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Giuseppe Parini
Odi

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15 - La caduta

 

Quando Orïon dal cielo

Declinando imperversa;

E pioggia e nevi e gelo

Sopra la terra ottenebrata versa,

 

Me spinto ne la iniqua

Stagione, infermo il piede,

Tra il fango e tra l'obliqua

Furia de' carri la città gir vede;

 

E per avverso sasso

Mal fra gli altri sorgente,

O per lubrico passo

Lungo il cammino stramazzar sovente.

 

Ride il fanciullo; e gli occhi

Tosto gonfia commosso,

Che il cubito o i ginocchi

Me scorge o il mento dal cader percosso.

 

Altri accorre; e: oh infelice

E di men crudo fato

Degno vate! mi dice;

E seguendo il parlar, cinge il mio lato

 

Con la pietosa mano;

E di terra mi toglie;

E il cappel lordo e il vano

Baston dispersi ne la via raccoglie:

 

Te ricca di comune

Censo la patria loda;

Te sublime, te immune

Cigno da tempo che il tuo nome roda

 

Chiama gridando intorno;

E te molesta incìta

Di poner fine al Giorno,

Per cui cercato a lo stranier ti addita.

 

Ed ecco il debil fianco

Per anni e per natura

Vai nel suolo pur anco

Fra il danno strascinando e la paura:

 

Né il sì lodato verso

Vile cocchio ti appresta,

Che te salvi a traverso

De' trivii dal furor de la tempesta.

 

Sdegnosa anima! prendi

Prendi novo consiglio,

Se il già canuto intendi

Capo sottrarre a più fatal periglio.

 

Congiunti tu non hai,

Non amiche, non ville,

Che te far possan mai

Nell'urna del favor preporre a mille.

 

Dunque per l'erte scale

Arrampica qual puoi;

E fa gli atrj e le sale

Ogni giorno ulular de' pianti tuoi.

 

O non cessar di porte

Fra lo stuol de' clienti,

Abbracciando le porte

De gl'imi, che comandano ai potenti;

 

E lor mercè penètra

Ne' recessi de' grandi;

E sopra la lor tetra

Noja le facezie e le novelle spandi.

 

O, se tu sai, più astuto

I cupi sentier trova

Colà dove nel muto

Aere il destin de' popoli si cova;

 

E fingendo nova esca

Al pubblico guadagno,

L'onda sommovi, e pesca

Insidioso nel turbato stagno.

 

Ma chi giammai potrìa

Guarir tua mente illusa,

O trar per altra via

Te ostinato amator de la tua Musa?

 

Lasciala: o, pari a vile

Mima, il pudore insulti,

Dilettando scurrile

I bassi genj dietro al fasto occulti.

 

Mia bile, al fin costretta,

Già troppo, dal profondo

Petto rompendo, getta

Impetuosa gli argini; e rispondo:

 

Chi sei tu, che sostenti

A me questo vetusto

Pondo, e l'animo tenti

Prostrarmi a terra? Umano sei, non giusto.

 

Buon cittadino, al segno

Dove natura e i primi

Casi ordinàr, lo ingegno

Guida così, che lui la patria estimi.

 

Quando poi d'età carco

Il bisogno lo stringe,

Chiede opportuno e parco

Con fronte liberal, che l'alma pinge.

 

E se i duri mortali

A lui voltano il tergo,

Ei si fa, contro ai mali,

Della costanza sua scudo ed usbergo.

 

Né si abbassa per duolo,

Né s'alza per orgoglio.

E ciò dicendo, solo

Lascio il mio appoggio; e bieco indi mi toglio.

 

Così, grato ai soccorsi,

Ho il consiglio a dispetto;

E privo di rimorsi,

Col dubitante piè torno al mio tetto.

 

 




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