Carlo Goldoni
L'adulatore

ATTO SECONDO

SCENA SESTA

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SCENA SESTA

 

Don Sancio e detto.

 

SANC. Dove andate?

SIG. Veniva a ritrovare V. E.

SANC. Ho mandato a invitare a pranzo donna Aspasia.

SIG. Ella quanto prima verrà; così ha mandato a rispondere. Frattanto se V. E. mi permette, vorrei proporle alcune cose utili per la sua famiglia e necessarie per il governo.

SANC. Dite, ma brevemente: a me piace lo stile laconico.

SIG. Beati quelli che hanno l’intelletto pronto come V. E. Ella intende subito, e con due parole si fa capire.

SANC. Due parole delle mie vagliono per cento d’un altro.

SIG. È verissimo. Giuoco io, che a tre cose essenziali, che ora gli proporrò, V. E. risponde, risolve e provvede con tre parole.

SANC. Io non parlo superfluamente.

SIG. È necessario riformare la servitù. Tutta gente viziosa e di poco spirito.

SANC. Licenziatela.

SIG. Specialmente Brighella è un uomo ormai troppo vecchio, reso inabile e non buono a nulla.

SANC. Fate ch’ei se ne vada.

SIG. Verrà a ricorrere da V. E.; dirà che è antico di casa, che ha servito tanti anni.

SANC. Non l’ascolterò.

SIG. Ecco con tre parole accomodato un affare. Ora ne proporrò un altro. Pantalone de’ Bisognosi vorrebbe un privilegio per lavorare egli solo i velluti.

SANC. Se è giusto, farlo.

SIG. Vi è un altro che si esibisce introdurre un’altra fabbrica, a benefizio de’ poveri lavoranti.

SANC. Se è giusto, ammetterlo.

SIG. Se V. E. a me l’arbitrio, procurerò di esaminar la materia, e informerò la Corte per la pura giustizia.

SANC. Fate voi.

SIG. Bravissimo. Queste sono cose facili; ma ora devo esporre a V. E. una cosa di massima conseguenza.

SANC. Tutte le cose per me sono eguali.

SIG. Bella mente! Bella mente! Il signor don Filiberto non vuole andare alla Corte.

SANC. Lasci stare.

SIG. Ma io ho scoperto il perché.

SANC. Perché la moglie novella lo desidera a lei vicino.

SIG. Eccellenza, non è per questo. Egli fa il contrabbandiere. Introduce merci forestiere in questa città, negozia in pregiudizio della Camera e de’ finanzieri e colla protezione che gode della padrona, si fa adito a mille frodi, a mille cose illecite e scandalose.

SANC. Credo che ciò sia vero. Anche poco fa è venuta mia moglie a pregarmi per far restituire a donna Elvira venti braccia di pizzo, arrestatole dai birri per ordine de’ finanzieri.

SIG. Io, Eccellenza, parlo sempre colla verità sulle labbra. Ma i pizzi è il meno. Il tabacco, il sale, l’acquavite sono cose che rovinano le finanze.

SANC. In queste imprese vi ho anch’io il mio diritto. Costui mi defrauda.

SIG. È un contraffacente pubblico e abituato.

SANC. Don Sigismondo, che cosa abbiamo da fare?

SIG. Castigarlo.

SANC. Senza processarlo?

SIG. Formeremo il processo, ma bisogna assicurarsi della persona.

SANC. Fate voi.

SIG. Mi la facoltà di procedere e di ordinare?

SANC. Sì, fate voi...

SIG. Parmi sentir gente, permetta ch’io veda chi è.

SANC. Sì, fate quel che v’aggrada.

SIG. (Ora è tempo di divertirlo con donna Aspasia, per non dargli campo di pensare sugli ordini dati). (da sé, parte)

SANC. Che uomo illibato e sincero è questo don Sigismondo! È tutto infervorato per me, e, quello ch’io stimo, senza interesse, senza mai domandarmi nulla.

 

 

 


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