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Giuseppe Parini
Odi

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16 - Il pericolo

 

In vano in van la chioma

Deforme di canizie,

E l'anima già doma

Dai casi, e fatto rigido

Il senno dall'età,

 

Si crederà che scudo

Sien contro ad occhi fulgidi

A mobil seno a nudo

Braccio e all'altre terribili

Arme della beltà.

 

Gode assalir nel porto

La contumace Venere;

E, rotto il fune e il torto

Ferro, rapir nel pelago

Invecchiato nocchier;

 

E per novo periglio

Di tempeste, all'arbitrio

Darlo del cieco figlio,

Esultando con perfido

Riso del suo poter.

 

Ecco me di repente,

Me stesso, per l'undecimo

Lustro di già scendente,

Sentii vicino a porgere

Il piè servo ad amor:

 

Benché gran tempo al saldo

Animo in van tentassero

Novello eccitar caldo

Le lusinghiere giovani

Di mia patria splendor.

 

Tu dai lidi sonanti

Mandasti, o torbid'Adria,

Chi sola de gli amanti

Potea tornarmi a i gemiti

E al duro sospirar;

 

Donna d'incliti pregi

fra i togati principi,

Che di consigli egregi

Fanno l'alta Venezia

Star libera sul mar.

 

Parve a mirar nel volto

E ne le membra Pallade,

Quando, l'elmo a sé tolto,

Fin sopra il fianco scorrere

Si lascia il lungo crin:

 

Se non che a lei dintorno

Le volubili grazie

Dannosamente adorno

Rendeano ai guardi cupidi

L'almo aspetto divin.

 

Qual, se parlando, eguale

A gigli e rose il cubito

Molle posava? Quale,

Se improvviso la candida

Mano porgea nel dir?

 

E a le nevi del petto,

Chinandosi da i morbidi

Veli non ben costretto,

Fiero dell'alme incendio!

Permetteva fuggir?

 

In tanto il vago labro,

E di rara facondia

E d'altre insidie fabro,

Gìa modulando i lepidi

Detti nel patrio suon.

 

Che più? Da la vivace

Mente lampi scoppiavano

Di poetica face,

Che tali mai non arsero

L'amica di Faon;

 

Né quando al coro intento

De le fanciulle Lesbie

L'errante vïolento

Per le midolle fervide

Amoroso velen;

 

Né quando lo interrotto

Dal fuggitivo giovane

Piacer cantava, sotto

A la percossa cetera

Palpitandole il sen.

 

Ahimè quale infelice

Giogo era pronto a scendere

Su la incauta cervice,

S'io nel dolce pericolo

Tornava il quarto !

 

Ma con veloci rote

Me, quantunque mal docile,

Ratto per le remote

Campagne il mio buon Genio

Opportuno rapì.

 

Tal che in tristi catene

Ai garzoni ed al popolo

Di giovanili pene

Io canuto spettacolo

Mostrato non sarò.

 

Bensì, nudrendo il mio

Pensier di care immagini,

Con soave desìo

Intorno all'onde Adriache

Frequente volerò.

 

 




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