Carlo Goldoni
La bottega del caffè

ATTO PRIMO

Scena Ventesima. Vittoria, poi Eugenio dalla locanda

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Scena Ventesima. Vittoria, poi Eugenio dalla locanda

 

VITTORIA Voglio accrescere la di lui sorpresa col mascherarmi. (si maschera)

EUGENIO Io non so quel ch'io m'abbia a dire; questa nega, e quei tien sodo. Don Marzio so che è una mala lingua. A queste donne che viaggiano non è da credere. Mascheretta? A buon'ora! Siete mutola? Volete caffè? Volete niente? Comandate.

VITTORIA Non ho bisogno di caffè, ma di pane. (si smaschera)

EUGENIO Come! Che cosa fate voi qui?

VITTORIA Eccomi qui strascinata dalla disperazione.

EUGENIO Che novità è questa? A quest'ora in maschera?

VITTORIA Cosa dite eh? Che bel divertimento! A quest'ora in maschera.

EUGENIO Andate subito a casa vostra!

VITTORIA Anderò a casa, e voi resterete al divertimento.

EUGENIO Voi andate a casa, ed io resterò dove mi piacerà di restare.

VITTORIA Bella vita, signor consorte!

EUGENIO Meno ciarle, signora: vada a casa, che farà meglio.

VITTORIA Sì, anderò a casa; ma anderò a casa mia, non a casa vostra.

EUGENIO Dove intendereste d'andare?

VITTORIA Da mio padre; il quale, nauseato dei mali trattamenti che voi mi fate, saprà farsi render ragione del vostro procedere e della mia dote.

EUGENIO Brava, signora, brava. Questo è il gran bene che mi volete; questa è la premura che avete di me e della mia riputazione.

VITTORIA Ho sempre sentito dire che crudeltà consuma amore. Ho tanto sofferto, ho tanto pianto, ma ora non posso più.

EUGENIO Finalmente, che cosa vi ho fatto?

VITTORIA Tutta la notte al giuoco!

EUGENIO Chi vi ha detto che io abbia giuocato?

VITTORIA Me l'ha detto il signor Don Marzio, e che avete perduto cento zecchini in contanti, e trenta sulla parola.

EUGENIO Non gli credete, non è vero.

VITTORIA E poi a’ divertimenti con la pellegrina.

EUGENIO Chi vi ha detto questo?

VITTORIA Il signor Don Marzio.

EUGENIO (Che tu sia maledetto!) (da sé) Credetemi, non è vero.

VITTORIA E di più impegnare la roba mia; prendermi un paio di orecchini, senza dirmi niente. Sono azioni di farsi ad una moglie amorosa, civile e onesta come sono io?

EUGENIO Come avete saputo degli orecchini?

VITTORIA Me l'ha detto il signor Don Marzio.

EUGENIO Ah lingua da tanaglie!

VITTORIA Già il signor Don Marzio, e lo diranno tutti, che uno di questi giorni sarete rovinato del tutto; ed io, prima che ciò succeda, voglio assicurarmi della mia dote.

EUGENIO Vittoria, se mi voleste bene, non parlereste così.

VITTORIA Vi voglio bene anche troppo, e se non vi avessi amato tanto, sarebbe stato meglio per me.

EUGENIO Volete andare da vostro padre?

VITTORIA Sì, certamente.

EUGENIO Non volete più star con me?

VITTORIA Vi sarò quando avrete messo giudizio.

EUGENIO (alterato) Oh, signora dottoressa, non mi stia ora a seccare.

VITTORIA Zitto; non facciamo scene per la strada.

EUGENIO Se aveste riputazione non verreste a cimentare vostro marito in una bottega da caffè.

VITTORIA Non dubitate, non ci verrò più.

EUGENIO Animo! via di qua.

VITTORIA Vado, vi obbedisco, perché una moglie onesta deve obbedire anche un marito indiscreto. Ma forse, forse sospirerete d'avermi quando non mi potrete vedere. Chiamerete forse per nome la vostra cara consorte, quando ella non sarà più in grado di rispondervi e di aiutarvi. Non vi potrete dolere dell'amor mio. Ho fatto quanto far poteva una moglie innamorata di suo marito. M'avete con ingratitudine corrisposto; pazienza. Piangerò da voi lontana, ma non saprò così spesso i torti che voi mi fate. V'amerò sempre, ma non mi vedrete mai più. (parte)

EUGENIO Povera donna! Mi ha intenerito. So che lo dice, ma non è capace di farlo; le andrò dietro alla lontana, e la piglierò con le buone. S'ella mi porta via la dote, son rovinato. Ma non avrà cuore di farlo. Quando la moglie è in collera, quattro carezze bastano per consolarla. (parte)

 


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