vecchia! Come diamine l'avete voi penetrato?

AMB. Mi pareva che le carezze che mi avete fatte, tendessero a qualche fine.

CAV. Oh, qui poi v'ingannate. Vi ho sempre voluto bene, e ve ne vorrò; e voglio vedervi con una sposa al fianco, bella, giovine, e senza dote.

AMB. Su questo particolare si parlerà. Se avrò da maritarmi, la prenderò senza dote. Farò che il vostro esempio mi sia di regola in questo.

CAV. Lo sapete: io non sono interessato.

AMB. (da sé) (Batte sodo finora.) Volete che io ne parli a donna Eugenia?

CAV. Lo potrete fare con comodo; bastami per ora che voi mi diciate, se dal canto vostro sarete di ciò contento.

AMB. Contentissimo. Sarei un pazzo, sarei nemico di donna Eugenia, se mi opponessi alla sua fortuna. Un Cavalier che l'ama, e che per segno d'amore non domanda un soldo di dote! cospetto di bacco! a questa sì nobile condizione vi darei una mia figliuola.

CAV. Viva il signor Don Ambrogio!

AMB. Viva il signor Cavaliere degli Alberi!

CAV. Siete lo specchio de' galantuomini.

AMB. Siete la vera immagine del cavaliere.

CAV. Caro, carissimo. (gli un bacio)

AMB. (da sé) (Che tu sia benedetto!)

CAV. Donna Eugenia quanto ha dato di dote a vostro figliuolo?

AMB. (Rimane un poco confuso) Non mi parlate di melanconie. Il poveretto è morto, e non ho piacer che se ne discorra.

CAV. Non parliamo di lui, parliamo di Donna Eugenia.

AMB. Sì, di lei parliamo quanto volete.

CAV. Donna Eugenia quanto vi ha dato di dote?

AMB. A me?

CAV. Alla vostra casa.

AMB. A voi che importa saperlo? Non la volete già senza dote?

CAV. Sì, ci s'intende. Domando così, per curiosità.

AMB. In un cavaliere di garbo, come voi siete, sta male la curiosità. Se donna Eugenia lo sa che mi facciate tale domanda, crederà che il vostro amore sia interessato, ed io, se me lo posso immaginare soltanto, vi dico un no, come ho detto al Conte dell'Isola.

CAV. Vi ha parlato il Conte?

AMB. Sì, mi ha parlato quell'avarone. Appena appena mi disse non so che della vedova, subito mi ricercò della dote.

CAV. Io poi la metto nell'ultimo luogo.

AMB. Nell'ultimo luogo? Tardi o presto dunque ci volete pensare.

CAV. Questi sono discorsi inutili. Mi preme la sposa, ve la domando per quell'autorità che sopra di essa vi concede la parentela e non avete a dirmi di no.

AMB. Ho detto di sì, mi pare; e torno a dirvi di sì un'altra volta; e se non vi sono altre difficoltà che questa, contate pure sopra il mio pienissimo consentimento.

CAV. Voi mi consolate, voi mi mettete in giubilo: caro il mio Don Ambrogio, permettetemi, in segno di vero amore… (gli un bacio)

AMB. Volete che facciamo fra voi e me (prima di parlare con donna Eugenia), volete che facciamo quattro righe di scritturetta?

CAV. Per la dote forse?

AMB. Sì, sul proposito della dote. Poniamo in carta l'eroismo del vostro amore.

CAV. Subito. In qual maniera?

AMB. Una picciola protesta, che v'intendete di volere la sposa senza pretension della dote.

CAV. Se ne offenderà donna Eugenia.

AMB. Lasciate accomodare a me la faccenda.

CAV. Ella può pretenderla senza di me.

AMB. Andiamo dal mio procuratore: troverà egli un mezzo termine per ridurre la cosa legale.

CAV. Si parlerà poi di questo. Andiamo subito da donna Eugenia.

AMB. No, un passo alla volta.

CAV. Un passo alla volta. Prima quel della sposa.

AMB. Prima quello della rinunzia.

CAV. Bravo, Don Ambrogio; voi siete il più spiritoso talento di tutto il mondo.

AMB. Cavaliere garbato, andiamo; ci spicciamo in meno di un'ora.

CAV. Oh, mi sovviene ora di un picciolo impegno. Sono aspettato in Piazza. Sarò da voi quanto prima.

AMB. Verrò con voi, se volete.

CAV. Non vi vo' dar quest'incomodo. Ci rivedremo.

AMB. Sono sempre ai vostri comandi.

CAV. Addio, il mio amatissimo Don Ambrogio. (lo abbraccia)

AMB. Sì, con tutto il cuore. (lo abbraccia)

CAV. (da sé) (La sa lunga il vecchio, ma non ha da fare con ciechi.)

AMB. (da sé) (Eh! Ci vedo del torbido, ma sono all'erta.)

CAV. (da sé) (Avviserò donna Eugenia.)

AMB. (da sé) (Che cosa fa che non parte?) Signore, avete qualche cos'altro da dirmi?

CAV. Sì, una cosa sola; e vi lascio subito. Sentite in confidenza, che nessuno ci ascolti. (all'orecchio) Siete un volpone di prima riga. Servitore divoto. (con un poco di caricatura)

AMB. (facendo lo stesso) Padrone mio riverito.

CAV. (come sopra) La riverisco divotamente. (parte)

 

 


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