Carlo Goldoni
L'avvocato veneziano

ATTO SECONDO

SCENA DODICESIMA

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SCENA DODICESIMA

 

Lelio e detti.

 

FLOR. (Ah! sì, mi sento portato a credergli. Sarebbe troppo scellerato, se mi tradisse). (da sé)

LEL. Amico, che avete che mi parete assai mesto? Che è ciò che tanto vi preme, che abbiate a chiedere con tanta forza? con sì gran calore?

ALB. Ve dirò; giera qua che me parecchiava alla disputa. Me figurava de esser davanti al giudice, e infervorà nella conclusion della renga, domandava giustizia alla rason, alla verità.

LEL. Questo è troppo, perdonatemi. Bisogna guardarsi da certe caricature.

ALB. Bravo, disè ben, lo so anca mi. Ma a logo e tempo bisogna valerse dei mezzi termini. E sta volta la mia disputa giera d’un certo tenor, che bisognava terminarla cussì.

FLOR. Signor Alberto, la vostra disputa non mi dispiace. Vado a confermare al giudice la trattazione per oggi.

ALB. Sia ringrazià el cielo. No vedo l’ora de far conosser al mondo chi son.

LEL. Tutti sanno che siete un bravo oratore.

ALB. Eh! amigo, spero far cognosser una cossa che preme più.

LEL. Io non v’intendo.

FLOR. L’intendo io, e tanto basta. Dopo pranzo sarò da voi.

ALB. Songio siguro?

FLOR. Sicurissimo.

ALB. Sieu benedetto. Tolè, che ve lo dago de cuor. (gli un bacio)

FLOR. (Se il Conte mi ha ingannato, me ne renderà conto). (parte)

 

 

 


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