Carlo Goldoni
La bancarotta, o sia il mercante fallito

ATTO TERZO

SCENA DODICESIMA

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SCENA DODICESIMA

 

Leandro e detti.

 

LEAN. Sì, signora Aurelia, ch'io venero come madre, se il cielo mi darà fortuna, spero che tutti saranno di me contenti. Voi avrete un assegnamento discreto, ma in caso di qualche estraordinario bisogno, non vi abbandonerò. Siete moglie di mio padre, e tanto basta perché io vi rispetti, e sia impegnato per l'onor vostro e per le vostre oneste soddisfazioni.

AUR. Caro signor Leandro, voi mi fate piangere per tenerezza. Rimetto tutto nel vostro bel cuore. Maritatevi, che il cielo vi benedica; io me ne anderò, dove voi mi destinerete ch'io vada.

LEAN. Siete padrona di restar qui. Ma è necessario che mio padre vada a ritirarsi in campagna, e sarebbe cosa ben fatta, e lodevole molto, che voi per qualche tempo soffriste di ritirarvi con lui.

AUR. Sì, lo farò volentieri. Piuttosto che scomparire in città, mi eleggo di buona voglia il ritiro della campagna.

DOTT. Gran cosa, che anche nell'atto di far un bene, si voglia perdere il merito per motivo dell'ambizione!

AUR. Si può sapere chi sia la moglie che avete scelto? (a Leandro)

LEAN. Ecco qui. La figlia del signor Dottore, l'amabile signora Vittoria, da cui riconoscerò mai sempre il mio bene, il mio stato, il mio onorevole risorgimento.

DOTT.signora. Ventimila ducati di dote e la mia assistenza lo faranno risorgere quanto prima.

 

 

 


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