Carlo Goldoni
Amor contadino

ATTO SECONDO

SCENA TERZA   Erminia e detti.

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SCENA TERZA

 

Erminia e detti.

 

ERM.

Fermati, disumano e traditore. (a Clorideo, arrestandolo)

CLOR.

Ahimè!

GHI.

Che imbroglio è questo?

CLOR.

A che mi vieni, o Erminia,

Importuna a insultar? Sai che mi spiaci,

Sai che ti fuggo, e che il cuor mio non ti ama.

GHI.

(Parlar schietto davver questo si chiama). (da sé)

ERM.

Dimmi almeno il perché. Di' s'io ti sembro

abborrevole oggetto, e qual ti spiaccia

Difetto in me; qual di natura ingrata

Infelice cagion rendami odiosa

Ai tuoi lumi, al tuo cor. Priva qual sono

Di beltà, di virtù, non arser pochi

Finora al sguardo mio. Cruda e severa

Fui con mille amatori, io tel protesto;

Amai te solo, e il mio delitto è questo.

GHI.

(Non saria il primo caso che da cento

Fosse una donna amata,

E da quel che vorria, fosse sprezzata). (da sé)

CLOR.

Io non insulto, o Erminia,

I pregi tuoi. Quello che in te mi spiace

È il tuo grado e il tuo stato: amante io sono

Di lieta libertà; sfuggo, abborrisco

Di pomposa città la gara, il fasto,

L'alterigia, il rumor. Sin dall'infanzia

Avvezzo i' fui fra solitari alberghi,

Fra innocenti pastor goder la pace.

Torno alle selve, e tu lo soffri in pace.

 

Lasciami in pace, o bella,

Non domandarmi amor.

Pena risento al cor;

Barbara cruda stella

Regge gli affetti miei.

Veggo che amabil sei,

Ma non ti posso amar.

No, non chiamarmi ingrato;

Lagnati sol del fato.

Credimi: son costretto

Affetto - a te negar. (entra in casa di Timone)

 

 

 


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