Carlo Goldoni
L'avventuriere onorato

L’AUTORE A CHI LEGGE

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L’AUTORE A CHI LEGGE

 

La prima volta ch’io diedi al pubblico la presente Commedia, il Protagonista di essa, l’Avventuriere Guglielmo, parlava col veneziano idioma. Ciò poteva rendere la Commedia medesima più gradita in Venezia, ma nelle altre parti dovea succedere ragionevolmente il contrario; poiché le grazie di una lingua piacciono allorché sono perfettamente intese, e perdono il loro merito quando non colpiscono immediatamente nell’animo di chi le sente. Ma dirò anche, per manifestare, siccome io soglio, la verità, non aver io preferito nel mio Avventuriere la veneziana alla toscana favella, perché ciò credessi essere meglio fatto; ma perché un valente Giovine, solito a far la parte del Pantalone, brillantissimo in tali caratteri veneziani, senza la maschera sostenuti, mi assicurava di un esito fortunato; lo che difficilmente allora avrei conseguito, se ad altro Comico avessi anche in altro linguaggio una cotal parte addossata. Ora poi che tale Commedia rendesi colla stampa comune, e in vari paesi può accadere che venga rappresentata, difficilissima cosa essendo che si trovi per l’appunto un Veneziano che la sostenga, e peggio se taluno volesse una lingua a lui forestiera balbettar malamente, convenevole cosa ho creduto il convertirla in toscano. Anzi necessarissimo ho trovato di farlo, poiché allora soltanto è permesso usare un linguaggio particolare nelle Commedie Italiane, quando il carattere del personaggio lo esiga, non potendosi, per esempio, fare che il Pantalone, l’Arlecchino, il Brighella usino la favella toscana; siccome né tampoco poteva usarla l’Avvocato mio Veneziano nella Commedia così intitolata, perché coi termini del proprio Foro dovea comparire a fronte dell’avversario, in una città pochissimo da Venezia distante. Ma qui, quantunque l’Avventuriere sia veneziano, non vi è ragione che l’obblighi a usar il proprio dialetto, tanto più che rappresentando il carattere di un viaggiatore, sarebbe uno stolido, se non avesse appreso un linguaggio agl’Italiani comune.

Nel quinto tomo della edizione di Venezia me lo vedo stampato col veneziano idioma, e me lo vedo uscire alla quinta scena in codegugno. Almeno gli accurati correttori, quelli che tanto strillano e fanno del chiasso, perché in Firenze non esce perfettamente da’ torchi l’ortografia veneziana, avessero avuto la bontà di avvertire: essere il codegugno una veste da camera alquanto , usata assaissimo da’ Veneziani; ma questo riservansi a farlo, quando composto averanno un Dizionario e una Grammatica veneziana, che insegni ai Toscani le importantissime osservazioni sul nostro linguaggio. Io bado, per dirla, alla correzione delle Commedie, non a quella dell’ortografia della stampa. Sono però anche in queste assai bene assistito, e nell’inevitabile destino che le stampe non abbiano a essere mai perfettamente corrette, posso assai di questa mia contentarmi, in cui i pochi errori che per avventura si riscontrassero, saranno sempre piccolissime macchie, in confronto dell’infinito numero di que’ difetti, che anche nel dialetto medesimo veneziano in quella spuria edizione si trovano.

Ma per ritornare in cammino, continuerò dicendo al Lettor gentilissimo, siccome io, cambiando la parte dell’Avventuriere suddetto, ho fatto il medesimo anche di quella dell’Arlecchino, a cui ho sostituito il nome di Berto, e trasportandole tutte due in toscano, ho dovuto non solo nelle parole, ma nelle frasi, nei modi e nei pensieri variarle; laonde riscrivendola da capo a fondo, posso dire di averla intieramente rifatta, e questa Commedia sola bastar potrebbe in qualche occasione per dimostrare la diversità della mia edizione.

Negar non posso, che il mio Avventuriere non abbia alcun poco del sorprendente, per alcune combinazioni che agli occhi dei delicati sembreranno non essere naturali. Che si trovino nel medesimo giorno nella casa medesima sei persone, le quali abbiano in vari paesi riconosciuto Guglielmo, pare un poco difficile a combinarsi; ma in cinquanta Commedie, non ve n’ha da essere alcuna che ecciti un poco la maraviglia? Non era necessario che io moltiplicassi le professioni, le scoperte, gli avvenimenti nel mio Avventuriere, ma espressamente ho voluto farlo, per trattar la Commedia in tutte quelle maniere che ho creduto essere convenienti al Teatro nostro, salvando l’onestà, il carattere, il verisimile quantunque maraviglioso, la morale, il buon esempio, il premio della virtù ed il trionfo della verità, sopra le macchine della persecuzione.

Alcuni vogliono, come altra fiata ho avuto occasion di dire, che nel mio Avventuriere abbia avuto animo di rappresentar me medesimo; in alcuni avvenimenti vi potrei esser ravvisato, ma in altri no. L’Avvocato, il Medico, il Cancelliere, il Segretario, il Console Mercantile e pur troppo il Poeta Teatrale sono impieghi che, quando più, quando meno, ho avuto occasione di esercitare; ma in vari tempi, in vari luoghi, in circostanze diverse da quelle del mio Avventuriere. Oh quante favole di me si scriveranno, quand’io averò terminato di vivere! Se tante se ne dicono ora ch’io son vivo, è ragionevole il credere che dopo la mia morte si raddoppieranno. Può darsi favola più lontana dal vero di questa che ora si è sparsa di me in Venezia? Dicesi che la Compagnia di que’ Comici, per la quale incessantemente io scrivo, sia meco in discordia; dicesi perfino l’altissima bestialità, che siam venuti alle mani. Giuro non aver mai avuto che dire con esso loro, anzi non essere io stato mai né più quieto, né più ben veduto dai Comici di quel ch’io sono presentemente. Innamorati delle mie Commedie, le rappresentano con valore, con attenzione, con esemplare rassegnazione e a confusion de’ maligni se ne vedranno gli effetti. Oh, se di me medesimo una Commedia compor dovessi, e se intrecciarla potessi con certi avvenimenti curiosi e particolari, son certo ch’ella mi riuscirebbe tenera, interessante, istruttiva, ridicola ancora, ma in qualche passo strana, iperbolica e non creduta.

 

 

 


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