Carlo Goldoni
L'avvocato veneziano

ATTO TERZO

SCENA DECIMA

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SCENA DECIMA

 

Lelio, Florindo e detti.

 

LEL. Con permissione della signora Beatrice. Amico, vi abbiamo ricercato da per tutto, e non vi abbiamo trovato; abbiamo saputo che eravate qui, e ci siamo presi la libertà di qui venire per abbracciarvi, e consolarci con voi della eroica azione che avete fatta. (ad Alberto)

ALB. Cossa disela, sior Florindo? Ala più zelosia de vederme vicin alla so avversaria?

FLOR. No, caro signor Alberto; anzi vi chiedo scusa de’ miei troppo ingiusti sospetti. Voi siete il più illibato, il più prudente, il più saggio uomo del mondo: da voi riconosco la mia vittoria; molto dovrei fare per ricompensare le vostre virtuose fatiche; ma vi prego per ora degnarvi di accettare per una caparra delle mie obbligazioni questi cinquanta zecchini, che vi offerisco. (gli presenta una borsa)

ALB. Sior Florindo amatissimo, no è per superbia né per avarizia, che ricuso la generosa offerta che la me fa; perché l’omo, de qualunque profession el sia, nol s’ha da vergognar de ricever el premio delle so fadighe, e riguardo al mio merito, cinquanta zecchini i xe anca troppi; la prego però de despensarme dall’accettarli, e permetterme che li ricusa, senza offenderla e senza disgustarla. La rason, perché no li accetto, xe ragionevole e giusta. La mia disputa, per un ponto d’onor, ha ridotto in miseria la povera signora Rosaura, e no vôi che se creda che abbia sacrificà alla mercede l’amor che aveva per ella.

FLOR. Sentimenti eroici e sublimi, degni d’un uomo del vostro merito e della vostra virtù.

ALB. La diga d’un avvocato onorato.

FLOR. Ma vi prego a non lasciarmi col rossore di vedermi ingrato e sconoscente con voi.

ALB. La fede che l’ha avudo in mi, non ostante tutte quelle false apparenze che me voleva far creder reo, xe una mercede che ricompensa ogni mia fatica.

FLOR. Giacché ricusate questo denaro, fatemi un piacere; ve lo domando per grazia, per finezza; degnatevi di accettare questo piccolo anello, per una memoria della mia gratitudine. Val meno dei cinquanta zecchini, ma poiché volete così, non ricusate il dono, se ricusaste la ricompensa.

ALB. Orsù, no voggio con un affettada ostinazion confonder la virtù coll’inciviltà. Acetto l’anello che la me dona, e la varda che bell’uso che ghe ne fazzo; qua, alla so presenza, lo metto in deo alla mia novizza.

LEL. Come! È vostra sposa?

FLOR. Rosaura vostra consorte?

ALB. Sior sì, patron sì. Mia sposa, mia consorte. Ella aveva bisogno d’uno che rimediasse alle so disgrazie, mi aveva bisogno d’una che assicurasse la quiete e el decoro della mia fameggia, e se fazzo el bilanzo del so merito e del mio stato, trovo aver mi vadagnà moltissimo più de ella.

LEL. Me ne rallegro infinitamente. Faremo le nozze in casa mia, se vi compiacete.

ALB. Acetto le vostre grazie; e za che el sior Florindo m’ha l’anello, se el se degna, lo prego d’esser compare dell’anello25 de mia muggier26.

FLOR. Molto volentieri accetto l’onore che voi mi fate. Signora Rosaura, signora comare, vi chiedo scusa se vi sono stato nemico; in avvenire vi sarò buon servitore e compare.

ROS. Gradisco infinitamente le vostre generose espressioni. Compatisco la cagione che vi rendeva di me avversario, e mi sarà d’onore la vostra cortese amicizia.

BEAT. Cara la mia sposina, venite qua; lasciate che vi dia un bacio. Mi fate piangere dall’allegrezza. (le un bacio)

LEL. Ma il Conte che dirà?

BEAT. Si è protestato che, se Rosaura perde la lite, non la vuol più.

ALB. No se pol però concluder sto matrimonio, se no se strazza el contratto del Conte. Voggio che femo le cosse come che va.

FLOR. Il contratto del Conte lo romperò io, perché gli romperò ben bene la testa. Indegno! impostore! calunniatore! bugiardo!

 

 





p. -
25 Costume dello Stato veneto di chiamar compare dell’anello chi serve per testimonio agli sponsali.



26 Muggier, moglie.



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