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Giuseppe Parini
Odi

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9 - La educazione

 

Torna a fiorir la rosa

Che pur dianzi languìa;

E molle si riposa

Sopra i gigli di pria.

Brillano le pupille

Di vivaci scintille.

 

La guancia risorgente

Tondeggia sul bel viso:

E quasi lampo ardente

Va saltellando il riso

Tra i muscoli del labro

Ove riede il cinabro.

 

I crin, che in rete accolti

Lunga stagione ahi foro,

Su l'omero disciolti

Qual ruscelletto d'oro

Forma attendon novella

D'artificiose anella.

 

Vigor novo conforta

L'irrequieto piede:

Natura ecco ecco il porta

Sì che al vento non cede

Fra gli utili trastulli

De' vezzosi fanciulli.

 

O mio tenero verso

Di chi parlando vai,

Che studj esser più terso

E polito che mai?

Parli del giovinetto

Mia cura e mio diletto?

 

Pur or cessò l'affanno

Del morbo ond'ei fu grave:

Oggi l'undecim' anno

Gli porta il sol, soave

Scaldando con sua teda

I figliuoli di Leda.

 

Simili or dunque a dolce

Mele di favi Iblèi,

Che lento i petti molce,

Scendete o versi miei

Sopra l'ali sonore

Del giovinetto al core.

 

O pianta di bon seme

Al suolo al cielo amica,

Che a coronar la speme

Cresci di mia fatica,

Salve in sì fausto giorno

Di pura luce adorno.

 

Vorrei di genïali

Doni gran pregio offrirti;

Ma chi diè liberali

Essere ai sacri spirti?

Fuor che la cetra, a loro

Non venne altro tesoro.

 

Deh perché non somiglio

Al Tèssalo maestro,

Che di Tetide il figlio

Guidò sul cammin destro!

Ben io ti farei doni

Più che d'oro e canzoni.

 

Già con medica mano

Quel Centauro ingegnoso

Rendea feroce e sano

Il suo alunno famoso.

Ma non men che a la salma

Porgea vigore all'alma.

 

A lui, che gli sedea

Sopra la irsuta schiena,

Chiron si rivolgea

Con la fronte serena,

Tentando in su la lira

Suon che virtude inspira.

 

Scorrea con giovanile

Man pel selvoso mento

Del precettar gentile;

E con l'orecchio intento,

D'Eacide la prole

Bevea queste parole:

 

Garzon, nato al soccorso

Di Grecia, or ti rimembra

Perché a la lotta e al corso

Io t'educai le membra.

Che non può un'alma ardita

Se in forti membri ha vita?

 

Ben sul robusto fianco

Stai; ben stendi dell'arco

Il nervo al lato manco,

Onde al segno ch'io marco

Va stridendo lo strale

Da la cocca fatale.

 

Ma in van, se il resto oblìo,

Ti avrò possanza infuso.

Non sai qual contro a dio

Fe' di sue forze abuso

Con temeraria fronte

Chi monte impose a monte?

 

Di Teti odi o figliuolo

Il ver che a te si scopre.

Dall'alma origin solo

Han le lodevol' opre.

Mal giova illustre sangue

Ad animo che langue.

 

D'Èaco e di Pelèo

Col seme in te non scese

Il valor che Tesèo

Chiari e Tirintio rese:

Sol da noi si guadagna,

E con noi s'accompagna.

 

Gran prole era di Giove

Il magnanimo Alcide;

Ma quante egli fa prove,

E quanti mostri ancide,

Onde s'innalzi poi

Al seggio de gli eroi?

 

Altri le altere cune

Lascia o Garzon che pregi.

Le superbe fortune

Del vile anco son fregi.

Chi de la gloria è vago

Sol di virtù sia pago.

 

Onora o figlio il Nume

Che dall'alto ti guarda:

Ma solo a lui non fume

Incenso e vittim'arda.

È d'uopo Achille alzare

Nell'alma il primo altare.

 

Giustizia entro al tuo seno

Sieda e sul labbro il vero;

E le tue mani sieno

Qual albero straniero,

Onde soavi unguenti

Stillin sopra le genti.

 

Perché sì pronti affetti

Nel core il ciel ti pose?

Questi a Ragion commetti;

E tu vedrai gran cose:

Quindi l'alta rettrice

Somma virtude elice.

 

bei doni del cielo

No, non celar Garzone

Con ipocrito velo,

Che a la virtù si oppone.

Il marchio ond'è il cor scolto

Lascia apparir nel volto.

 

Da la lor meta han lode

Figlio gli affetti umani.

Tu per la Grecia prode

Insanguina le mani:

Qua volgi qua l'ardire

De le magnanim' ire.

 

Ma quel più dolce senso,

Onde ad amar ti pieghi,

Tra lo stuol d'armi denso

Venga, e pietà non nieghi

Al debole che cade

E a te grida pietade.

 

Te questo ognor costante

Schermo renda al mendico;

Fido ti faccia amante

E indomabile amico.

Così, con legge alterna

L'animo si governa.

 

Tal cantava il Centauro.

Baci il giovan gli offriva

Con ghirlande di lauro.

E Tetide che udiva,

A la fera divina

Plaudìa dalla marina.

 

 




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