Carlo Goldoni
La burla retrocessa nel contraccambio

ATTO PRIMO

SCENA TERZA   Agapito ed il suddetto.

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SCENA TERZA

 

Agapito ed il suddetto.

 

AGAP. Buon giorno, signor Gottardo.

GOTT. Buon giorno, signor Agapito.

AGAP. Come state? Come va la vostra salute? Capperi! dopo il giorno delle vostre nozze, non vi avete più lasciato vedere. Che vita fate? Sempre in casa, sempre accanto alla moglie? Animo, animo, non vi affrettate tanto, che vi è del tempo. Venite a vedere i vostri amici, lasciatevi godere, divertitevi. Per bacco! Se farete così, finirete presto.

GOTT. (Maladetto chiacchierone! non lo posso soffrire). (Da sé)

AGAP. Cosa c'è? Avete qualche cosa che vi molesta?

GOTT. No, non ho niente; ma, vedete bene, son maritato. Penso ora a' miei affari, più che non facea per avanti.

AGAP. Benissimo. Avete ragione, ma qualche volta bisogna un po' divertirsi. Come sta la signora Placida?

GOTT. Sta bene.

AGAP. Gran donnina di garbo! gran buona moglie che vi è toccata! mi consolo sempre più col mio caro amico Gottardo. Non potevate trovar di meglio. Avete grande obbligazione al signor Pandolfo, non tanto per il modo ch'egli vi ha dato di negoziare da vostra posta, quanto per il buon matrimonio ch'egli vi ha fatto fare. La signora Placida è una gioja. Vi ha portato in casa bellezza, gioventù, bontà, giudizio e danari. Cosa si può desiderare di più?

GOTT. Io non desidero niente di più. Sono contentissimo. Sono obbligato al signor Pandolfo. Sono stato dieci anni suo lavorante, mi ha sempre voluto bene, tutto quello che ho al mondo lo riconosco da lui, e la maggior obbligazione ch'io gli abbia è quella di avermi procurato una moglie, che è effettivamente tutto quello che dite.

AGAP. Ma caro amico, bisogna un poco divertirla questa sposina.

GOTT. Sì, la divertirò.

AGAP. In questi primi giorni almeno, un poco di allegria, un poco di compagnia. Lasciate fare a me. Verrò a trovarvi; verrò con qualcheduno de' nostri comuni amici. Verremo qualche volta a pranzo da voi. Ci divertiremo.

GOTT. No, no, non vi incomodate. Se vorrò divertirmi, saprò io ritrovar il modo.

AGAP. Che? Ricusate voi di dar qualche volta da pranzo ai vostri amici? Nemmeno un pranzo nei primi giorni delle vostre nozze? Scusatemi, un uomo come voi...

GOTT. Un uomo come me? E chi sono io? Qualche gran signore?

AGAP. Siete un galantuomo, siete ora un buon negoziante, avete una bottega di lino, che non c'è la compagna in paese, e se volete fare di bene in meglio, conviene veder gli amici, coltivarli, trattarli.

GOTT. Trattarli! Cosa intendete voi per trattarli?

AGAP. Qualche finezza, qualche buona grazia di tempo in tempo, qualche pranzo, qualche cenetta.

GOTT. E voi mi onorereste di essere della partita. (ironicamente)

AGAP. Sì, certo, col maggior piacere del mondo. Vedete bene, io nell'ordine de' sensali non credo di essere degl'inferiori. Avrò delle buone occasioni per voi: a pranzo, a cena, si parla con comodo, con libertà.

GOTT. Ho capito. Voi dite bene; vi ringrazio del buon amore che avete per me, vi ringrazio dei buoni suggerimenti; ma io non ho ancora il modo di far trattamenti in casa, non ho il comodo, non ho il bisogno, non posso farlo, e non ho intenzione di farlo.

AGAP. (Oh l'avaraccio del diavolo! è sempre stato così). (da sé)

GOTT. (Se principiassi eh? Mi mangerebbero il lino, la stoppa, ed i pettini). (da sé)

AGAP. Ma, per esempio, se volesse venire a pranzo da voi il signor Pandolfo, ricusereste riceverlo?

GOTT. Il signor Pandolfo è padrone di tutto, ma sa ch'io sono un povero principiante, e non lascierebbe la sua tavola per venire alla mia.

AGAP. Eppure io so di certo, che oggi il signor Pandolfo ha destinato di venir a pranzo da voi.

GOTT. Da me? Senza dirmelo? Senza farmi avvisare?

AGAP. Anzi quest'è segno che vi vuol bene, che fa stima di voi, e vuol venire a farvi un'improvvisata.

GOTT. Scusatemi, amico, io non credo niente.

AGAP. È così, ve lo giuro, in parola da galantuomo. Sono stato questa mattina da lui, perché sapete che in tutti i suoi negozi egli si serve di me. Siamo venuti in discorso di voi. È un pezzo, mi disse, che non vedo Gottardo, passando di voglio un poco vedere cos'è di lui. Verrò anch'io, dico, ho anch'io volontà di vederlo. Sì, dice, anderemo insieme. Facciamogli, dico, facciamogli un'improvvisata, andiamo a pranzo da lui. Sì, dice, andiamo, e si mise a ridere, come sapete ch'egli suol fare, quando ride di core. Ma zitto, dice, zitto, ch'egli non sappia niente; andiamo all'improvviso, e vediamo cosa sa dire; e si mette a ridere. Io gli ho dato parola di trovarlo in piazza, e di venir con lui; e di non dirvi niente; ma per l'amicizia che ho per voi, ho creduto bene di venirvi ad avvertire, acciò... mi capite; mi dispiacerebbe di vedervi imbarazzato.

GOTT. Siete stato voi dunque, che gli ha dato questo suggerimento?

AGAP. Sì; vi dispiace di aver da voi il signor Pandolfo?

GOTT. Io stimo infinitamente il signor Pandolfo: questo sarebbe per me un onore, ma mi dispiace che oggi sono obbligato di andar a pranzo fuori di casa.

AGAP. Oh via, ho capito. Voi vi siete dato sempre più all'avarizia, e voi volete disgustar tutto il mondo.

GOTT. Vi giuro, in fede di galantuomo, che oggi ho dato parola a mio compare Bernardo.

AGAP. Potete fargli dire che oggi non potete, che andrete un'altra volta; il signor Pandolfo merita bene di essere preferito al signor Bernardo.

GOTT. Oh no, quando ho dato una parola, non manco.

AGAP. E bene, andate. Resterà vostra moglie.

GOTT. Mia moglie è andata a desinar da sua madre.

AGAP. E voi mi volete dare ad intendere...

GOTT. Possa morire, se vi dico bugia. Ecco qui in segno della verità, ecco qui la chiave della porta che Placida mi ha lasciato, e questa sera devo andarla a prendere da sua madre.

AGAP. Cospetto di bacco! mi dispiace di un'altra cosa.

GOTT. E di che?

AGAP. Che la signora Costanza figlia del signor Pandolfo, sentendo che suo padre voleva venire a pranzo da voi, ha detto voglio venir anch'io a desinar con Placida, e suo padre le ha detto di sì.

GOTT. Andateli ad avvertire; dite loro che oggi non posso, che ciò sarà per un'altra volta.

AGAP. Fate una cosa, venite con me; ma non dite loro ch'io vi abbia avvertito. Fate cadere il discorso a proposito...

GOTT. Ora non posso venire. Ho da fare; aspetto gente.

AGAP. In verità, signor Gottardo, mi dispiace a dirvelo, ma l'amicizia mi fa parlare. Fate torto a voi stesso; non sapete vivere, e non fate conto dei buoni amici.

GOTT. Ma vi preme molto, signor Agapito, ch'io mi faccia onore. Dite la verità; oggi voi facevate gran conto della mia picciola tavola.

AGAP. Mi pareva impossibile, che non mi diceste un'impertinenza. Son io qualche scrocco? Mi manca il modo a casa mia di mangiare? Grazie al cielo son conosciuto, e dieci scudi in tasca non mi mancano mai.

GOTT. E bene, se siete ricco, tanto meglio per voi. Io son poveruomo, e non posso far tavola per nessuno. Circa il signor Pandolfo, lo manderò ad avvertire.

AGAP. No, no, non v'incomodate, l'avvertirò io.

GOTT. Bene, vi sarò obbligato.

AGAP. Ma è possibile, caro signor Gottardo...

GOTT. Andate, se volete trovarlo, andate subito, avanti ch'egli esca di casa.

AGAP. Eh, vi è tempo. È ancor di buon'ora.

GOTT. Oh, è stato battuto. Permettetemi ch'io vada a vedere chi è.

AGAP. Questa è la porta di strada; io non ho sentito battere.

GOTT. Eh, ho un'altra picciola porta, che riferisce sulla stradella. Con permissione.

AGAP. Accomodatevi.

GOTT. (Vorrei pure che costui se ne andasse. Con questa finzione può essere che mi riesca mandarlo via). (da sé, parte)

 

 

 


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