Carlo Goldoni
Il bugiardo

ATTO SECONDO

Scena Sedicesima. Lelio e detta

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Scena Sedicesima. Lelio e detta

 

LEL. Ecco la mia bella Rosaura; legge con grande attenzione: son curioso di saper cosa legga.

ROS. (Questo sonetto ha delle espressioni, che mi sorprendono.)

LEL. Permette la signora Rosaura, ch'io abbia il vantaggio di riverirla?

ROS. Oh perdonatemi, signor marchese, non vi aveva osservato.

LEL. Che legge di bello? Poss'io saperlo?

ROS. Ve lo dirò. Colombina mi ha chiamato sul terrazzino: ha ella ritrovato a caso questo sonetto, me lo ha consegnato, e lo trovo essere a me diretto.

LEL. Sapete voi chi l'abbia fatto?

ROS. Non vi è nome veruno.

LEL. Conoscete il carattere?

ROS. Nemmeno.

LEL. Potete immaginarvi chi l'abbia composto?

ROS. Questo è quello ch'io studio, e non l'indovino.

LEL. È bello il sonetto?

ROS. Mi par bellissimo.

LEL. Non è un sonetto amoroso?

ROS. Certo, egli parla d'amore. Un amante non può scrivere con maggior tenerezza.

LEL. E ancor dubitate chi sia l'autore?

ROS. Non me lo so figurare.

LEL. Quello è un parto della mia musa.

ROS. Voi avete composto questo sonetto?

LEL. Io, sì, mia cara; non cesso mai di pensare ai varj modi di assicurarvi dell'amor mio.

ROS. Voi mi fate stupire.

LEL. Forse non mi credete capace di comporre un sonetto?

ROS. Sì; ma non vi credeva in istato di scriver così.

LEL. Non parla il sonetto d'un cuor che vi adora?

ROS. Sentite i primi versi, e ditemi se il sonetto è vostro:

Idolo del mio cor, nume adorato,

Per voi peno tacendo, e v'amo tanto...

LEL. Oh, è mio senz'altro.

Idolo del mio cor, nume adorato,

Per voi peno tacendo, e v'amo tanto.

Sentite? Lo so a memoria.

ROS. Ma perché tacendo, se jersera già mi parlaste?

LEL. Non vi dissi la centesima parte delle mie pene. E poi è un anno che taccio: e posso dir ancora ch'io peno tacendo.

ROS. Andiamo avanti;

Che temendo d'altrui vi voglia il fato,

M'esce dagli occhi, e più dal cuore il pianto.

Chi mi vuole? Chi mi pretende?

LEL. Solita gelosia degli amanti. Io non ho ancora parlato con vostro padre, non siete ancora mia, dubito sempre e dubitando io piango.

ROS. marchese, spiegatemi questi quattro versi bellissimi:

Io non son cavalier, né titolato,

ricchezze o tesori aver mi vanto;

A me diede il destin mediocre stato,

Ed è l'industria mia tutto il mio vanto.

LEL. (Ora sì, che sono imbrogliato.)

ROS. È vostro questo bel sonetto?

LEL. Sì, signora, è mio. Il sincero e leale amore, che a voi mi lega, non mi ha permesso di tirar più a lungo una favola, che poteva un giorno esser a voi di cordoglio, e a me di rossore. Non son cavaliere, non son titolato, è vero. Tale mi finsi per bizzarria, presentandomi a due sorelle, dalle quali non volevo esser conosciuto. Non volevo io avventurarmi così alla cieca senza prima esperimentare se potea lusingarmi della vostra inclinazione: ora che vi veggo pieghevole a' miei onesti desiri, e che vi spero amante, ho risoluto di dirvi il vero, e non avendo coraggio di farlo colla mia voce, prendo l'espediente di dirvelo in un sonetto. Non sono ricco, ma di mediocri fortune, ed esercitando in Napoli la nobil arte della mercatura, è vero che l'industria mia è tutto il mio vanto.

ROS. Mi sorprende non poco la confessione che voi mi fate; dovrei licenziarvi dalla mia presenza, trovandovi menzognero; ma l'amore che ho concepito per voi, non me lo permette. Se siete un mercante comodo, non sarete un partito per me disprezzabile. Ma il resto del sonetto mi pone in maggiore curiosità. Lo finirò di leggere.

LEL. (Che diavolo vi può essere di peggio!)

ROS. Io nacqui in Lombardia sott'altro cielo.

Come si adatta a voi questo verso, se siete napoletano?

LEL. Napoli è una parte della Lombardia.

ROS. Io non ho mai sentito dire, che il regno di Napoli si comprenda nella Lombardia.

LEL. Perdonatemi, leggete le istorie, troverete che i Longobardi hanno occupata tutta l'Italia: e da per tutto dove hanno occupato i Longobardi, poeticamente si chiama Lombardia. (Con una donna posso passar per istorico.)

ROS. Sarà come dite voi: andiamo avanti.

Mi vedete sovente a voi d'intorno.

Io non vi ho veduto altro che ieri sera: come potete dire, mi vedete sovente?

LEL. Dice vedete?

ROS. Così per l'appunto.

LEL. È error di penna, deve dire vedrete; mi vedrete sovente a voi d'intorno.

ROS. Tacqui un tempo in mio danno, ed or mi svelo.

LEL. È un anno ch'io taccio, ora non posso più.

ROS. All'ultima terzina.

LEL. (Se n'esco, è un prodigio.)

ROS. Sol per vostra cagion fo qui soggiorno.

LEL. Se non fosse per voi, sarei a quest'ora o in Londra, o in Portogallo. I miei affari lo richiedono, ma l'amor che ho per voi, mi trattiene in Venezia.

ROS. A voi Rosaura mia, noto è il mio zelo.

LEL. Questo verso non ha bisogno di spiegazione.

ROS. Ne avrà bisogno l'ultimo.

E il nome mio vi farò noto un giorno.

LEL. Questo è il giorno, e questa è la spiegazione. Io non mi chiamo Asdrubale di Castel d'Oro, ma Ruggiero Pandolfi.

ROS. Il sonetto non si può intendere, senza la spiegazione.

LEL. I poeti sogliono servirsi del parlar figurato.

ROS. Dunque avete finto anche il nome.

LEL. Ieri sera era in aria di fingere.

ROS. E stamane in che aria siete?

LEL. Di dirvi sinceramente la verità.

ROS. Posso credere che mi amiate senza finzione?

LEL. Ardo per voi, né trovo pace senza la speranza di conseguirvi.

ROS. Io non voglio essere soggetta a nuovi inganni. Spiegatevi col mio genitore. Datevi a lui a conoscere, e se egli acconsentirà, non saprò ricusarvi. Ancorché mi abbiate ingannata, non so disprezzarvi.

LEL. Ma il vostro genitore dove lo posso ritrovare?

ROS. Eccolo che viene.

 

 


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