Carlo Goldoni
L'avvocato veneziano

ATTO PRIMO

SCENA TERZA

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SCENA TERZA

 

Un Servitore ed il suddetto, poi Florindo

 

SERV. Illustrissimo.

ALB. Cossa gh’è?

SERV. Il signor Florindo Aretusi.

ALB. Patron.

SERV. (Prego il cielo che guadagni questa causa, che anch’io avrò la mancia. Noi altri servitori degli avvocati facciamo più conto delle mance, che del salario). (da sé, parte)

ALB. L’ha fatto ben a vegnir. Daremo l’ultima pennelada al desegno della nostra causa.

FLOR. Servo, signor Alberto.

ALB. Servitor obbligatissimo. La se comoda.

FLOR. Eccomi a darle incomodo. (siede)

ALB. Anzi l’aspettava con ansietà. La favorissa; la vegna arente de mi. Incontreremo la fattura.

FLOR. Come vi aggrada. Avete saputo che il giudice non può domattina ascoltar la causa?

ALB. Stamattina sul tardi son stà a Palazzo, e avemo accordà col giudice e coll’avversario de trattarla dopo disnar. Questa xe la fattura; la favorissa de compagnarme coll’occhio, e suggerirme se avesse lassà qualcossa de essenzial nella narrativa dei fatti, nell’ordine dei tempi o nella citazion delle carte. El nobile signor Anselmo Aretusi, padre del nobile signor Florindo, s’ha maridà colla nobile signora Ortensia Rinzoni, nell’anno 1714. Fede de matrimonio, proc. A, a carte 1. Con dote de ducati cinquemille. Contratto nuzial con ricevuta, a carte 2.

Nell’anno 1724, el signor Anselmo Aretusi, non avendo figliuoli dopo dieci anni di matrimonio, ha preso per sua figlia adottiva, detta volgarmente fia d’anema, la signora Rosaura, figlia del signor Pellegrino Balanzoni mercante bolognese, negoziante in Rovigo. Attestato che giustifica, a carte 3.

Nel 1726 el detto signor Anselmo fa donazion de tutto el suo alla detta signora Rosaura. Contratto de donazion, a carte 4.

Nel 1728 dal detto signor Anselmo Aretusi e signora Ortensia Jugali nasce il nobile signor Florindo, loro figlio legittimo e naturale. Fede della nascita, a carte 7.

Nel 1744 passa da questa all’altra vita la signora Ortensia, moglie del signor Anselmo, e col suo testamento lassa erede della sua dote il signor Florindo suo figlio. Testamento in atti ecc., a carte 8.

Nel 1748, ai 24 d’Avril, mor senza testamento el nobile signor Anselmo Aretusi. Fede della morte, a carte 12.

Addì 8 Maggio susseguente, la signora Rosaura Balanzoni fa sentenziar a legge la donazion del fu Anselmo Aretusi, per l’effetto d’andar al possesso de tutti i beni liberi de rason del medesimo. Domanda avversaria, carte 13. Il nobile signor Florindo Aretusi, come figlio legittimo e naturale del suddetto signor Anselmo, si pone all’interdetto, domandando taggio della donazion. Domanda nostra, a carte 14.

Produzion avversaria d’un testamento del fu Agapito Aretusi, che istituisce un fideicommisso ascendente a favor della linea Aretusi, verificà in oggi nella persona del signor Florindo, a carte 15.

FLOR. Signor Alberto, io non capisco perché la parte avversaria abbia prodotto questo testamento, che sta a favor mio. Se un mio ascendente ha fatto un fideicommisso a mio favore, molto meno l’avversaria può pretendere nell’eredità di mio padre.

ALB. Mo ghe dirò mi, per cossa che i l’ha prodotto. Loro i domanda i beni liberi; e una rason de domandarli xe fondada sulla miseria della fiola adottiva, oltre el fondamento della donazion. I dise: nu domandemo i beni liberi; per el fio legittimo e natural ghe resta i fideicommissi, ghe resta la dote materna. Se lu perde, nol se reduse a pessima condizion; se perde la donna, la resta senza gnente a sto mondo.

FLOR. Che dite voi sopra di questo obbietto?

ALB. Questo xe un obietto previsto, arguido dalle carte avversarie: se i me lo farà in causa, ghe responderò per le rime. A ella intanto ghe digo, che sotto sto cielo la pietà pol moltissimo, ma quando no se tratta del pregiudizio del terzo. Dai tribunali se profonde le grazie, ma la giustizia va sempre avanti della compassion. E quel difensor che se fida della disputa patetica e commiserante, nol pol sperar gnente, se no l’è assistido dalla rason.

FLOR. E circa il merito della donazione, che ne dite?

ALB. Quel che sempre gh’ho dito. La sarà taggiada senz’altro.

FLOR. Dunque voi sostenete che un uomo non possa donare il suo?

ALB. Mi, la me perdona, no sostegno sta bestialità. L’omo pol donar, ma per donar a un terzo, nol pol privar i so fioi.

FLOR. Quando ha donato, non aveva figliuoli.

ALB. Giusto per questo, colla sopravenienza dei fioli, se rende nulla la donazion.

FLOR. Dunque sempre più vi confermate nella sicurezza che abbiamo ragione.

ALB. In quanto a mi, digo che della rason ghe ne avanza.

FLOR. Sentite: se guadagno la causa, ne avrò piacere, perché si tratta di ventimila ducati in circa; ma poi sarò anche contento per vedere umiliata quella superba di Rosaura, che pretendeva diventare contessa.

ALB. Poveretta! Ella no la ghe n’ha colpa.

FLOR. E quel bravo avvocato bolognese suo zio, che è venuto apposta da Bologna per trattar questa causa, si farà onore.

ALB. La senta. Tutti i avvocati i venze delle cause e i ghe ne perde; e ogni volta che se tratta una causa, uno ha da perder e l’altro ha da venzer; e pur tanto sarà dotto e onesto quel che venze, come quel che perde. Co se tratta de ponti de rason, ghe xe da discorrer per una parte e per l’altra. Delle volte se scovre e se rileva de quelle cosse che no s’ha capio, che no s’ha previsto. Bisogna star lontani dalle cause de manifesta ingiustizia, dai fatti falsi, dalle calunnie, dalle invenzion; da resto, co gh’ha logo l’opinion, chi studia, se sfadiga e s’inzegna, no gh’ha altro debito, e nissun xe responsabile della vittoria.

FLOR. Eppure gli avversari cantano già il trionfo. Quella impertinente di Rosaura mi ha detto ieri sera un non so che di voi, che mi ha acceso di collera.

ALB. De mi? Cossa ghala dito, cara ella?

FLOR. Non ve lo voglio dire.

ALB. Eh via, la me lo diga; za mi ghe prometto recever tutto con indifferenza.

FLOR. Sentite che bella maniera di parlare. Signor Florindo, mi disse, avete fatto venire un avvocato da Venezia per trattare la vostra causa. L’avete scelto molto bello; era meglio che lo sceglieste bravo. Impertinente! Vedrai chi è il signor Alberto Casaboni!

ALB. L’ha dito che l’ha scielto un avvocato bello? (con bocca ridente)

FLOR. Sì, e non bravo. Non vi conosce ancora colei.

ALB. Certo che, se la me cognossesse, no l’averave dito sta bestialità che son bello.

FLOR. L’avete mai veduta Rosaura?

ALB. L’ho vista al balcon.

FLOR. Dicono che sia bella. A me non piace per niente. Voi che ne die?

ALB. Lassemo andar ste freddure, e tendemo a quel che importa. La me lassa fenir sto sumarietto delle rason, e po son con ella. (si mette a scrivere)

FLOR. Fate pure. Mi date licenza che prenda una presa del vostro tabacco?

ALB. La se serva. (scrivendo, senza guardar Florindo)

FLOR. (Prende la scatola ov’è il ritratto di Rosaura, l’apre, lo vede, e s’alza) (Come, che vedo! Il signor Alberto ha il ritratto di Rosaura? Sarebbe mai di essa invaghito? Poco fa, quando la trattai da superba, mostrò di compassionarla; gli domandai se l’aveva veduta, non mi ha detto d’avere il suo ritratto. Gli ho chiesto se gli par bella, ed egli ha mutato discorso. Ciò mi mette in gran sospetto; non vorrei ch’egli mi tradisse. No, un uomo onorato non è capace di tradire; ma chi m’assicura che il signor Alberto sia tale? Non lo conosco che per relazione dell’amico Lelio. Oimè, in qual confusione mi trovo! Domani s’ha da trattar la causa; se la lascio correre, son pieno di sospetti; se la sospendo, mi carico di spese, di dispiaceri, d’incomodi. Io non so che risolvere). (da sé)

ALB. Ho fenio tutto. (s’alza)

FLOR. Gran buon tabacco avete, signor Alberto!

ALB. De qualo ala tolto? El rapè lo gh’ho in scarsella.

FLOR. Ho preso di questo, il quale, invece di darmi piacere, mi ha offeso gli occhi non poco.

ALB. El sarà de quel suttilo, de quel che fa pianzer.

FLOR. Sì questo è un tabacco che può far piangere, e mi maraviglio che voi lo tenghiate sul tavolino.

ALB. Lo tengo per divertirme dall’applicazion, el me serve per scaricar.

FLOR. Badate che non vi carichi troppo.

ALB. Gnente affatto, la lassa veder... (Oimè, cossa vedio? El ritratto de siora Rosaura?) (da sé)

FLOR. Signor Alberto, questo è il ritratto della mia avversaria!

ALB. Sior sì, el xe el ritratto de siora Rosaura.

FLOR. Chi custodisce il ritratto, mostra d’amare l’originale.

ALB. La me perdona, la dise mal. Mi me diletto de miniature; se la vegnirà a Venezia, la vederà in casa mia una piccola galleria de ritratti: tutti de zente che no cognosso, de donne che no so chi le sia. E questo l’anderà coi altri alla medesima condizion.

FLOR. Vi pare questo un ritratto da galleria?

ALB. El g’ha el so merito; l’è ben desegnà. La carnagion no pol esser più natural. El panneggiamento xe molto vivo. La varda quelle pieghe. La varda come ben atteggiada quella testa e quella man. In quei quattro tocchi de chiaroscuro, che forma una spezie d’architettura in piccolo, se ghe vede el maestro. El xe un bel ritratto. Sior Lelio lo gh’aveva, l’ho visto, el m’ha piasso, el me l’ha donà, e el servirà per cresser el numero dei mi ritratti.

FLOR. Amico, parliamoci con libertà. Anch’io son uomo di mondo, e so benissimo che si danno di quegli assalti da’ quali l’uomo più saggio non si sa difendere. Se il volto della signora Rosaura avesse fatto qualche impressione nel vostro cuore, malgrado ancora della vostra virtù, vi compatirei infinitamente, perché la nostra miserabile umanità per lo più è soggetta a soccombere. Solo vi pregherei a confidarmelo, a svelarmi colla vostra bella sincerità quest’arcano, e vi prometto da uomo d’onore, che se vi sentite qualche ripugnanza nel difendermi contro Rosaura, vi lascierò nella vostra pienissima libertà, vi dispenserò dall’impegno in cui siete, e se non credessi di offendere la vostra delicatezza, vi esibirei tutto il prezzo delle vostre fatiche, e di più ancora, per animarvi a confidarmi la verità.

ALB. Sior Florindo, v’ho lassà dir, v’ho lassà sfogar senza interromper, senza defenderme; adesso che avè fenio, brevemente parlerò mi. Che la nostra umanità sia fragile, no lo nego; che un omo savio e prudente se possa innamorar, ve l’accordo; ma che un omo d’onor se lassa portar via da una cieca passion, col pregiudizio del so decoro, della so estimazion, l’è difficile più de quel che credè; e se in tal materia ghe xe stà e ghe xe dei cattivi esempi, Alberto no xe capace de seguitarli. El dubitar che vu fe della mia onestà, della mia fede, xe per mi una gravissima offesa; ma no son in grado de resentirmene, perché el mio resentimento in sto caso el poderia autenticar le vostre parole. Son qua per defender la vostra causa, son qua per trattarla. La tratterò per l’impegno d’onor, più che per quel vil interesse che malamente e fora de tempo avè avudo ardir d’offerirme. Vederè con che calor, con che cuor, con che animo sostenirò la vostra difesa. Conosserè allora chi son, ve pentirè d’averme offeso con un indegno sospetto, e imparerè a pensar meggio dei omeni onesti, dei avvocati onorati. (parte)

FLOR. Il signor Alberto si scalda molto, ma ha ragione; un uomo di delicata reputazione non può soffirire un’ombra che lo pregiudichi. Io mi sono lasciato trasportare un poco troppo dalla passione. Ma diamine! Gli vedo il ritratto di Rosaura sul tavolino, e non ho da sospettare? Il sospetto è molto ben fondato. E tutto quel caldo del signor Alberto non potrebbe essere prodotto dal dispiacere di vedersi scoperto? No, non mi voglio inquietare. Domani si tratterà la causa, e sarà finita. E se la causa si perde? E se la causa si perde, niuno mi leverà dal capo che l’avvocato non mi abbia tradito, per favorire le bellezze dell’avversaria. (parte)

 

 

 


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