Carlo Goldoni
L'avaro

ATTO SOLO

Scena Decima. Don Ambrogio, poi Don Fernando

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Scena Decima. Don Ambrogio, poi Don Fernando

 

AMB. Vada pure, ch'io l'ho nel cuore. A me volpe? Per quel ch'io vedo, fra lui e me siamo da galeotto a marinaro. Che ti venga la rabbia: come ha preso la volta lunga per attrapparmi! Pareva, a principio, ch'ei fosse l'uomo più generoso del mondo, e si è scoperto alla fine un avaro peggio degli altri. Io non son tale; l'avaro non è quegli che cerca di mantenersi quel che possiede, ma colui che vorrebbe avere quel che non ha.

FER. Signor Don Ambrogio...

AMB. È venuta la posta?

FER. Sì, signore. Ho avuto lettera da mio padre...

AMB. E quattrini?

FER. E quattrini ancora.

AMB. Dunque principio fin da ora ad augurarvi il buon viaggio.

FER. Ed io a ringraziarvi...

AMB. Non vi è bisogno di cerimonie. Tenete un bacio e andate, che il cielo vi benedica.

FER. Ah! mi converrà poi partire.

AMB. Che avete, che sospirate?

FER. Sono addolorato all'estremo. Mi si stacca il cuore dal petto; non posso trattenere le lagrime.

AMB. Ehi, ragazzo, siete voi innamorato?

FER. Compatitemi per carità.

AMB. Tanto peggio. Via di qua subito.

FER. Voi mi vedrete cadere sulle soglie della vostra casa.

AMB. Corpo di bacco baccone. Sareste voi innamorato di mia nuora?

FER. (si volta da un'altra parte sospirando)

AMB. Via di qua subito.

FER. Finalmente non credo di farvi veruna ingiuria. Sono anch'io cavaliere nel mio paese. Son figlio solo, e vuol mio padre ch'io mi mariti.

AMB. Aspirereste a sposarla dunque?

FER. Sarei felice, ma non lo merito.

AMB. Ditemi un poco. Parliamo sul sodo. Siete voi innamorato di lei, o della sua dote?

FER. Che dote? che mi parlate di dote: rinunzierei per averla a tutti i beni di questo mondo.

AMB. Lo sa ella, che le volete bene?

FER. Non ho avuto coraggio di dirlo.

AMB. Caro il mio Don Fernando, vi amo, come se foste un mio figlio. Mi spiace nell'anima vedervi andar sconsolato. Venite qui, discorriamola.

FER. Voi mi rallegrate a tal segno...

AMB. Spicciamoci in poche parole. La volete voi per isposa?

FER. Volesse il cielo! Sarei il più contento giovine di questo mondo.

AMB. Ma che dirà vostro padre?

FER. Egli mi ama teneramente. Son certo che non ricuserà di accordarmi una sì giusta soddisfazione.

AMB. Quanti anni avete?

FER. Vent'anni in circa.

AMB. Non siete pupillo, la legge vi mette in grado di contrattare. Avreste difficoltà di fare a me una rinunzia della sua dote?

FER. Sono prontissimo.

AMB. Ed obbligarvi verso di lei, s'ella un giorno la pretendesse?

FER. Sì, volentieri; con qualunque titolo: di donazione propter nuptias, di sopraddote, di contraddote, come vi aggrada.

AMB. Subito, immantinente. Vado a trovar il procuratore, che è notaio ancora. Voi intanto presentatevi a donna Eugenia; ditele qualche cosa.

FER. Non avrò coraggio, signore.

AMB. Un giovine di vent'anni non saprà dir due parole ad una donna? Fatevi animo, se volete che si concluda. Principiate voi a disporla colle buone grazie. Verrò io in aiuto.

FER. So ch'ella è pretesa da qualcun altro.

AMB. Non temete nessuno. I due che la pretendono son due spilorci. Voi siete il più generoso e il più meritevole. Ha da esser vostra, se casca il mondo. Via, non perdete tempo.

FER. Vado subito. Sento l'usato timore; ma voi mi fate coraggio. (parte)

 

 


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