Carlo Goldoni
L'avvocato veneziano

ATTO PRIMO

SCENA DECIMA

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SCENA DECIMA

 

Florindo e detti.

 

FLOR. Servitor umilissimo a lor signori. (tutti lo salutano) (Il signor Alberto vicino a Rosaura? Cresce il mio sospetto). (da sé)

BEAT. Molto tardi, signor Florindo!

FLOR. Mah, chi ha degli interessi, non può prendersi molto divertimento.

BEAT. Il signor Alberto ci ha favorito.

FLOR. Il signor Alberto può farlo, perché non ci pensa come ci penso io.

ALB. Signor Florindo, ella in pubblico pretende mortificarme, e mi in pubblico bisogna che me defenda. La dise che mi no penso ai so interessi, come la pensa ella; e mi ghe digo che ghe penso assae più de ella, perché un’ora che mi ghe pensa, val più del so pensar d’una settimana. Ghe ne xe molti de sti clienti, che pretende che l’avvocato non abbia da pensar altro che alla so causa. I crede che l’intelletto dell’omo sia limità a segno che nol possa pensar che a una cossa sola. E siccome la so passion no fa che tegnirli oppressi e vincoladi tra la speranza e el timor, i vorria che l’avvocato no fasse mai altro che consolarli. Nualtri che avemo una moltitudine de affari sul tavolin, bisogna che a tutti distribuimo el nostro tempo e el nostro intelletto; e se qualche volta no respiressimo con un poco de sollievo e de devertimento, la nostra profession deventerave un supplizio, e la nostra applicazion sarave una malattia. Basta che quando s’applica a quella tal cossa, se ghe applica de cuor, con tutto el spirito, con tutto l’omo; e che nella gran zornada, quando se tratta della decision della causa, se fazza cognosser al cliente, al giudice e al mondo tutto, che messe su una balanza le fadighe da una banda, e la mercede dall’altra, pesa più de tutto l’oro e de tutto l’arzento i onorati sudori de un avvocato.

BEAT. Evviva il signor Alberto.

LEL. Amico, state cogli occhi chiusi. Avete un uomo, che per la virtù, per la eloquenza e per l’onoratezza si è reso venerabile, ed è la delizia del veneto foro.

CON. (Sentite come parla il vostro avvocato avversario? Ma io lo farò mutar frase). (piano a Rosaura)

ROS. (M’innamora e mi fa ).

FLOR. Io non pretendo volervi a tutte l’ore e per me solo applicato; ma, signor Alberto, intendiamoci senza parlare.

ALB. Non ho sta abilità de capir chi no parla.

FLOR. Con grazia di questi signori, vi dirò una parola.

ALB. Con permission. (La diga). (si alza dal suo posto, e va vicino a Florindo)

FLOR. (Prima vi trovo col ritratto, ed ora coll’originale; che volete che io possa pensare di voi?)

ALB. (L’ha da pensar che son un omo onorato).

FLOR. (Tutto va bene. Ma io non posso soffrire di vedervi vicino alla mia avversaria).

ALB. (Co l’è cussì, voggio contentarla. Andemo via).

FLOR. (Qui non ci dovevate venire).

ALB. (Da omo d’onor, che no saveva che la ghe dovesse esser).

FLOR. (Quando l’avete veduta, dovevate partire).

ALB. (Oh! questo po no. Non son capace né de increanze, né de affettazion. Se mostrasse aver suggizion del cliente avversario, me dechiarirave per un omo de poco spirito. E po nualtri avvocati no semo nemici dei nostri avversari. Se disputa la rason della causa, e no el merito della persona; e tanti e tanti i magna, i beve e i sta in bonissima conversazion con quelle istesse persone, contra le quali con tutto el spirito i se dispone a parlar. La verità xe una sola. Con questa d’avanti i occhi, no se pol fallar. El vostro sospetto deriva da debolezza de fantasia; la mia franchezza dipende dalla robustezza dell’animo indifferente alle tentazion, e saldo e forte nei onorati impegni della mia profession). Zentildonne riverite, do ore le xe poco lontane. Ho adempio al mio debito, le prego de despensarme. (scostandosi da Florindo)

BEAT. Prenda pure il suo comodo. Non voglio esser causa che si rammarichi il signor Florindo.

ALB. La supplico scusar l’incomodo. Ghe rendo infinite grazie d’averme degnà della so esquisita conversazion. E se mai la me credesse capace de poderla obbedir, la prego onorarme dei so comandi. (a Beatrice)

BEAT. Ella è pieno di gentilezza e di cortesia.

ALB. Signora, ghe son umilissimo servitor. (a Rosaura)

ROS. (Non voglio né rispondergli, né mirarlo). (da sé)

ALB. Signora, l’ho reverida. (a Rosaura)

ROS. (Crudele!) (da sé)

ALB. Gnanca? Pazienza! (Che pena che me tocca a provar! Ma gnente; penar, tormentarse, morir, ma che no s’intacca l’onor). (da sé, parte)

FLOR. Signora Beatrice, padroni tutti, gli son servitore. (Eppure non mi posso levar dal capo che il signor Alberto ama Rosaura. Le donne hanno avviliti i primi eroi della terra; non sarebbe maraviglia che una donna vincesse il cuore d’Alberto). (da , parte)

LEL. Signore mie, se mi permettono, non voglio lasciare l’amico.

BEAT. Servitevi con libertà. Riverite la signora Flaminia.

LEL. Son servo a tutti. (Florindo ha delle gelosie rispetto al signor Alberto; ed io ne fui la cagione. Eppure è vero, in tutte le cose, prima di farle, bisogna consigliarsi colla prudenza, per prevedere le conseguenze. (da sé, parte)

CON. La conversazione è finita. Servitor suo.

BEAT. Va via, signor Conte?

CON. Che cosa ho da fare qui?

BEAT. Vi è la sposa.

CON. La mia signora sposa, quanto meno mi vede, più mi vuol bene; non è egli vero? (a Rosaura)

ROS. Io non contraddico mai.

CON. (Già ha da finire i suoi giorni sopra d’una montagna!) Schiavo suo. (parte)

BEAT. Andiamo nella mia camera, che aspetteremo vostro zio.

ROS. Cara amica, sono in un mare di confusioni.

BEAT. Il signor Alberto pare di voi innamorato.

ROS. Ma se domani mi parla contro, ho perduta la causa.

BEAT. Voglio che domattina andiamo a ritrovare la signora Flaminia, e se ci riesce di parlare al signore Alberto, può essere che si volti a vostro favore.

ROS. Io l’ho per impossibile.

BEAT. Eh! amore fa fare delle belle cose.

ROS. Sì, ma io non son quella che lo possa innamorare a tal segno.

BEAT. Via, via, non dite così; avete due occhi che incantano; s’io fossi un uomo, v’assicuro che mi fareste precipitare. (parte)

ROS. L’amica scherza, ed io ho il cuore afflitto. Domani si decide dell’esser mio; ma pure questa non è la maggiore delle mie passioni. Due oggetti, uno d’amore, l’altro di sdegno, combattono a vicenda il mio cuore. Amo Alberto, odio il Conte. Ma, oh dio! Dovrò perdere quello che adoro, dovrò sposare quello che aborrisco? Miserabile condizion della donna! Nacqui per penare, vivo per piangere, e morirò per non poter più resistere. Alberto, oh! caro Alberto. Sei pur vago, sei pur grazioso! Mi piaci ancorché nemico, ti amo, benché tu mi voglia miserabile, e ti amerei, se tu mi volessi ancor morta. (parte)



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