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Giuseppe Parini
Odi

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6 - La impostura

 

Venerabile Impostura

Io nel tempio almo a te sacro

Vo tentón per l'aria oscura;

E al tuo santo simulacro,

Cui gran folla urta di gente,

Già mi prostro umilemente.

 

Tu de gli uomini maestra

Sola sei. Qualor tu detti

Ne la comoda palestra

I dolcissimi precetti,

Tu il discorso volgi amico

Al monarca ed al mendico.

 

L'un per via piagato reggi;

E fai sì che in gridi strani

Sua miseria giganteggi;

Onde poi non culti pani

A lui frutti la semenza

De la flebile eloquenza.

 

Tu dell'altro a lato al trono

Con la Iperbole ti posi:

E fra i turbini e fra il tuono

De' gran titoli fastosi

Le vergogne a lui celate

De la nuda umanitate.

 

Già con Numa in sul Tarpèo

Desti al Tebro i riti santi,

Onde l'augure potèo

Co' suoi voli e co' suoi canti

Soggiogar le altere menti

Domatrici de le genti.

 

Del Macedone a te piacque

Fare un dio, dinanzi a cui

Paventando l'orbe tacque:

E nell'Asia i doni tui

Fur che l'Arabo profeta

Sollevàro a sì gran meta.

 

Ave dea. Tu come il sole

Giri e scaldi l'universo.

Te suo nume onora e cole

Oggi il popolo diverso:

E fortuna a te devota

Diede a volger la sua rota.

 

I suoi dritti il merto cede

A la tua divinitade,

E virtù la sua mercede.

Or, se tanta potestade

Hai qua giù, col tuo favore

Che non fai pur me impostore?

 

Mente pronta e ognor ferace

D'opportune utili fole

Have il tuo degno seguace:

Ha pieghevoli parole;

Ma tenace, e quasi monte

Incrollabile la fronte.

 

Sopra tutto ei non oblìa

Che sì fermo il tuo colosso

Nel gran tempio non starìa,

Se qual base ognor col dosso

Non reggessegli il costante

Verosimile le piante.

 

Con quest'arte Cluvïeno,

Che al bel sesso ora è il più caro

Fra i seguaci di Galeno,

Si fa ricco e si fa chiaro;

Ed amar fa, tanto ei vale,

A le belle egre il lor male.

 

Ma Cluvien dal mio destino

D'imitar non m'è concesso.

Dell'ipocrita Crispino

Vo' seguir l'orme da presso.

Tu mi guida o Dea cortese

Per lo incognito paese.

 

Di tua man tu il collo alquanto

Sul manc' omero mi premi:

Tu una stilla ognor di pianto

Da mie luci aride spremi:

E mi faccia casto ombrello

Sopra il viso ampio cappello.

 

Qual fia allor sì intatto giglio

Ch'io non macchj, e ch'io non sfrondi,

Dalle forche e dall'esiglio

Sempre salvo? A me fecondi

Di quant'oro fien gli strilli

De' clienti e de' pupilli!

 

Ma qual arde amabil lume?

Ah, ti veggio ancor lontano

Verità mio solo nume,

Che m'accenni con la mano;

E m'inviti al latte schietto,

Ch'ognor bevvi al tuo bel petto.

 

Deh perdona. Errai seguendo

Troppo il fervido pensiere.

I tuoi rai del mostro orrendo

Scopron or le zanne fiere.

Tu per sempre a lui mi togli;

E me nudo nuda accogli.

 

 




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