Carlo Goldoni
L'avventuriere onorato

ATTO TERZO

SCENA QUINTA

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SCENA QUINTA

 

Il vicerè, poi Guglielmo.

 

VIC. È debito di chi governa tener la città purgata da gente oziosa, da vagabondi e impostori. Eccolo. All’aria non sembra uomo di cattivo carattere; ma sovente l’aspetto inganna. Noi non abbiamo da giudicar dalla faccia, ma da’ costumi. (siede)

GUGL. Mi umilio all’Eccellenza Vostra.

VIC. Chi siete voi?

GUGL. Guglielmo Aretusi, Eccellenza.

VIC. Di qual patria?

GUGL. Veneziano, per ubbidirla.

VIC. Qual è la vostra condizione?

GUGL. Nato io sono di genitori onesti e civili. Trasse mio padre l’origine di Lombardia, e trasportata la famiglia in Venezia, si è sempre conservato lo stesso grado, vivendo in parte delle scarse rendite nostre, e in parte col lucro degli onorati impieghi. Non mancarono i miei genitori medesimi di farmi applicare a quegli studi che convenivano alla mia condizione ed ho anche provato ne’ primi anni miei il favore della fortuna. Un amore imprudente, un contratto di nozze che poteva essere la mia rovina totale, mi ha fatto aprire gli occhi e mi ha determinato ad una violenta risoluzione. Abbandonai la patria, troncato ho il corso delle mie speranze; cambiai cielo, e fui per qualche tempo lo scherzo della fortuna, la quale ora alzandomi a qualche grado di felicità, ora cacciandomi al fondo della miseria, ha sempre però in me rispettato la civiltà della nascita e l’onestà de’ costumi, e ad onta di tutte le mie disgrazie, non ho il rimorso d’aver commessa una malazione.

VIC. (La maniera sua di parlare non mi dispiace). (da sé) Che fate voi in questa città?

GUGL. Glielo dirò, Eccellenza, proseguendo a narrarle qualche parte delle mie vicende. Dopo vari accidenti, messo insieme qualche poco di soldo, passai a Napoli. Colà un certo Agapito Astolfi mi tirò seco in società mercantile, e si piantò un negozio colla ragione in mio nome. Parea che le cose camminassero prosperamente, quando il compagno mio, il quale teneva presso di sé la cassa, fatta una segreta vendita de’ capitali migliori, levato il soldo, fuggì di Napoli e mi lasciò miserabile, e quel ch’è peggio, esposto col nome e colla persona ai creditori della ragione. Questo è il motivo per cui mi sono refugiato in Palermo, celando il casato, per non essere così presto riconosciuto. Il traditore è inseguito; attendo la nuova del di lui arresto, e disperando di poter nulla ricuperare, dovrò determinarmi a qualche nuova risoluzione.

VIC. (Il suo ragionamento sembra assai naturale). (da sé) Conoscete voi donna Livia?

GUGL. La conosco, Eccellenza sì.

VIC. Avete seco alcuna amicizia?

GUGL. Ella non mi vede di mal occhio.

VIC. Anzi sento dire ch’ella abbia dell’inclinazione per voi.

GUGL. Volesse il cielo, che ciò fosse la verità.

VIC. Che? Ardireste voi di sposarla?

GUGL. Eccellenza, mi perdoni, il mio costume è di dire la verità. Se le mie circostanze mi permettessero di sposare una donna ricca, non sarei sì stolto di ricusarla. La mia nascita non mi fa arrossire, e circa le ricchezze, queste le considero un accidente della fortuna. Siccome la sorte ha beneficato donna Livia col mezzo di un’eredità, potrebbe beneficar me ancora col mezzo di un matrimonio.

VIC. Per quel ch’io sento, voi avete delle forti speranze rispetto a un tal matrimonio.

GUGL. Anzi non ispero nulla, signore. Sono impegnato con una giovane napoletana. Questa è venuta a ritrovarmi in Palermo; e quantunque sia ella povera, vuole la mia puntualità ch’io la sposi.

VIC. Sposereste la povera, e lasciereste la ricca?

GUGL. Così pensa e così opera chi più delle ricchezze stima il carattere dell’uomo onesto. Non credo che donna Livia conti nulla sopra di me; ma s’ella in mio favore si dichiarasse, sarebbe tant’e tanto lo stesso.

VIC. (Egli ha sentimenti di vero onore). (da sé) Quanto tempo è che siete in Palermo?

GUGL. Saranno ormai quattro mesi.

VIC. Ed io finora non l’ho saputo?

GUGL. Chiedo umilmente perdono. Lo avrebbe saputo prima, se qui si praticasse un certo metodo che ho io nel capo; una certa regola nuova, rispetto agli alloggi de’ forestieri ed alle abitazioni de’ paesani.

VIC. E qual è questo metodo?

GUGL. È qualche tempo che mi occupa la mente un progetto rispetto agli alloggi, tanto fissi che accidentali. Questo mio progetto tende a tre cose: all’utile pubblico; al comodo privato; al buon ordine della città. Se l’Eccellenza Vostra ha la bontà di udirmi, vedrà la novità del pensiere e la facilità dell’esecuzione.

VIC. Esponete, ed assicuratevi della mia protezione.

GUGL. Perdoni, Eccellenza; questo non mi par luogo per trattare e concludere un affare di questa sorta. Sarebbe necessario essere a tavolino... e poi l’Eccellenza Vostra, cavaliere pieno di carità e di clemenza, spero che, prima d’obbligarmi a parlare, vorrà assicurarmi che il mio progetto, trovato che sia profittevole, non anderà senza premio.

VIC. Di ciò potete esser sicuro. Andiamo a discorrerne nel mio gabinetto. (s’alza da sedere)

GUGL. S’ella mi permette, vado a prendere un foglio in cui le farò vedere in un colpo d’occhio tutta la macchina disegnata e compita.

VIC. Andate, che io vi attendo.

GUGL. A momenti sono a servirla. M’inchino all’Eccellenza Vostra. (Il foglio in meno di un quarto d’ora lo fo. Vedrò intanto Eleonora. Ella mi sta a cuore niente meno della mia fortuna). (da sé, parte)

 

 

 


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