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| Giuseppe Parini Odi IntraText CT - Lettura del testo |
Se robustezza ed oro
Utili a far cammino il ciel mi desse,
De le rote, che lievi al par di Coro
Me porterebbon, senza
Giammai posarsi, a la gentil Vicenza:
Onde arguta mi viene
E penetrante al cor voce di donna,
Dell'altro sesso anco le glorie ottiene;
Con fortunato ardir spiegando l'ali.
E da gli occhi di lei
Oltre lo ingegno mio fatto possente,
Accesa il desïato Inno trarrei,
Che de gli onori tuoi, Vicenza, è degno.
Di membra quei che morir denno ignoti;
Spargan d'avi lodati aureo splendore.
Di tesor, che nascemmo ai sacri studj,
Noi, quale in un momento
Da mosso speglio il suo chiaror traduce
Senza fatica in cento parti e in cento,
L'agile fantasìa porta lontani.
Città, cui da la Berica pendice
Cingendo al crin con spiche uve gioconde.
A te il ciel di salubri acque fe' dono.
Leggiadre donne, e giovani a cui piace
L'animo esercitar pronto e sottile.
Onde sì ricca sei, caccian la infame
Cova malvage sotto al tetro fronte;
All'ozio vil corrompitor de' buoni.
Licenza e in un da servitude abbietta,
Strada di libertà dietro a la voce,
Onde te stessa reggi,
De' bei costumi tuoi, de le tue leggi.
Prischi non tolse il domator Romano;
Sanguinolenta i posteri tiranni;
Te amica aggiunse al suo pacato impero.
Il consueto a te ordin vetusto;
Vuol che ne venga vindice e custode
Fresco valor degli ottimati illustri.
Ahi! quale a me di bocca
Fugge parlar, che te nel cor percote,
A cui già su le gote
Con le lagrime sparso il duol trabocca,
Cotanti beni tuoi volga in affanno!
Che sul tuo colle tanti gradi sale,
Supplicavi che uguale
A un secol fosse con novello esempio
Quando l'inclito Gritti a te fu dato.
Sopra l'aureo sentier battea le penne,
A fulminarlo venne
Repentino cadendo alto decreto,
Ogni speranza tua dissipa e toglie.
E qual dall'anelante
Suo sen divelto innanzi tempo vede
Nova tenera sposa il caro amante,
Per la patria salute altronde invita:
Da te partirsi: e di te stessa in bando,
E di querele empiendo e di sospiri
E le vie già sì belle e i ponti e gli atrj
Cure sagrati, che di te sì degni,
Ahimè! l'arte non pose a questo fine,
Altro più ben non godi
Che tra gli affanni tuoi cantar sue lodi.
Non già perch'ei non porse
Le mani a l'oro o a le lusinghe il petto;
Con l'arbitro voler giammai non sorse;
Né le fidate a lui
Spada o lanci detorse in danno altrui.
Non esser reo. Costui da i chiari apprese
D'alte glorie a infiammar l'animo egregio,
Più insigni de' miglior splendano l'orme.
Di Temide impugnò l'util flagello?
Diede all'augusta autorità consorte?
Fe' l'imperio di lei parer consiglio?
Davanti a più maturo
Giudizio le civili andar fortune,
Censo in maggior frugalità securo
Quando giammai si vide
Ovunque il giusto le sue norme incide?
Al veder linee, al provveder fu pardo;
Gli arcani altrui, non sé medesmo ascose;
Ma solenne tra i fasci il vero accolse.
Tenne con l'alma dignità del viso;
Poi che del grado a sollevar gli oppressi
Tutto il poter consunse,
A la giustizia i beneficj aggiunse.
Che grande a i grandi, al cittadino pari,
Rettor, giudice, padre, a tutti apparse;
Cose, amicizia e riverenza insieme.
Può fra povere balze e ghiacci e brume,
Simil virtude a preseder mandata.
Or qual fu tua ventura,
Città, cui tanto il ciel ride e natura!
Vien di sotterra, e s'apre al chiaro giorno,
Subitamente intorno
Con eterea fragranza erra disciolto;
E ognun di possederne arde e sospira.
Del nobil figlio al gran Senato nacque;
Onde lungi provvede, a sé il richiama?
Voti non sorser mai, altro che saggi.
Ferri e fochi su l'onda e su la terra
Che tre Imperi commette a la Fortuna;
Anco l'altrui securità minaccia?
Cotanto a le superbe ire vicina,
Il suo fianco a munir d'uomini eletti,
Anime di color che opposer primi
Il valor la modestia ed i consigli;
Fecer l'Adria innalzarsi a soglio eterno;
Opre del nome lor la terra e il mare.
Che il gritti a fin sì glorïoso or vola:
Mirando qual segnò splendida via
Alla virtù di chi verrà da poi.