Carlo Goldoni
Le avventure della villeggiatura

ATTO TERZO

Scena Ultima. Ferdinando e detti

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Scena Ultima. Ferdinando e detti

 

FERDINANDO: Eccomi, eccomi. Che novità son queste? Andate via? Ci lasciate?

VITTORIA: È terminata la scritta?

FERDINANDO: Eccola terminata.

GUGLIELMO: Scusatemi. Non si può far a Livorno? Non è meglio farla stendere da un notaio?

FERDINANDO: Ma se è già fatta!

GUGLIELMO: S'ha da leggere, s'ha da firmare. Signor Leonardo, vi consiglio non perder tempo. È meglio assai partir subito, e si farà la scritta a Livorno. Eccomi, io sono con voi. Io non mi distacco da voi.

LEONARDO: Non dite male. Andiamo, si farà a Livorno.

GUGLIELMO: (Respiro un poco. Qualche cosa può nascere).

LEONARDO: Signora Giacinta, venite presto, conservatemi il vostro affetto. (Le tocca la mano.) Signor Filippo, addio. (Lo bacia.) Padroni tutti. Schiavo di lor signori. (A Livorno ci regoleremo diversamente). (Parte.)

VITTORIA: Nuovamente, signora Giacinta. Padrone mie riverite. Signor Filippo! Padroni tutti. Andiamo. (Prende per mano Guglielmo.)

COSTANZA: Buon viaggio.

ROSINA: Buon viaggio.

SABINA: Buon viaggio.

GUGLIELMO: Contentatevi. (A Vittoria, con un poco di sdegno.) Signor Filippo, scusate, e vi ringrazio.

FILIPPO: Addio, a rivederci a Livorno.

GUGLIELMO: Signora Giacinta... perdoni... (Confuso.)

GIACINTA: Buon viaggio. (Non posso più).

VITTORIA: Che diavolo avete? Par che piangete. (A Guglielmo.)

GUGLIELMO: Andiamo. (Risoluto.)

VITTORIA: Così! Andiamo. (Parte con Guglielmo.)

FERDINANDO: Signora Sabina.

SABINA: Che cosa volete?

FERDINANDO: Tenga, che gliene faccio un presente.

SABINA: Cosa mi date?

FERDINANDO: Una scritta di matrimonio.

SABINA: È per me forse?

FERDINANDO: Veramente non è per lei. Perché nella sua ci ha da essere la donazione.

SABINA: Orsù, questa è un'insolenza, e ne sono stufa. Avete avuto abbastanza, e vi dovreste contentare così. Ingrato, tigna, avaraccio. (Parte.)

FERDINANDO: La vecchia è in collera. La donazione è in fumo, e la commedia per me è finita. (Parte.)

COSTANZA: Signora Giacinta, le vogliamo levar l'incomodo.

GIACINTA: Vogliono andar via?

FILIPPO: Non vogliono far da noi la partita?

COSTANZA: Ho premura d'andar a casa.

GIACINTA: S'accomodi, come comanda.

COSTANZA: (Andiamo, giacché Tognino è disposto, non ce lo lasciamo scappare). (A Rosina.)

ROSINA: Serva umilissima. Compatisca. (A Giacinta, e parte.)

TOGNINO: Servo suo. Compatisca. (A Giacinta, e parte.)

FILIPPO: Andiamo, che vi voglio servire a casa. (A Costanza.)

COSTANZA: Mi farà finezza. (Già di questo vecchio non ci soggezione). (Parte.)

FILIPPO: (Se non c'è altro, giocherò due partite a bazzica con quel baggiano). (Parte.)

GIACINTA: Lode al cielo, son sola. Posso liberamente sfogare la mia passione, e confessando la mia debolezza... Signori miei gentilissimi, qui il poeta con tutto lo sforzo della fantasia aveva preparata una lunga disperazione, un combattimento di affetti, un misto d'eroismo e di tenerezza. Ho creduto bene di ommetterla per non attediarvi di più. Figuratevi qual esser puote una donna che sente gli stimoli dell'onore, ed è afflitta dalla più crudele passione. Immaginatevi sentirla a rimproverare se stessa per non aver custodito il cuore come doveva; indi a scusarsi coll'accidente, coll'occasione e colla sua diletta villeggiatura. La commedia non par finita; ma pure è finita, poiché l'argomento delle Avventure è completo. Se qualche cosa rimane a dilucidare, sarà forse materia di una terza commedia, che a suo tempo ci daremo l'onore di rappresentarvi, ringraziandovi per ora del benignissimo vostro compatimento alle due che vi abbiamo sinora rappresentato.

 

Fine della Commedia.

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