Carlo Goldoni
L'avvocato veneziano

ATTO SECONDO

SCENA UNDICESIMA

Precedente

Successivo

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

SCENA UNDICESIMA

 

Alberto, poi Florindo ed il Servitore

 

ALB. Oimè! non posso più. Oh dio! el mio cuor! Oimè! non posso più respirar. (si getta a sedere)

SERV. Aspetti che lo avvisi, e poi entrerà. (a Florindo, trattenendolo)

FLOR. Voglio passare. (sulla porta)

SERV. Ma questa poi...

FLOR. Va al diavolo. (entra a forza; Alberto s’alza)

ALB. Servo, sior Florindo. (El l’ha vista, el l’ha incontrada!) (da sé)

FLOR. Patron mio riverito. (Posso veder di più? Rosaura nella sua camera a patteggiare il prezzo del tradimento?) (da sé)

ALB. Coss’è, sior Florindo, cossa vuol dir? Ghe fa spezie aver visto siora Rosaura in te la mia camera? La sappia...

FLOR. Alle corte, signor Alberto, mi favorisca le mie scritture.

ALB. Quale scritture?

FLOR. Tutto quello che ella ha di mio. I processi, i contratti, le copie, le scritture, i sommari; mi favorisca ogni cosa.

ALB. M’immagino che la burla.

FLOR. Ah sì, non mi ricordava. Prima di ritirare le mie scritture, ho da pagare il mio debito. Favorisca di dirmi quanto le ho da dare per tutto quello che si è compiaciuta fare per me.

ALB. Me maraveggio, sior Florindo; mi no pattuisso mercede sulle mie fadighe. Quando averò trattà la causa, la farà tutto quello che la vorrà.

FLOR. No, no, non v’è bisogno che vossignoria s’incomodi. La causa non si disputa più.

ALB. No? Perché?

FLOR. Mi voglio accomodare, non voglio arrischiare il certo per l’incerto; si contenti di darmi le mie carte.

ALB. Sior Florindo, no la tratta né con un sordo, né con un orbo. Capisso benissimo da che dipende sta novità. L’aver visto vegnir fora dalla mia camera la so avversaria, accredita quel sospetto che l’aveva concepido contro de mi; ma se el fusse stà presente ai nostri discorsi, l’averia avù motivo de consolarse, vedendo a che grado arriva la mia onestà e la mia fede.

FLOR. Son persuaso di tutto, ma voglio le mie carte indietro, ma la causa non si tratterà più.

ALB. Le carte indrio? La causa no se tratterà più? A un omo della mia sorte se ghe fa sto boccon de affronto?

FLOR. Di me non vi potete dolere; vi ho per tempo; non solo non vi siete corretto, ma avete fatto peggio: vostro danno.

ALB. Ah! pur troppo nasse a sto mondo de quei casi, de quei accidenti, dai quali l’omo no se pol defender, e l’animo più illibato, più giusto, comparisse in figura de reo. Tal son mi, ve lo zuro, ve lo protesto. Varie apparenze se unisse a farme creder colpevole, ma son innocente, ma son onesto, ma son Alberto, son un omo civil, che no degenera dalla so condizion.

FLOR. Potrete voi negarmi d’aver della passione e dell’amore per la signora Rosaura?

ALB. No, stimo tanto la verità, che no la posso negar. Amo siora Rosaura, come mi medesimo; l’amo con tutto el cuor. Ma che per questo? Me crederessi capace de tradir el cliente, per favorir una donna che me vol ben? No, sior Florindo, morirò più tosto che commetter una simile iniquità.

FLOR. Io vi ripeterò a questo passo quello che un’altra volta vi ho detto. Se le volete bene, vi compatisco. Ma non conviene che vi arrischiate parlare contro una persona che amate.

ALB. Se el mio amor verso sta creatura fusse nato avanti che me fusse impegnà con vu, per tutto l’oro del mondo non averave accettà sta causa contra de ella. Ma l’è nato in un tempo, che za giera impegnà, in un tempo che no me posso sottrar dall’impegno, senza macchia della mia reputazion.

FLOR. Ma se io ve ne assolvo, non vi basta? Se son pronto pagarvi tutte le vostre mercedi, non siete contento?

ALB. No me basta, no son contento. I bezzi no li stimo, d’una causa no fazzo conto, me preme el mio decoro, la mia fama, la mia estimazion. Cossa diria Venezia de mi, se tornasse senza aver trattà quella causa, per la qual tutti sa che son vegnudo a Rovigo? La verità se sa presto, e per quanto la vostra onestà procurasse celarla, le male lengue se faria gloria de pubblicarla. Se diria per le piazze, per le botteghe, per i mezzai11, per i tribunali: Alberto xe vegnù a Venezia senza trattar la so causa. Perché? Perché el s’ha innamorà della bella avversaria; e el so cliente, diffidando della so onoratezza, della so pontualità, el gh’ha levà le carte, el l’ha cazzà via. Bell’onor, bella gloria che me saria acquistà a vegnir a Rovigo! Sior Florindo, no sarà mai vero che parta da sto paese senza trattar sta causa, che me sta tanto sul cuor.

FLOR. Basta, per oggi non si tratterà più; per l’avvenire ci penseremo.

ALB. Come! No la se tratterà più? No xela deputada per ancuo dopo disnar?

FLOR. Io sono andato dal signor giudice a levar l’ordine, e l’ho pregato di far notificare la sospensione all’avvocato avversario.

ALB. L’alo mandada a notificar?

FLOR. Non vi era il messo, ma prima del mezzogiorno sarà notificata.

ALB. Ah! sior Florindo, za che gh’è tempo, remediemo a sto gran desordene, impedimo sta sospension, lassemo correr la trattazion della causa. Per un sospetto, per un pontiglio, per un’idea insussistente e vana no se precipitemo tutti do in t’una volta, no femo rider i nostri nemici.

FLOR. Tant’è, ho risoluto così. I miei non sono sospetti vani, ma ho in mano la sicurezza che mi volete tradire.

ALB. Oimè! Cossa sentio? Oh! che stoccada al mio cuor! Se in altra occasion me vegnisse fatta un’offesa de sta natura, farave tornar la parola in gola a chi avesse avudo la temerità de pronunziarla; ma in sta contingenza, in sto stato nel qual me trovo, bisogna che ve prega, che ve supplica a dirme con qual fondamento me podè creder un traditor.

FLOR. Tutte le apparenze vi dimostrano tale, ma poi il signor Conte istesso mi assicura che avete patteggiato con la signora Rosaura di precipitar la mia causa, per acquistarvi la di lei grazia.

ALB. Ah infame! ah scellerato! Se un zuramento no me impedisse parlar, ve faria inorridir, rappresentandove con che massime, con che progetti quell’anema negra ha tentà de sedurme. E vu vorrè, sior Florindo, creder a lu che ve xe nemigo, più tosto che a mi, che son el vostro avvocato?

FLOR. Per non far torto a nessuno, sospenderò di creder tutto, ma la causa non si tratterà.

ALB. Se no se tratta sta causa, son rovinà.

FLOR. Ma io vi parlo schietto. Non voglio arrischiarmi di perderla, con questi dubbi che ho nella mente.

ALB. No ve dubitè, no la perderemo. Sta volta la causa xe tanto chiara, che ve prometto pienissima la vittoria.

FLOR. E se si perde?

ALB. Se la se perde per causa mia, me esibisso mi pagar tutte le spese del primo giudizio e dell’appellazion. Son pronto a farve un obbligo, e vegnì qua, che ve lo fazzo subito, se volè. Se dell’obbligo no ve fidè, ve darò in pegno tutto quello che gh’ho. Le spese della causa no se pol estender a tanto, ma n’importa, ve darò anche la camisa, ve darò el cuor, purché se salva el mio decoro, la mia reputazion. Caro sior Florindo, omo onesto, omo da ben, abbiè compassion de mi. Son qua a pregarve che me lassè trattar sta causa, che me lassè resarcir quella macchia che l’accidente, ma più la malizia d’un impostor, ha impressa sull’onorata mia fronte. L’unico patrimonio dell’omo onesto xe l’onor; l’onor xe el capital più considerabile dell’avvocato. Più se stima un omo onesto, che un omo dotto. No me levè sto bel tesoro, custodìo con tanto zelo nell’anima; andè dal giudice, retrattè la sospension, lassè che corra la causa, fideve de mi, credeme a mi, che più tosto moriria mille volte che sporcar con azion indegne la mia nascita, el mio decoro. Ve prego, ve supplico, ve sconzuro.

 

 

 





p. -
11 Il mezzà vuol dire lo studio.



Precedente

Successivo

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (VA1) - Some rights reserved by Èulogos SpA - 1996-2009. Content in this page is licensed under a Creative Commons License