Carlo Goldoni
L'avventuriere onorato

ATTO PRIMO

SCENA UNDICESIMA

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SCENA UNDICESIMA

 

Fermo cameriere e detti, poi il conte di Brano.

 

FER. Signora, è il signor conte di Brano. (a donna Livia)

LIV. Venga, è padrone.

FER. Quel signore mi par di conoscerlo. (osservando bene Guglielmo; e parte)

AUR. Se avete visite, vi leveremo l’incomodo. (a donna Livia)

LIV. No, trattenetevi. Questi è uno de’ miei pretendenti; ma non gli abbado. È un ipocondriaco collerico, non so che fare di lui.

AUR. (Quanta superbia per essere un po’ ricca!) (da sé)

CO. BRA. Servo di donna Livia. (tutti s’alzano)

LIV. Serva, signor Conte. Accomodatevi. Sedete. (tutti siedono)

CO. BRA. Voi siete in buona conversazione. (a donna Livia)

LIV. Quel signor forestiere è venuto con donna Aurora a favorirmi.

GUGL. Servitor suo umilissimo. (al Conte che lo guarda)

CO. BRA. Padron mio riveritissimo... Mi pare, se non m’inganno, avervi veduto qualche altra volta.

GUGL. Non è niente più facile.

CO. BRA. Non avete nome Guglielmo?

GUGL. Per obbedirla.

CO. BRA. Voi dunque siete il signor dottor Guglielmo, che esercitava in Gaeta la medicina?

LIV. (Un medico?) (da sé)

AUR. (Un dottore?) (da sé)

LIV. (Se è medico, può esser nobile). (da sé)

GUGL. Sì, signore, è verissimo, a Gaeta ho esercitato la medicina, ma non son medico di professione. Mio padre era medico, ho imparato qualche cosa da lui, qualche cosa ho imparato a forza di leggere e di sentir a discorrere. Ho girato il mondo, ed ho acquistato delle cognizioni particolari. Partito da Napoli, per causa di una disgrazia accadutami, mi sono ritirato a Gaeta, e non sapendo come altrimenti poter campare, mi sono introdotto in una spezieria, mi sono inteso collo speziale, son passato per medico, ho ricettato, ho curato, ho guarito, ho ammazzato, ho fatto anch’io quello che fanno gli altri. Insomma campai benissimo, e qualche cosa ho potuto anche avanzarmi. Finalmente, per curiosità di sapere che cosa era successo di una certa ragazza, son ritornato a Napoli ed ho abbandonato la medicina, la quale per quattro mesi continui m’aveva fatto passare in Gaeta per l’eccellentissimo signor Guglielmo.

AUR. Bravissimo: lodo il vostro spirito.

LIV. Signor dottore, io patisco qualche incomodo, mi prevarrò della vostra virtù.

GUGL. Può essere ch’io abbia un medicamento a proposito per il suo male.

AUR. Siete in casa mia, signore, avete prima da operar per me. De’ mali ne patisco anch’io.

GUGL. Non dubitino; le risanerò tutte e due.

CO. BRA. Dite: perché avete lasciato di coltivare la medicina? Siete forse poco ben persuaso in favore di una tal professione?

GUGL. Anzi la venero e la rispetto.

CO. BRA. Eppure ci sarebbe molto che dire...

GUGL. Signor Conte, mi perdoni, non dica male de’ medici. Perché se si dice male de’ cattivi, se ne offendono ancora i buoni.

 

 

 


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