Carlo Goldoni
L'avaro

ATTO SOLO

Scena Ultima. Don Ambrogio, un Procuratore e detti

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Scena Ultima. Don Ambrogio, un Procuratore e detti

 

AMB. (incontrandolo) Dove si va, Don Fernando?

FER. A Mantova.

AMB. Senza la sposa?

EUG. (a Don Ambrogio) Lodereste voi che si maritasse?

AMB. Sì certo; ed è quegli che per vostro bene vi conviene accettare in isposo.

FER. Non mi vuole, signore.

AMB. Non vi vuole? Nuora mia, voi non lo conoscete. Altro merito ha egli, che non hanno questi due signori garbati. Lascio da parte la nobiltà e la ricchezza, ché non vo' svegliare puntigli; ma egli vi ama da vero, ed una prova grande dell'amor suo, a differenza degli altri, è che egli domanda voi, e non ha ancora parlato di dote.

EUG. Ora conosco il merito, che in lui vi pare merito trascendente. Io della roba mia son padrona, e quel rispetto che ho usato finora al padre del mio defunto consorte, non lo merita la vostra ingiustizia, non lo speri più la vostra avarizia.

AMB. (al Procuratore) Signor Dottore, la scritta che doveva farsi non si fa più; ma ponete in ordine quel che occorre per difendere le povere mie sostanze. Donna Eugenia, dopo aver consumata la dote in nastri e cuffie, vuole spogliarmi di quel poco che mi è restato.

EUG. (a Don Ambrogio) Mi maraviglio di voi, signore.

AMB. Ed io di voi.

CAV. Zitto, signori miei. Lasciatemi dir due parole, e vediamo se mi l'animo di accomodar la faccenda con soddisfazione di tutti.

AMB. (verso Don Fernando) Questo povero giovane mi fa compassione.

FER. Per me non c'è caso. Ha detto che non mi vuole.

CON. Si farà una lite per donna Eugenia, ed io m'impegno di sostenerla.

CAV. No, senza liti. Ascoltatemi. Il povero Don Ambrogio, che ha tanto speso, non è dovere che si rovini colla restituzion di una dote. Questa dama non ha da restarevedova, né indotata, e né tampoco impegnar si deve una lite lunga, tediosa e pericolosa. Facciamo così: ch'ella si sposi con un galantuomo, che oggi non abbia bisogno della sua dote; che questa dote rimanga nelle mani di Don Ambrogio fino ch'ei vive; che corra a peso di Don Ambrogio il frutto dotale al quattro per cento; ma questo frutto ancora resti nelle di lui mani, durante la di lui vita. Alla sua morte la dote e il frutto, e il frutto de' frutti, passi alla dama, o agli eredi suoi, e per non impicciare in conti difficili l'eredità di Don Ambrogio, in una parola, goda egli tutto fin a che vive, e dopo la di lui morte, non avendo egli né figliuoli, né nipoti, instituisca donna Eugenia erede sua universale. (a Don Ambrogio) Siete di ciò contento?

AMB. Non mi toccate niente, son contentissimo.

CAV. Voi, donna Eugenia, che dite?

EUG. Mi riporto ad un cavaliere avveduto, come voi siete.

CAV. Quando troviate oneste le mie proposizioni, eccovi in me il galantuomo, pronto a sposarvi senza bisogno per ora della vostra dote.

CON. Una simile esibizione la posso fare ancor io. La sicurezza d'aver la dote un giorno aumentata per benefizio de' figliuoli, vale lo stesso che conseguirla, né il ritrovato del Cavaliere ha nulla di sì stravagante, ch'io non potessi quanto lui immaginarlo.

CAV. (al Conte) Il Colombo trovò l'America. Molti dopo di lui dissero ch'era facile il ritrovarla; col paragone dell'uovo in piedi, svergognò egli i suoi emuli, ed io dico a voi, che il merito della scoperta per ora è mio.

AMB. Accomodatevi fra di voi, salvo sempre la roba mia, fin ch'io vivo.

CON. Donna Eugenia è in libertà di decidere.

EUG. Conte, finora fui indifferente. Ma farei un'ingiustizia al Cavaliere, se mi valessi de' suoi consigli, per rendere altrui contento. Egli ha trovato il filo per trarmi dal labirinto. Sua deve essere la conquista.

CAV. Oh saggia, oh compitissima dama!

CON. Sia vero o falso il pretesto, non deggio oppormi alle vostre risoluzioni, e siccome, se io vi avessi sposata, non avrei sofferto l'amicizia del Cavaliere, così, sposandovi a lui, non mi vedrete mai più.

CAV. Io non sono melanconico, come voi siete. Alla conversazion di mia moglie tutti gli uomini onesti potran venire: protestandomi che di lei mi fido, e che il vostro merito non mi fa paura.

AMB. Andiamo, signor Dottore, a far un'altra scrittura, chiara e forte, sicché, fin ch'io viva, non possa temer di niente. Voi, signor Don Fernando, andate a Mantova, e seguitate a studiare. Signor Cavaliere, fatto il contratto, darete la mano a mia nuora, e voi, signor Conte, se perdeste una tal fortuna, vi sta bene, perché siete un Avaro.

 

 

Fine della Commedia

 


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