Carlo Goldoni
L'avvocato veneziano

ATTO TERZO

SCENA SECONDA

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SCENA SECONDA

 

 

Il dottor Balanzoni con delle scritture. Rosaura col velo su gli occhi,

vestita modestamente, un Sollecitatore e detti.

(Si salutano tutti fra di loro. Rosaura non guarda Alberto, né Alberto Rosaura. Il Dottore ad essa la mano, e la fa sedere sulla banca. Poi siede col suo Sollecitatore al fianco.

Poi viene il Giudice in toga, il Notaro, il Comandador, ed il Lettore. Tutti s’alzano.

(Il Giudice va a sedere nel mezzo. Il Notaro da una parte. Il Comandador in piedi dietro al Giudice. Il Lettore in piedi, presso il tavolino del Giudice, dalla parte del Dottor Balanzoni.)

 

GIUD. (Suona il campanello)

DOTT. (S’alza) Siamo, qui, illustrissimo signore, per definire la causa Balanzoni e Aretusi. Vossignoria illustrissima non ha voluto leggere la mia scrittura di allegazione, comandi dunque: che cosa ho da fare?

GIUD. Non ho voluto leggere la vostra scrittura d’allegazione in questa causa, perché io, secondo il nostro stile, non ricevo informazioni private. Le vostre ragioni le avete a dire in contradditorio.

DOTT. Le mie ragioni sono tutte registrate in questa scrittura; se vossignoria illustrissima la vuol leggere...

GIUD. Non basta che io la legga; l’ha da sentire il vostro avversario. Se volete, vi è qui il lettore che la leggerà.

DOTT. Se si contenta, la leggerò io.

GIUD. Fate quel che vi aggrada. (Il Lettore va dall’altra parte e si pone a sedere indietro. Il Dottore siede, e legge la scrittura d’allegazione. Alberto colla sua penna da lapis va facendo le sue annotazioni. Rosaura con gli occhi bassi mai guarda Alberto, né egli mai Rosaura)

DOTT. (Legge)

 

RHODIGIENSIS DONATIONIS

pro domina rosaura balanzoni

contra dominum florindum aretusi

 

Illustrissimo Signore

Se è vero, come è verissimo in jure, che unusquisque rei suae sit moderator et arbiter, onde ognuno delle sue facoltà possa a suo talento disporre, vero sarà e incontrastabile che il fu signor Anselmo Aretusi, padre del signor Florindo, avversario in causa, avrà potuto beneficare colla sua donazione la povera ed infelice Rosaura Balanzoni, che col mezzo della mia insufficienza chiede al tribunale di vossignoria illustrissima della donazione medesima la plenaria confermazione, previa la confermazione della sentenza a legge, giustamente a nostro favore pronunciata.

Nell’anno 1724, il fu signor Aretusi pregò il fu Pellegrino Balanzoni, padre di questa infelice, che a lui la concedesse per figlia adottiva, giacché dopo dieci anni non aveva avuta prole alcuna dal suo matrimonio. Pellegrino Balanzoni aveva tre figlie, e per condiscendere alle istanze d’Anselmo, si privò di questa, per contentare l’amico; onde eccola passata dalla podestà del padre legittimo e naturale a quella del padre adottivo: Quia per adoptionem acquiritur patria potestas. Per prezzo, o sia remunerazione, d’avergli il padre naturale ceduta la propria figlia, e in tal maniera consolato il di lui dolore per la privazione di prole, fece una donazione alla figlia adottiva di tutti i suoi beni liberi, ascendenti alla somma di ventimila ducati, riserbandosi di testare mille ducati per la validità della donazione. Se morto fosse il padre adottivo senza figliuoli del suo matrimonio nati, non vi sarebbe chi contendesse alla donataria i beni liberi del donatore, ma essendo nato due anni dopo il signor Florindo avversario, egli impugna la donazione, la pretende nulla e di niun valore, e ne domanda revocazione, o sia taglio. Ecco l’articolo legale: se si sostenga la donazione a favore della donataria, non ostante la sopravvenienza del figlio maschio del donatore. A prima vista pare che io abbia a temere la decisione alla mia cliente contraria, fondandosi gli avversari sul testo: Per supervenientiam liberorum revocatur donatio. Lege: Si unquam, Codice de revocandis donationibus. Ma esaminando minutamente il contratto della donazione, le circostanze e le conseguenze, spero di ottenere dalla sapienza del giudice favorevole la sentenza.

Varie ragioni, tutte fortissime e convincenti, m’inducono ad assicurarmi della vittoria.

Prima di tutto è osservabile che quando seguì la donazione di cui si tratta, erano passati dodici anni di matrimonio del donatore, senza aver mai avuti figliuoli, onde si potea persuader ragionevolmente di non più conseguirne. Con questa fede il padre suo naturale si è privato della sua tenera figlia, e senza la previa donazione non gliel’avrebbe concessa.

Ma, più forte, per causa di questa donazione il padre naturale ha collocate le altre due figlie decentemente, né di questa ha fatto menzione. Ha loro distribuite le sue sostanze, ed affidatosi che la terza fosse provveduta coi beni del donatore, è morto senza lasciare alcun benché minimo provvedimento, onde, se Rosaura perde la causa, resta miserabile affatto, destituta di ogni soccorso, senza dote, senza casa e senza alimenti. All’incontro il signor Florindo avversario, se perde, come perderà senz’altro, i ventimila ducati, gli resta la dote materna, consistente in ducati cinquemila, gli restano i fideicommissi ascendentali che ammontano a più di trentamila ducati, come si giustifica nel processo, che avrà vossignoria illustrissima bastantemente osservato.

Tutte le ragioni dette finora, cavate dalle viscere della causa e dalle verità de’ fatti provati, potrebbero bastare per indur l’animo del sapientissimo giudice a pronunciare il favorevole decreto; ma siccome noi altri jurisconsulti erubescimus sine lege loqui, e gridano le leggi: quidquid dicitur, probari debet, mi dispongo a provare colle autorità quanto finora ho allegato. La donazione si sostiene, perché: Donatio perfecta revocari non potest. Clarius in paragrapho donatio, quaestione prima, numero tertio. osta l’obbietto: per supervenientiam liberorum revocatur donatio. Perché ciò s’intende quando la donazione è fatta all’estraneo, non quando è fatta al figliuolo. Lege: Si totas, Codice de inofficiosis donationibus. Sed sic est, che la presente donazione è stata fatta alla figlia adottiva; quae per adoptionem aequiparatur filio legitimo et naturali, ergo la donazione non è revocabile.

Ma per ultimo mi sono riserbato il più forte argomento per abbatter tutte le ragioni dell’avversario. La donazione di cui si tratta, benché abbia aspetto di donazione inter vivos, ella però, riguardo all’effetto di essa, verificabile tantum post mortem donatoris, è più tosto una donazione causa mortis, ut habetur ex hoc titulo de donationibus causa mortis. La donazione causa mortis habet vim testamenti. Lege secunda in verbo legatum, Digestis, de dote praelegata. Ergo se non si sostenesse come donazione, si sosterrebbe in vigore di testamento. È vero che mens hominis est ambulatoria usque ad ultimam vitae exitum: ma appunto per questo, perché morendo il donatore non ha revocata la donazione, ha inteso che quella sia l’ultima sua volontà, la quale si deve attendere ed osservare.

Concludo adunque che la donazione non è revocabile, che la donataria merita tutta la compassione, e che unita questa alla giustizia nell’animo di vossignoria illustrissima, mi fa, come diceva a principio, esser sicuro della vittoria. (fa una reverenza al Giudice)

ALB. (S’alza, alcune carte al Lettore, che s’alza e s’accosta al tribunale)

(Rosaura alza gli occhi, e vedendo Alberto in atto di parlare, fa un atto di disperazione e si asciuga gli occhi col fazzoletto)

(Alberto la vede, incontrandosi a caso cogli occhi nel di lei volto. Fa anch’egli un atto d’ammirazione. Poi mostra di raccogliersi, e principia la disputa)

ALB. Gran apparato de dottrine, gran eleganza de termini ha messo in campo el mio reverito avversario; ma, se me permetta de dir, gran disputa confusa, gran fiacchi argomenti, o per dir meggio, sofismi. Responderò col mio veneto stil, segondo la pratica del nostro foro, che val a dir col nostro nativo idioma, che equival nella forza dei termini e dell’espression ai più colti e ai più puliti del mondo. Responderò colla lezze alla man, colla lezze del nostro Statuto, che equival a tutto el codice e a tutti i digesti de Giustinian, perché fondà sul jus de natura, dal qual son derivade tutte le leggi del mondo. No lasserò de responder alle dottrine dell’avversario, perché me sia ignoti quei testi o quei autori legali, dai quali dottamente el le ha prese, perché anca nualtri, e prima de conseguir la laurea dottoral, e dopo ancora, versemo sul jus comun, per esser anca de quello intieramente informadi, e per sentir le varie opinion dei dottori sulle massime della giurisprudenza. Ma lasserò da parte quel che sia testo imperial, perché avemo el nostro veneto testo, abbondante, chiaro e istruttivo, e in mancanza de quello, in qualche caso, tra i casi infiniti che son possibili al mondo, dal Statuto o non previsti o non decisi, la rason natural xe la base fondamental sulla qual riposa in quiete l’animo del sapientissimo giudice; avemo i casi seguidi, i casi giudicadi, le leggi particolari dei magistrati, l’equità, la ponderazion delle circostanze, tutte cosse che val infinitamente più de tutte le dottrine dei autori legali. Queste per el più le serve per intorbidar la materia, per stiracchiar la rason e per angustiar l’animo del giudice, el qual, non avendo più arbitrio de giudicar, el se liga e el se soggetta alle opinion dei dottori, che xe stadi omeni come lu, e che pol aver deciso cussì per qualche privata passion. Perdoni el giudice se troppo lungamente ho desertà dalla causa, credendo necessario giustificarme a fronte d’un avversario seguace del jus comun, e giustissima cossa credendo dar qualche risalto al nostro Veneto Foro, el qual xe respettà da tutto el resto del mondo, avendo avudo più volte la preferenza d’ogni altro foro d’Europa, per decider cause tra principi e tra sovrani.

Son qua, son alla causa e incontro de fronte la disputa dell’avversario. Sta bella disputa, fatta da mio compare Balanzoni con tutto el so comodo, senza scaldarse el sangue e senza sfadigar la memoria, la stimo infinitamente; ma, per dir la verità, quel che più stimo e considero in sta disputa, o sia allegazion dell’avversario, xe l’artificio col qual l’ha cercà de confonder la causa, de oscurar el ponto, acciò che no l’intendael giudice, né l’avvocato. Ma l’avvocato l’ha inteso, e el giudice l’intenderà. (il Dottore si va scuotendo)

Coss’è, compare? Menè la testa? M’impegno che in sta causa no ghe n’avè un fil de sutto12. A mi. Cossela sta gran causa? Qual elo sto gran ponto de rason13? Xelo un ponto novo? Un ponto che no sia mai stà deciso? El xe un ponto del qual a Venezia un prencipiante se vergogneria de parlarghene in Accademia14. La senta e la me giudica su sta verità, dipendente da un’unica carta che el mio reverito sior Balanzoni non ha avudo coraggio de lezer, e che mi a so tempo ghe lezerò. El sior Anselmo Aretusi, padre del mio cliente, diesanni l’è stà maridà senz’aver prole; el chiamava desgrazia quel che tanti e tanti chiamarave fortuna, e el desiderava dei fioli per aver dei travaggi. L’ha trovà un amigo che gh’aveva una desgrazia più grande della soa, perché el gh’aveva tre fie15, che ghe dava da sospirar. El ghe n’ha domandà una per fia de anema16, e lu ghe l’ha dada volentierissimo, e el ghe l’averave dae tutte tre, se l’avesse podesto. Anselmo tol in casa sta piccola bambina, dell’età de tre anni, el s’innamora in quei vezzi innocenti che xe propri de quell’età, e do anni dopo el se determina a farghe una donazion general de tutti i so beni. Ma la senta con che prudenza, con che cautela e con che preambolo salutar l’omo savio e prudente ha fatto sta donazion; e qua la me permetta che, prima de trattar el ponto, prima de considerar i obietti dell’avversario, ghe leza quella carta che xe la base fondamental della causa, quella donazion che ha omesso, forsi non sine quare, de lezer el mio avversario, e che la mia ingenuità xe in impegno de farghe prima de tutto considerar. Animo, sior lettor; chiaro, adasio e pulito: contratto de donazion a carte 4.

LETT. Addì 24 Novembre 1725, Rovigo. (legge caricato nel naso)

ALB. (Fa un atto d’ammirazione sentendolo difettoso) Bravo, sior sgnanfo17, tirè de longo.

LETT. Considerando il nobile signor Anselmo Aretusi che in dieci anni di matrimonio non ha avuto figliuoli...

ALB. Considerando che in dieci anni di matrimonio non ha avuto figliuoli. Via mo, da bravo.

LETT. E temendo morire...

ALB. E temendo morire...

LETT. Senza sapere a chi lasciare le sue facoltà...

ALB. E temendo morire senza sapere a chi lasciare le sue facoltà. Anemo, compare sgnanfo.

LETT. Avendo preso per figlia d’anima...

ALB. Per figlia d’anima... La fia d’anema vol portar via l’eredità a quello che xe fio del corpo? Bella da galantomo. Avanti.

LETT. La signora...  (non sa rilevare la parola che segue)

ALB. Via, avanti.

LETT. La signora...

ALB. La signora... (lo carica) Tireu avanti, o lezio mi?

LETT. La signora... Rocaura Balanzoni.

ALB. Cossa diavolo diseu? O quei vostri occhiali fa scuro, o vu no savè lezer, compare. Lassè veder a mi. Compagneme coll’occhio, se digo ben. (prende esso i fogli) Avendo presa per figlia d’anima la signora Rosaura Balanzoni, a quella ha fatto e fa donazione di tutti i suoi beni, liberi presenti e futuri, mobili e stabili. Tegnì saldo, basta cussì. (rende i fogli al Lettore)

El donator porlo spiegar più chiaramente la so intenzion? Ghe rincresce non aver fioi, el dubita de morir senza eredi, per questo el dona i so beni alla fia d’anema; ma se el gh’aveva fioi, nol donava, ma se el ghaverà fioi, sarà revocada la donazion. Mo! nol l’ha revocada. Se nol l’ha revocada lu, l’ha revocada la lezze. Cossa dise la lezze? Che se el padre donando pregiudica alla ragion dei fioi, no tegna la donazion. Sta donazion pregiudichela alla rason del fio del donator? Una bagattella! la lo despoggia affatto de tutti i beni paterni. Mo! dise l’avvocato avversario, el gh’ha la dote materna, el gh’ha i fideicommessi ascendentali, el xe aliunde provvisto. Questi no xe beni paterni; questi nol li riconosce dal padre, ma dalla madre e dai antenati. I beni paterni xe i beni liberi, nei quali i fioli i gh’ha el gius della legittima, e el padre senza giusta causa no li pol eseredar. Ma come sto bon padre voleva eseredar un so fio, se el se rammaricava non avendo fioi e se el desiderava un erede? A fronte de una legge cussì chiara, cussì giusta, cussì onesta, cussì natural, no so cossa che se possa dir in contrario. Eppur xe stà dito. El dotto avvocato avversario ha dito. Ma cossa alo dito? Tutte cosse fora del ponto. El vede persa la nave, el se butta in mar, el se tacca ora a un albero, ora al timon, ma un per de onde lo rebalta, lo butta a fondi. Esaminemo brevemente i obietti e risolvemoli, no per la necessità della causa ma per el debito dell’avvocato. Prima de tutto el dise: la donazion se sostien, perché no la xe revocabile. Questo è l’istesso che dir: mi son qua, perché no son . Ma perché songio qua? Perché non ela revocabile? Sentimo ste belle rason. Compatime, compare Balanzoni, ma sta volta l’amor del sangue v’ha fatto orbar. La xe vostra nezza18, ve compatisso. El dise: quando el donator ha fatto sta donazion, giera dodesanni ch’el giera maridà, fin allora no l’aveva abù fioi, onde el se podeva persuader de non averghene più. Vardè se questa xe una rason da dir a un giudice de sta sorte. Quanti anni gh’aveva la siora Ortensia Aretusi, quando Anselmo so mario ha fatto sta donazion? Vardè, sior lettor caro, a carte otto, tergo.

LETT. (Guarda a carte otto, e legge) Fede della morte della signora Ortensia Aretusi...

ALB. No, no, otto tergo.

LETT. Fede della morte...

ALB. Tergo, tergo.

LETT. (Lo guarda, e ride con modestia)

ALB. Ah! no savè cossa che vuol dir tergo? E sì a muso lo doveressi saver. Vardè da drio, alle carte otto. (Oh che bravo lettor!) (da sé)

LETT. Fede come nell’anno 1725...

ALB. Che xe l’anno della donazion.

LETT. La signora Ortensia, moglie del signor Anselmo Aretusi, aveva...

ALB. Aveva...

LETT. Anni...

ALB. Anni...

LETT. Trentadue...

ALB. Trentadue...

LETT. Ed era in quel tempo...

ALB. Basta cussì, che me fe vegnir mal. La gh’aveva 32 anni, e so mario desperava de aver più fioi? No l’aveva miga serrà bottega, per dir che no ghe giera più capital. Oh! che caro sior dottor Balanzoni! Sentì più bella: con sta fede, el padre della signora avversaria ha concesso so fia all’Aretusi, altrimenti nol ghe l’averave dada. Perché no s’alo fatto far una piezaria dalla siora Ortensia de far divorzio da so mario? Ma bisogna che sta piezaria19 o ella, o qualchedun altro, ghe l’abbia fatta, perché su sta fede l’ha collocà le altre do fie, a quelle el gh’ha tutto, e questa nol l’ha considerada per gnente. L’è morto senza gnente, e ella no la gh’ha gnente. Da sto fatto l’avversario desume una rason, che s’abbia da laudar20 la donazion, perché una povera putta no abbia da restar affatto despoggia. Xe ben che la sia vestida, ma se per vestirla ella s’ha da spoggiar un altro, più tosto che la resta nua, che la troverà qualchedun che la vestirà. La resta senza casa e senza alimenti? Mo no ghala el sior zio, che xe fradello del padre, e che xe obbligà in caso de bisogno a soccorrer i so nevodi? Dopo che l’avvocato avversario ha dito ste belle cosse, el s’ha impegnà de provarle tutte, perché i giurisconsulti della so sorte se vergogna parlar senza i testi alla man. Ma el s’ha ridotto a provarghene una sola, e saria stà meggio per lu che nol l’avesse provada, perché, la so prova, prova contra de lu medesimo. El dise: non osta l’obietto della sopravenienza dei fioi, perché questa opera quando la donazion xe fatta all’estraneo, no quando l’è fatta a qualch’altro fiol. La fia adottiva se paragona al fiol legittimo e natural, ergo la donazion no xe revocabile. Falso argomento, falsissima conseguenza. El fio adottivo se considera come legittimo e natural, quando manca el legittimo e natural. Co i xe in confronto, el fio per elezion cede al fio per natura, ma de più, se se trattasse de do fioi legittimi e naturali, e el padre avesse donà a uno per privar l’altro, no tegnirave la donazion. Più ancora, se el padre avesse donà a un unico fio legittimo e natural, e dopo ghe nascesse uno o più fioi, sarave revocada la donazion; donca molto più la va revocada nel caso nostro, nel qual se tratta de escluder un fio a fronte d’una straniera. Ecco i gran obietti, ecco le terribili prove. Tutte cosse che no val niente, cosse indegne della gravità del giudice che ne ascolta; e mi, che son l’infimo de tutti i avvocati, arrossisso squasi a parlarghene lungamente: che però vegno all’ultimo obietto, salvà per ultimo dall’avversario, perché credudo el più forte, ma che, in quanto a mi, lo metto a mazzo coi altri. El dise: fermeve, che se la donazion me scantina21, come donazion, ve farò un barattin22, e de donazion ve la farò deventar testamento. E qua el me fa la distinzion legal della donazion, inter vivos e causa mortis; e perché la donataria no podeva conseguir l’effetto della donazion, se non dopo la morte del donator, el dise: la xe una donazion causa mortis; la donazion causa mortis habet vim testamenti, onde non avendo fatto el donator altro testamento, questa se deve considerar per el so testamento. Fin adesso el mio riverito avversario; adesso mo a mi, e per vegnir alle curte, con un dilemma ve sbrigo. Voleu che la sia donazion, o voleu che el sia testamento? Se l’è donazion l’è invalida, se l’è testamento nol tien. Forti a sto argomento, dai filosofi chiamà cornuto, e vardevene ben, che el ve investe da tutte le bande. Se l’è donazion, l’è invalida, perché per la sopravenienza dei fioi se revoca la donazion. Se l’è testamento, nol tien, perché quel testamento che no considera i fioi, che li priva dell’eredità e della legittima, i xe testamenti ipso jure nulli; e i xe nulli per le nostre venete leggi, e i xe nulli per tutte le leggi del jus comun. Onde donazion invalida, testamento no tien, questa xe una tenacca, da dove no se se cava, senza perder el matador. Ma el matador l’avè perso, e mi la causa l’ho vadagnada, perché so con chi parlo; l’ho vadagnada, perché so de che parlo. Parlo con un giudice che intende e che sa; parlo d’una materia più chiara della luse del sol. Da un’unica carta dipende la disputa, la controversia, el giudizio. Sta carta xe invalida, la va taggiada23, el giudice la taggierà: perché la donazion no sussiste, né come donazion, né come testamento; perché un fiol legittimo e natural non ha da esser privà dell’eredità paterna a fronte de una straniera; perché in sto caso, dove se tratta della verità e della giustizia, non ha d’aver logo la compassion; perché se l’avversaria resterà miserabile, sarà colpa del padre de natura, no del padre d’amor, dal qual senza debito e con danno del fiol che defendo, l’è stada mantenuda e custodida per tanti anni; e in ancuo24, quel che ha fatto Anselmo Aretusi per carità, lo pol far, e lo farà, l’avvocato Balanzoni per obbligo e per dover; e sarà effetto della giustizia taggiar la donazion, previa la revocazion della tal qual sentenza a legge avversaria, in tutto e per tutto a tenor della nostra domanda, compatindo l’insufficienza dell’avvocato che malamente ha parlà. (s’inchina e va dietro al tribunale, dove vi è il Servitore che gli mette il ferraiuolo ed il cappello; e col fazzoletto coprendosi la bocca, parte col Servitore.)

GIUD. (Suona il campanello. Tutti si alzano, fuorché esso Giudice ed il Notaro)

COM. Signori, tutti vadano fuori.

(Tutti, facendo riverenza al Giudice, s’incamminano. Il Dottore mano a Rosaura, che si asciuga gli occhi)

DOTT. Non piangete, che vi è ancora speranza. (a Rosaura)

ROS. Speranze vane! Sono precipitata. (parte col Dottore e col Sollecitatore)

LEL. Che ne dite? Si è portato bene? (a Florindo)

FLOR. Non potea dir di più. (parte con Lelio)

GIUD. (Detta sottovoce la sentenza al Notaro, il quale scrive; intanto si tirano in disparte il Lettore ed il Comandador a discorrere assieme)

COM. Come va, signor Agapito? Fate il lettore e non sapete leggere?

LETT. Vi dirò: quella povera ragazza mi faceva tanta pietà, che mi cascavano le lagrime e non ci vedeva.

COM. Io avrei più gusto che la vincesse il signor Florindo.

LETT. Perché?

COM. Perché da lui potrei sperare una mancia migliore.

LETT. Ma che dite di quel bravo avvocato veneziano? Grand’uomo di garbo! E sì, quando lo dico io!...

COM. Certo è bravissimo. Ma a Venezia ne ho sentiti tanti e tanti più bravi di lui.

LETT. Sì eh? Oh, se posso, voglio andare a fare il lettore a Venezia.

COM. Se non sapete che cosa voglia dir tergo.

LETT. E voi volete mettere la lingua dove non vi tocca.

GIUD. (Suona il campanello)

COM. (Va alla porta) Dentro le parti.

 

 

 





p. -
12 Non avete un principio di ragione.



13 Ponto de rason, articolo legale



14 In Venezia si accostumano le Accademie, nelle quali la gioventù si esercita nell'arringare.



15 Fie, figlie.



16 Fia de anema, figlia per affetto, o sia adottiva.



17 Sgnanfo, si dice chi parla nel naso.



18 Nezza, nipote.



19 Piezaria, mallevadoria.



20 Laudar, termine del Foro Veneto, che significa confermar.



21 Scantina, traballa.



22 Barattin, scambietto.



23 Taggiar, termine del Foro Veneto, che significa annullare o revocare.



24 In ancuo, in oggi.



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