Carlo Goldoni
L'avvocato veneziano

ATTO SECONDO

SCENA QUINDICESIMA

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SCENA QUINDICESIMA

 

Il dottore Balanzoni e detti.

 

DOTT. Chi è qui? Vi è mia nipote?

COL. Signor no; è uscita di casa colla mia padrona. Non sono ancora ritornate.

DOTT. L’ora s’avanza. Abbiamo da pranzare; dopo desinare corre la causa, e questa signora non si vede.

COL. Mi dai il mio zecchino? (ad Arlecchino)

ARL. Signora no.

COL. Sei un ladro.

ARL. Son un galantomo. Sel te vegnisse, te lo daria.

COL. Mi tocca assolutamente. Aspetta. Signor Dottor, ella che è avvocato, favorisca decidere una contesa che verte fra di noi.

ARL. La favorissa dir la so opinion, ma senza paga.

DOTT. Dite pure; m’immagino che sarà cosa di gran rilievo! Frattanto verrà Rosaura.

COL. Sappia, signor Dottore...

ARL. Lasseme parlar a mi. La sappia, sior avvocato, che sti do zecchini i è mii...

COL. Non è vero, toccano metà per uno.

ARL. Non è vero niente.

DOTT. Parlate uno alla volta, se volete che io v’intenda.

COL. Arlecchino ha ritrovati due zecchini sotto un candeliere. Sono stati lasciati da un tagliatore, per mancia della servitù; dunque sono metà per uno.

ARL. Non è vero. Chi trova, trova.

COL. Noi facciamo tutte le cose della casa assieme, e anche l’utile deve essere a metà.

ARL. Non è vero che femo le cosse assieme, perché mi dormo nel mio letto, e Colombina nel suo.

COL. Dica, signor Dottore, chi ha ragione?

ARL. Quei zecchini no eli mii?

DOTT. Via, da buoni amici, da buoni compagni: uno per uno.

COL. Senti? (ad Arlecchino)

ARL. No ghe stago.

COL. L’ha detto un dottore.

ARL. L’è un ignorante.

DOTT. Temerario!

 

 

 


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