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| Iginio Ugo Tarchetti Storia di una gamba e altri racconti IntraText CT - Lettura del testo |
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1 - Storia di una gamba
Non mi dimenticherò mai di quel giorno in cui lo conobbi né del modo con cui lo conobbi. Fu una di quelle rivelazioni piene, ardenti, istantanee; una di quelle espansioni d'animo pronte e complete che non si fanno, non si ricevono e non si conoscono che a quattordici anni. A quell'età gli affetti sono subiti come i rancori, le amicizie rapide come gli affetti, gli affetti inconsiderati come le ire. A quattordici anni si amano tutti coloro che hanno quattordici anni. Più tardi si amano tutti indistintamente, che è lo stesso che dire che non si ama nessuno, perché non si predilige nessuno. Chi ha riconosciuto Eugenio M., chi n'ebbe le confidenze e l'affetto, si sarà ricordato di quell'epoca della vita in cui si pensa, si opera e si ama in un modo così diverso dagli altri; di quell'età, pensando alla quale è impossibile che non si abbia ad esclamare più tardi: »Quanto io era allora migliore!». Eugenio aveva però toccati i ventiquattro anni quando io lo conobbi, teneva ancora del fanciullo, ma aveva già in tutto dell'uomo; avesse egli vissuto una lunga esistenza sarebbe pur sempre rimasto uomo e fanciullo ad un'ora. Coloro che nella scorsa primavera solevano passeggiare nelle prime ore del giorno nel pubblico giardino di Milano, si ricorderanno forse di avervelo veduto. Era una figura bella e patita, un viso di fanciulla a tratti virili, un volto bianco che si vedeva essere stato un tempo rosato, una testa a capelli castani e ad onde poco marcate – aveva baffetti fini e nascenti – era amputato della gamba sinistra a metà il femore e si trascinava appoggiandosi ad una stampella da un fianco, e sorreggendosi dall'altra con una grossa canna di giunco. Chi lo vide n'ebbe pietà, chi lo conobbe intimamente ne pianse: nessuno può averlo veduto o conosciuto che non ne abbia serbato memoria. Io soleva recarmi tutti i giorni in quel giardino, e ve lo trovava ogni volta: spesso vi andavamo entrambi sì per tempo, che non v'erano altre persone in fuori di noi, né potevamo non incontrarci, né esimerci da un sentimento d'interesse reciproco, che ci traeva ad osservarci vicendevolmente. Dal canto mio vi era della pietà, dal lato suo della simpatia; in entrambi una curiosità affettuosa dei nostri casi e di noi. Non ci avevamo parlato, ma ardevamo di farlo; io sapeva che egli lo desiderava, egli era certo che io divideva il suo desiderio, e pure nessuno di noi aveva osato rompere il silenzio. Se ci passavamo d'accanto, il saluto ci moriva sulle labbra; se ci trovavamo seduti sulla medesima panca, i nostri cuori tentavano di avvicinarsi, i nostri sguardi si dirigevano a due punti opposti – era un'attrazione ed una repulsione continua – spesso io me ne doleva, poi ne rideva meco tacitamente: mancavaci un'occasione che ci mettesse in pace col nostro orgoglio; e non tardò a giungere. Un mattino io gli passava dappresso, quando egli, nel ritrarre la sua stampella che erasi affondata un poco nel terreno ancora molle di pioggia, uscì d'equilibrio e cadde. Io mi precipitai sopra di lui, e rialzatolo, gli offersi il mio braccio, lo pregai a riposarsi sopra un sedile, e me gli sedetti dappresso. Tacemmo per qualche istante; la nostra situazione era sì penosa e quell'imbarazzo parevami così puerile che volli uscirne ad ogni costo: ruppi il silenzio con una esclamazione d'obbligo in queste circostanze: E come indispettitosi del mio ritegno e del suo, mostrandomi ch'egli vi s'era meno incaponito di me, e che era più uomo di me all'occorrenza, aggiunse con suono diverso di voce: «È singolare! Vi sono delle abitudini di società, delle esigenze d'amor proprio che non esitiamo un istante a disapprovare, ma dalle quali non sappiamo mai emanciparci totalmente. Io, per esempio, era curioso di sapere chi eravate, perché venivate qui tutte le mattine, perché mi avete l'aspetto così patito; ed era certo che voi avevate della simpatia per me, che nutrivate la stessa curiosità a mio riguardo, che non vi avrei fatto dispiacere porgendovi francamente la mano come ad un amico, e non di meno non l'ho fatto – perché? non lo so bene io stesso, non l'ho fatto... e se non avessi preso questo scappuccio, voi avreste aspettato ancora chi sa quanto a prevenire la mia esitazione». «È vero – io dissi, – ho approfittato di questo pretesto; e anch'io non desiderava meno di conoscervi.» «Vi sono nel nostro orgoglio delle esigenze ridicole, e nel nostro carattere e nella nostra natura delle leggi che si urtano, delle prevenzioni che fanno male, io vorrei conoscere le ragioni di questo ritegno indefinibile che separa un uomo dall'altro, di questa barriera di convenienze che una forza prepotente come un istinto innalza tra creature d'una stessa specie. Certo è difetto di società, non di natura; è però sempre un assurdo fatale e deplorevole. Ma... non importa – proseguii togliendo una delle sue mani tra le mie e troncando a mezzo le mie digressioni; – non importa, noi ci siamo avvicinati ora ugualmente (o tardi o tosto a ciò si doveva arrivare), e voi potrete conoscere adesso chi sono, perché vengo qui tutte le mattine, perché m'ho questa faccia di malato, e tutto quell'altro poco che vorrete sapere di me, incompensai del molto che io voglio sapere di voi .» «Sta bene, sta bene – diss'egli sorridendo, – voi mi avete l'aria di chiedermi una confessione.» «E di farvela. Vi giuro che io mi struggevo dalla curiosità di sapere chi eravate.» «Era una curiosità scambievole.» «Me n'era avveduto; ma temo...» «Che cosa?» «Che i casi della mia vita non abbiano a corrispondere all'aspettazione della vostra curiosità.» «Saremmo pari anche in questo.» «Dunque!» «Sarebbe a dire! Esigete senz'altro una confessione generale, una confidenza completa, scambievole, senza restrizioni?» «Senza restrizioni.» «Ma noi non ci conosciamo ancora... badiamo... E se dopo...» «Io vi affliggerò col mio racconto.» «Ed io col mio. Vi sono delle afflizioni dolci, delle afflizioni inevitabili. Sentiamo le vostre avventure.» «Sul serio.» «Ma pensate... Ebbene... sì, sì, sia come volete, incominciate voi.» «No, incominciate voi.» «Incominciate voi, ve ne prego.» «Bene incomincerò io» dissi, per troncare subito da principio ogni piccolo motivo di dissensione. E senza por tempo in mezzo, incominciai il mio racconto, e gli narrai per filo e per segno tutte le piccole traversie della mia vita, colorandole come sapevo meglio, e chiudendo col dirgli che la passione innata dell'arte e una passione d'amore sventuratissima mi avevano tratto al partito di camparmi a stento la vita colle lettere. Io non rinnoverò qui questo racconto, che mi sarebbe un compito penoso e non avrebbe a che fare cogli avvenimenti che sto per esporre; ma fu una narrazione lunga e commovente, e la feci a lui con tutto il fuoco, con tutta l'espansione d'animo di cui mi sentiva capace. Esponeva sventure mie e sventure vere; era forse la prima volta che io raccontava una storia reale, il dolore mi armava lo stile delle sue punte, e mi riempiva la voce dei suoi singhiozzi e gli occhi delle sue lacrime. Eugenio mi aveva ascoltato in un raccoglimento profondo e affannoso, quel raccoglimento che somiglia alla distrazione, ma che non è che un grado estremo della passività sofferente e spontanea della nostra sensitività e della nostra intellezione. «Voi avete sofferto assai – egli disse con quella flessione ineffabile di suono che suol dare la pietà alla voce umana, – ma v'è ciò di diverso in noi, che voi siete al termine del vostro cammino ed io al principio, voi avete sofferto ed io soffro. Dubito se apprezzerete nel loro giusto valore le cause delle mie sofferenze. Alcuna di esse, la più tremenda, vi apparirà forse la più meschina e la più puerile... no, non potrete credere agli effetti terribili di una causa apparentemente sì lieve. Ma non importa. Giacché vi siete dato al mestiere delle lettere – aggiunse contraendo le labbra ad un sorriso violento, – vi fornirò il soggetto di un racconto abbastanza curioso, l'occasione di uno studio analitico che darà una diversione piacevole all'ordine monotono delle vostre idee. I rapporti della patologia animale colla clinica psicologica non furono ancora investigati, o lo furono superficialmente. Voi afferrerete in me il segreto di un fenomeno strano, di un fenomeno spaventoso. Lo studierete e lo scriverete. Io non tarderò a fornirvi l'argomento dell'ultima pagina, perché io morrò assai presto, o, dirò meglio, la parte di me che è ancor viva morirà presto. Non vi dispiace accompagnarmi fino alla mia dimora, e trattenervi qualche istante nella mia casa? La vostra visita mi risparmierebbe una parte del mio racconto, e la fatica di molti dettagli dolorosi.» «Andiamo» io dissi offrendogli il mio braccio, coll'animo compreso da uno strano sbigottimento. E per la prima volta dacché lo vedeva, osservai che il suo volto era estremamente pallido, e la sua persona assai dimagrita. La bianchezza del suo viso, cui la brezza del mattino e l'agitazione derivata dal moto davano spesso una tinta rosea un poco vivace, avevano potuto trarmi in inganno, ma non tardai ad avvedermi che la sua salute era affranta, e che sotto quell'apparenza di benessere si nascondeva il germe d'una consunzione lenta e mortale. Giungemmo in breve alla sua abitazione – due camere solitarie in un quartiere remoto della città; – egli vi viveva solo, né da quanto seppi dipoi aveva avuto rapporti di intimità o relazioni d'altro genere col vicinato. Il primo oggetto che colpì vivamente la mia attenzione, appena entrato nella sua stanza, fu una cassettina di legno nero a vetrate, una specie di campana nella quale eravi una gamba scarnata e disseccata, col piede, lo stinco a metà del femore, il quale, un poco al di sopra del ginocchio, appariva essere stato rotto e scheggiato. Mi fu facile indovinare che erano le ossa della gamba amputata al mio amico; nondimeno gli chiesi per assicurarmene: «Questa è la vostra gamba?». «Sì – disse egli tristemente, – è la gamba che mi apparteneva, e che ora – aggiunse sorridendo d'un sorriso assai mesto – mi appartiene, benché nel modo singolare che voi vedete.» «E, non vi dà pena il vederla?» «È ciò che sentirete ora da me, ciò che vi dirò al termine del mio racconto. Voi vedete qui il segreto delle mie afflizioni. Quella parte di me che è morta, che si è distaccata dalla mia vita, mi chiama, mi vuole, mi domanda l'altra parte che vive: io appartengo alla morte ed alla vita in un tempo, la mia esistenza è incompleta del pari che il mio nulla, né io posso riempire il vuoto della vita; quello della morte lo posso... credete voi che io debba esitare a farlo? «Non vi parlerò della mia infanzia; la è un'epoca dell'esistenza sì arida che io non so come gli uomini possano rimpiangerla. Io non ho vissuto che da quattro anni, la vita incomincia coll'amore, come quella che ne è una creazione, un effetto: fuori di esso l'esistenza è un periodo di giorni senza nome, senza scopo, senza sensazioni. Io appartengo ad una famiglia veneta: ho abbandonato la mia casa verso i quattordici anni per sfuggire alla coscrizione austriaca, e completare i miei studi di disegno in questa città. Vi ho vissuto solo non ostante l'età giovanissima in cui vi sono venuto; e forse fu questa abitudine di isolamento, questa mancanza di affetti, questa aridità forzata di cuore che mi rese soggetto ad una ipocondria inguaribile, ad una malinconia tetra e mortale. Vi spiegherei difficilmente tutte le fasi di questa malattia che si è fatta natura, e di cui sento che non guarirò più che morendo. Sarebbe inutile il parlarvene; tutte le sensazioni che non hanno una causa apparente non possono essere comprese che da coloro che le subiscono: i fenomeni di questa infermità di animo sono sì svariati e sì numerosi che ogni uomo ne presenta un numero sempre nuovo e sempre inosservato. Io fui triste, io sono ineffabilmente triste, ecco ciò che posso dirvi soltanto. Verso i sedici anni mi legai d'amicizia con certo Lorenzo D. che s'era allora addottorato in chirurgia, e mi abbandonai a questo nuovo sentimento con tutto il trasporto, con tutta l'effusione di un cuore che non aveva ancora amato alcuno, ma la cui affettività era esuberante ed opprimente. Lorenzo ed io segnavamo i due punti estremi di una linea, i due lati opposti dell'indole umana. Il suo carattere vivace, lieto, incurevole, insensibile a qualunque dolore di cuore, formava un contrasto mostruoso col mio, un contrasto nel quale egli diceva piacevolmente potersi rinvenire le ragioni della nostra amicizia. Non che egli non avesse cuore, o lo avesse cattivo, ma sapeva dirigerne e moderarne le sensazioni: accettava un affanno come avrebbe accettato una gioia, sorridendo; e io credo che in fondo in fondo la disparità delle nostre nature non si riducesse che ad una questione di apparenze: io subiva un dolore senza nasconderlo, egli lo subiva senza lasciarlo apparire; tutta la differenza stava in ciò, che egli non soggiaceva che a dolori reali ed erano pochi, io a dolori immaginari ed erano grandi ed infiniti. Non dubito che lo conosciate, o che abbiate per lo meno sentito parlare di lui: la piacevolezza del suo carattere lo ha circondato di amici d'ogni genere, e gli ha creato una specie di reputazione che le sue spensieratezze non gli rendono difficile di conservare. In questo caso voi comprenderete più agevolmente le ragioni di ciò che sto per raccontare; egli è tal natura d'uomo di cui io potrei parlarvi assai lungamente senza mettervi in grado di formarvene un concetto preciso; sarà sufficiente che avvertiate una cosa, ed è che in mezzo alle sue follie, ai suoi piaceri, alle sue dissipazioni, egli è buono, nobile, onesto, eccezionalmente onesto, ciò che vi spiegherà forse fra poco tutte le anomalie del suo contegno a mio riguardo. Il primo attestato di amicizia che ricevetti da lui fu la confidenza di un suo amore per una certa fanciulla che aveva conosciuta in quei primi giorni della nostra relazione; e questa confidenza mi fu fatta con tanto fuoco, con tanta espansione, con tanta ricchezza di particolari che non tardai a formarmi il concetto più lusinghiero del suo cuore e della stima che io aveva saputo inspirargli. Si aggiunse a queste prove il desiderio che egli mi manifestò di farmela conoscere, l'insistenza che oppose al mio rifiuto, il pretesto che egli addusse di voler porre quella fanciulla tra noi come interprete, come mediatrice, come legame tra le nostre anime, per modo che quando io cedetti a questa sua volontà, me gli sentiva già legato da un affetto prepotente, da un'amicizia profonda e indissolubile. Fui presentato a Clemenza (tale era il nome della fanciulla), non già in sua casa, né in presenza della sua famiglia, ma da soli a soli, nella stanza di una sua cugina, dove ella veniva di furto ad abbracciare il mio amico. È impossibile dirvi l'imbarazzo in cui mi pose quella presentazione: Lorenzo volle che io le stringessi lì subito la mano, che la considerassi da quel dì innanzi come una sorella mia, come la sposa del mio amico; e mi lasciò solo con lei, e non passò a riprendermi che dopo qualche ora. «La fede che Lorenzo aveva riposta in me, la sua stima, il suo affetto, mi commovevano nel più profondo dell'anima, mi legavano a lui di un'amicizia sempre più viva. E per altro lato quello spettacolo di felicità, quella dolce immagine della loro affezione mi inteneriva profondamente, mi traeva a pensare con dolore a me stesso, all'aridità del mio passato, all'isolamento terribile a cui mi avevano condannato la mia tristezza e i miei casi. «Clemenza aveva sedici anni (era bellissima), uscita poc'anzi dal collegio, era ancora affatto inesperta di quegli artifici, di quelle convenzioni di società che avvizziscono sì presto il cuore della donna, e spesso lo trasformano, lo incitano, ne uccidono i sentimenti più delicati e più nobili. Essa amava Lorenzo come avrebbe amato una sua amica di collegio, lo amava per divertirsi, per scherzare, spassarsi un poco con lui, lo amava perché era allegro, perché era giovine, perché era bello; gli voleva bene come vogliono bene i fanciulli, con schiettezza, con lealtà, ma senza intensità e senza ardore. «Se Lorenzo le avesse detto: «Fuggiamo, abbandona la tua casa, ti voglio rapire», essa non avrebbe esitato un istante a seguirlo. La novità, la vaghezza di quell'avvenimento ve l'avrebbero indotta senza indugiare. Tale è il giudizio che io mi sono formato di lei in questi ultimi anni, non allora, ché era troppo inesperto del cuore umano e del suo; allora io lo aveva giudicato un affetto saldo e profondo, e forse la mia inesperienza non mi aveva tratto in inganno, poiché l'amore subisce le fasi dell'età, né in quell'epoca poteva essere diverso; bastava che egli contenesse i germi di un amore vero, che possedesse la forza di resistere al tempo, di seguirlo, di tramutarsi con lui, come ha fatto, in un affetto coscienzioso e durevole. «Mi ricordo ancora che nella sera di quel giorno io fui tristissimo, mi coricai assai presto, e pensando alla felicità del mio amico versai delle lacrime amare sull'acerbità inesorabile del mio destino. Clemenza ed io continuammo a vederci, stringemmo da quel giorno una relazione che non era intensa come l'amore, ma intima quanto l'amicizia: Lorenzo non si dava pensiero alcuno di noi, gioiva in vederci legati d'affetto, stringeva egli stesso in mille guise questi legami che ci tenevano uniti. In mezzo alle sue follie, alle sue spensieratezze senza fine, il suo cuore perdurava sì nobile, sì leale, e soprattutto sì ingenuo, che egli non aveva pur sospettata la possibilità di rapporti meno innocenti tra la sua amante e il suo amico, né io stesso, a dire il vero, aveva sospettata tale possibilità; io fui sorpreso dall'amore prima di poterlo avvertire, ne fui vinto prima di poterlo combattere. Era così che l'amore iniziava le sue battaglie, si procurava le sue vittorie! Con quelle sorprese, con quelle apparenze di virtù, con quelle simulazioni infinite? Io lo compresi troppo tardi, io mi sentii posseduto da questo sentimento non a gradi, ma ad un tratto, non in modo da poterlo vincere ancora, ma da esserne già vinto, da esserne dominato per sempre. In coloro che amano una volta sola, è l'amore che dirige la volontà, in coloro che amano più di una volta è la volontà che dirige l'amore. La fortuna, come in tutte le altre cose della mia vita, venne a frapporsi fra me e il mio cuore. Una fatalità inesplicabile mi condannava all'ingratitudine più nera e più mostruosa. Erano trascorsi pochi giorni dacché io aveva conosciuta Clemenza, quando la sua famiglia, assentatasi per alcuni mesi da questa città, lasciavala qui affidata a sua cugina, e contemporaneamente Lorenzo si ammalava, né poteva riceverla in sua casa. Clemenza ed io ci trovammo forzatamente soli. «Incominciarono le mie esitanze. Io non poteva sfuggirla, non poteva allontanarmi da lei senza tradire il mio segreto; ed ella mi volea seco assai spesso quasi ignorasse la mia passione, o, non ignorandola, intendesse di secondarla. Dal letto del mio amico a lei; da lei al letto del mio amico: io trascorreva così le mie giornate angosciose a un tempo e felici; se mi tratteneva al fianco di Clemenza, l'amicizia mi chiamava al capezzale del suo amante; se mi tratteneva presso di lui, l'amore mi richiamava ancora a Clemenza: viveva diviso tra questi due sentimenti, confortato dalla nobiltà dell'uno, lacerato dall'ingratitudine dell'altro; esitante, dubbioso, impotente sì ad essere un amico leale, come un amante leale; torturato dalle lotte incessanti della mia coscienza. «Noi uscivamo spesso alla sera, e solevamo passeggiare sotto gli alberi del recinto ove ci siamo ora conosciuti; la cugina di Clemenza, vedova e giovane ancora, aveva un amante che incontrava sovente durante quelle nostre passeggiate, e al quale soleva dare volentieri il suo braccio, e col quale amava ancora più volentieri di perdersi nei meandri intricati del giardino. Così io rimaneva solo colla fanciulla. «Fu in quelle sere e in quella solitudine e durante la malattia di Lorenzo che i nostri cuori si apersero, che io ingannai il più nobile degli amici, ella il più affettuoso degli amanti; che entrambi ci preparammo amarezze senza fine e senza rimedio. Io non potrei mai dirvi tutta l'intensità di queste amarezze, tutta la varietà de' miei tormenti. Nello stesso istante che il mio cuore si apriva per la prima volta all'amore e ne accoglieva l'immagine ancora pia, ancora pura, ancora circondata di tutte le sue illusioni celesti, sentivasi oppresso, dilaniato dalla coscienza della sua ingratitudine. E a ciò si aggiungeva la gelosia che io sentiva di Lorenzo, il pensiero che quella fanciulla lo aveva amato, lo amava ancora, né sapeva risolversi a rinunciarvi; e che quando pure vi si fosse risolta, né io avrei potuto permettere che lo facesse, né ella avrebbe avuto la forza di farlo. «Perché Clemenza amavaci entrambi ad un'ora; sentivasi in cuore tanto affetto per dividerlo tra noi, e bastare al debito che aveva contratto verso ciascuno. Appena ella aveva la coscienza del suo fallo, ne intravedeva appena le conseguenze inevitabili. «Mistero singolare del cuore umano! Ella aveva amato Lorenzo per l'indole spensierata e vivace del suo carattere, aveva amato me per la natura opposta del mio. La gioventù, la bellezza, il piacere, l'avevano attratta verso di lui, la pietà, la sofferenza, il dolore, l'avevano a me legata; essa afferrava in entrambi gli elementi di cui costituire una sola individualità, una individualità perfetta: completava uno coll'altro; amavaci ambedue in uno solo, e amava uno solo in ciascuno di noi. «Indarno io tentava di richiamarla al pensiero dei suoi doveri, dei nostri doveri; ella rifuggiva da un esame del suo cuore, da una minuta analisi dei suoi sentimenti; come la maggior parte delle donne obbediva ai propri istinti senza riflettervi, seguiva le proprie inclinazioni senza dirigerle; non si formava la vita, la subiva; né sapeva tampoco di subirla, trovavala dolce e bastevole. «Tale è la donna. Non considera, non intuisce, non giudica mai sé medesima; ciò che fa le par buono, ciò a cui la spinge l'istinto le appare sempre giustificato. «Molte sono oneste perché la natura non le spinse ad essere diverse; molte, le più, non lo sono, perché la natura non volle che lo fossero, perché giudicarono un poco tedioso l'esserlo. L'osservazione non ammette in ciò cause più serie. Non importa come e chi esse amino: esse si danno al primo amore, come si danno all'ultimo, come si sono date talora a quelli di mezzo, con espansione, con verità, con abbandono intero e generoso; ciò che esse vogliono soltanto è di essere amate, e di esserlo sempre. «Io non vi racconterò tutte le fasi, le impressioni di questo amore: dovrei richiamarmi delle memorie troppo affannose, né giungerei a farvi comprendere con quanta profondità io l'abbia sentito, e con quanta amarezza di sacrificii scontato. Più volte, durante la malattia di Lorenzo, io era stato in procinto di gettarmi ai piedi del mio amico, di raccontargli tutto, di implorare la sua pietà e il suo perdono, di fuggire, di sottrarmi per sempre alla sua vista e a me stesso. Ma il pensiero del suo dolore, il pericolo di aggravarne la malattia, la vergogna che io sentiva di me medesimo mi distoglievano da questo progetto. E Clemenza pure vi si opponeva. «Perché dirglielo – mi diceva ella, – perché affliggerlo! È ella questa gran colpa l'amarti? Non ti ama egli stesso, Lorenzo? Io ti voglio bene, perché tu hai sofferto, perché soffri, perché sei docile e buono; perché non hai al mondo altra persona che ti ami. Lorenzo non può rimproverarmi l'amore che io ho per te; può soffrirne, ma non può rimproverarmene. Io non sarò tua, ma non sarò nemmeno di lui, vi amerò entrambi, apparterrò tutta a voi, ma non sarò di nessuno.» «Che risolvere! Tacqui e simulai lungo tempo. Lorenzo guarì. La sua lieta natura, che non si era pur smentita durante gli eccessi del male, tornò ad arriderci, ad allietarci colle sue festevolezze, a spensierirci colle sue gioie. Più io mi rodeva in segreto della mia colpa, più egli mi amava. Clemenza non nascondeva il suo affetto per me, pareva non arrossirne, sembrava non temere che Lorenzo l'indovinasse. «E Lorenzo mostravasene lieto. «Credeva egli all'innocenza di questo amore, o non credendovi, voleva punirmene coll'ingigantire nella mia coscienza l'idea della mia ingratitudine? È ciò che nondimeno aveva sospettato. E in questo sospetto il mio cuore trovò le ragioni di inasprirsi verso di lui. La sua dolcezza mi faceva male, la sua clemenza mi uccideva; avrei voluto che egli mi avesse odiato, che mi avesse disprezzato, punito; la sua generosità diveniami una tortura alla quale non mi sentiva più la forza di reggere. Vi farò questa terribile confessione? Sentii che incominciava ad odiarlo, compresi che non poteva più trovarmi dinanzi a lui senza fremere. Quell'uomo mi contendeva l'unico affetto della mia vita, mi contendeva la mia felicità. Con quale diritto! Il mio cuore non tardò a sollevarsi contro di lui; e benché non mi sentissi deliberato ad una provocazione che spezzasse per sempre i nostri legami, la mia ingiustizia mi suggerì un divisamento che non era meno crudele e meno colpevole. Io amava disperatamente Clemenza, io non poteva più vivere senza di lei e presso di lei. Con lei e senza lei: tale era la mia situazione. Poteva io prolungarla, tollerarla, resistervi! Ella non voleva rinunciare a Lorenzo per me, non sentivasi la forza di rinunciare a me per Lorenzo, oscillava tra un affetto e l'altro, mi lacerava il cuore colle sue lacrime, colle sue tenerezze, colle sue preghiere; mi rendeva desolato co' suoi rifiuti, colle sue esitazioni, coll'immagine dei doveri che la legavano al mio amico, e che mi ricordava ad ogni istante senza pietà, e a un tempo senza rimorso. «Risolsi di partire, di fuggirli entrambi, di gettarmi nel turbine della società, di obbliarmi e di obbliarli tra gente straniera, e in un mondo nuovo e ignorato. Scelsi per il mio ritiro la Francia, e mi allontanai da questa città prima che Clemenza e Lorenzo avessero sospettato il mio disegno, e avessero avuto tempo a prevenirlo. Accasatomi a Parigi, diressi a Lorenzo una lettera nella quale gli confessava il mio amore, i miei patimenti, le mie sofferenze senza numero; e lo accusava di avermene punito nascondendomi il suo risentimento, e di avermi reso infelice per sempre. Io non dissimulava a me stesso l'ingiustizia di quelle accuse, e l'asprezza e la severità delle mie parole. Nondimeno le scrissi. «Ebbi da Lorenzo questa risposta: «La vostra lettera, la vostra fuga, la confidenza che mi fate del vostro amore mi hanno sorpreso e atterrito. Devo far appello a tutto il mio coraggio per non soccombere sotto il peso d'una sventura sì grande. Io ho perduto a un tratto quanto aveva al mondo di caro, voi, Clemenza, il mio amore, la mia fede illimitata e incorrotta. Comprenderete quanto io debba soffrire di questa perdita. Nondimeno la mia ragione non si smarrisce, né il mio cuore si muta, né io posso concedere alla sventura il diritto di rendermi malvagio. Perché fuggire? Perché non dirmi tutto qui? Perché usare verso di me un linguaggio che mi ha fatto sì male? Ah voi siete ben debole se la sventura può rendervi così ingiusto! Tornate, Lorenzo; le persone che avete offeso vi perdoneranno; faranno di più, imploreranno ancora la vostra amicizia. Clemenza non apparterrà che a voi, io mi varrò di tutta la mia influenza sul di lei animo per fare che ella mi dimentichi, che non sia che vostra, che non sia felice che con Eugenio. Son io che doveva fuggire, che doveva accorgermi della vostra passione, e prevenirvi; son io che doveva sacrificarmi per voi, per voi che siete sì mesto, sì solo, sì travagliato. Ah la mia coscienza mi opprime di tardi rimproveri! Venite, venite, Lorenzo; o verrò io costì, verrò ad oppormi ai vostri ingrati progetti; a ricondurvi tra le braccia dell'amore e dell'amicizia». «Che vi dirò io? Fui commosso profondamente da quella lettera, fui vinto da una generosità sì sovrumana: cedetti alle sue istanze, e tornai. «Io non ignorava che in quella lotta di sacrificii appariva ed era assai meno nobile di lui; il mio egoismo, il mio amore, l'istinto ineluttabile della mia felicità mi rendevano superiore a quella tacita coscienza della mia bassezza, ma non l'attutivano, né mi confortavano di dolcezze vere e durature. Riacquistando l'amicizia di Lorenzo, tornandone ad apprezzare quelle doti elette di cuore che non poteva in alcun modo disconoscere, sentiami torturato dal pensiero della mia ingenerosità, della mia inferiorità morale. Ogni sacrificio di lui mi feriva come un rimprovero, ogni parola che vi alludesse mi richiamava dolorosamente all'idea della mia ingratitudine. Io vedeva il mio amico attristirsi, immalinconirsi, mutarsi; fuggire da me, fuggire da Clemenza; nascondere nel segreto i dolori di cui doveva essere travagliata la sua anima. E Clemenza stessa fuggivami: ora che ella era stata abbandonata da lui, tenealo caro più che non l'avesse tenuto dapprima; la sua generosità avevaglielo reso degno di stima, quanto la facilità con cui io aveva accettato il suo sacrificio doveva avere immiserito nella di lei anima il concetto che si era formata di me. «Io vedeva ogni giorno Lorenzo; la nostra amicizia fortificavasi di nuovi legami, benché non potessi bandire dal mio cuore non so quale indegna prevenzione che mi teneva in sospetto di lui. Clemenza non amavami più come prima, e io vedeva in questa diminuzione di affetto l'opera consenziente e involontaria del mio amico. La gelosia che io ne sentiva, il dispetto che provava dalla mia stessa ingenerosità a suo riguardo, il convincimento che egli era migliore di me, ponevano tra i nostri cuori qualche cosa di freddo, di amaro, di insuperabile. Non so se Lorenzo se ne avvedesse, se partecipasse a questa convinzione, ma io non ho riposto mai una piena fiducia nell'anima sua: e ve lo dico perché giudichiate voi stesso di me, perché possiate fare un giusto apprezzamento di tutto ciò che egli operò in seguito a mio riguardo. «Non vi prolungherò il racconto di queste lotte, di questi dubbi, di queste esitanze. Clemenza mi amava ancora, ma amava del paro Lorenzo, amavalo, benché egli non l'avesse più riveduta dopo il mio ritorno; rifiutavasi a contrarre un legame duraturo con me. «Io caddi allora in una malinconia inguaribile; i germi di quella infermità di cuore e di mente che io recava meco si svilupparono, ingigantirono, diedero frutti precoci ed amari; la tristezza venne ad assidersi al mio capezzale; la diffidenza venne a collocarsi tra noi e a dividerci, nel tempo stesso che ci sentivamo riuniti da un potere più valido della nostra volontà, dalla forza prepotente del destino. «Nella primavera scorsa, gli avvenimenti della guerra vennero a togliermi da quella situazione terribile; volli lottare di sacrificii con Lorenzo, volli mostrarmi al paro generoso, e d'altra parte la vita erami divenuta insoffribile. Mi arruolai nel corpo dei volontari per cercare in tal guisa un pretesto di morte onorevole. «Prevedendo gli ostacoli che il mio amico e Clemenza avrebbero opposto a questa mia risoluzione, mi allontanai da essi senza abbracciarli, e ne li avvertii per lettera che diressi loro dal campo. Quattro giorni dopo la mia partenza, Lorenzo mi raggiungeva al reggimento cui si era fatto aggregare nella sua qualità di medico, e mi diceva: «Tu tenti indarno di sfuggirmi; costringendomi ad arruolarmi teco e ad avventurarmi agli stessi pericoli, mi hai legato ancora più tenacemente al tuo destino. L'affetto che io ho per te, e il bisogno che sento di contribuire alla tua felicità non sono un sentimento ed un'esigenza che io possa attribuire sì presto. Io ti seguirò dappertutto: io spero che usciremo illesi entrambi da questi pericoli o vi soccomberemo entrambi; ma se un solo di noi è destinato a sopravvivere al nostro passato, io faccio voti perché tu sia quello, perché tu possa serbare intatta la fede nell'amicizia, e formare ancora colla tua felicità la felicità di Clemenza». «Lascio di raccontarvi tutte le tristi eventualità di quella campagna, come ometto la storia delle mie impressioni e de' miei rapporti con Lorenzo in quell'ultimo periodo della nostra amicizia. Per me che m'era dato al militare non per affetto di patria, né per esigenze di un principio, non v'era pure quel sacro entusiasmo che ci compensa di tutto, quell'immenso conforto che si attinge dalla coscienza di compiere un grande dovere. Io era venuto per morirvi, non importava il modo e lo scopo, e non ne anelava che l'istante. «Mi trovai tra i primi al combattimento del Caffaro: Lorenzo mi s'era posto al fianco, e aveva fatto sacramento di non abbandonarmi, benché io l'avessi scongiurato piangendo a ristarsi. Mi scagliai tra i più arditi nel grosso della mischia: gli istinti della vita e della difesa, ridestatisi malgrado la mia determinazione di farmi uccidere, avevano prodotto in me quella febbre, quell'acciecamento, quell'esaltazione di animo che non ci lascia campo ad altre idee, e restringe tutta la nostra attività morale nel pensiero unico, fisso, irremovibile della nostra conservazione. Dimenticai il mio amico che combatteva al mio fianco; né erano trascorsi dieci minuti dacché aveva avuto principio il combattimento, che mi sentii colpito la gamba sinistra; e avendo tentato di sorreggermi e di avanzarmi verso il nemico, la gamba spezzata mi si curvò verso la metà del femore, provai un dolore acuto, straziante, vacillai e caddi svenuto. «Rinvenni alle ambulanze. Lorenzo seduto a terra presso alcuni manipoli di paglia su cui io era stato adagiato, discuteva con altri medici sulla necessità dell'amputazione. Io era sì sofferente che poteva comprendere a stento le loro parole, nondimeno intesi che essi ammettevano la possibilità della mia guarigione senza la perdita della gamba, mentre il mio amico solo sosteneva calorosamente la necessità di amputarla sull'istante. Non so perché, ma mi pareva che Lorenzo mostrasse in ciò un'ostinazione cagionata da motivi estranei a quelli di conservare la mia vita. Era un semplice quesito di scienza? Era l'effetto di un convincimento sincero? Allora non mi parve tale, né poi, né adesso; benché la debolezza cagionatami dal dolore, e l'insistenza e le lacrime con cui mi scongiurava di subire l'amputazione, mi vi facessero acconsentire. «Fu il giorno più terribile della mia vita. L'immaginazione umana non può giungere a concepire che cosa sia l'amputazione di una gamba, questa orrenda mutilazione della nostra macchina, questo impicciolimento, questa modificazione, questa morte parziale del nostro essere fisico. È impossibile che voi possiate comprendere i rapporti che questo avvenimento stabilisce col nostro spirito, che possiate farvi un'idea delle sensazioni che proviamo allorché quella parte viene a distaccarsi da noi, del disequilibrio, dell'incompletazione che ne deriva. «Io non vi farò una descrizione di questa orribile operazione chirurgica, né potrò parlarvi come vorrei delle sensazioni che vi ho provato. Certo è però che quando l'ultima fibra fu recisa e la gamba completamente distaccata, io sentii che non apparteneva più alla vita che per metà, che tutto in me si era mutilato, sconvolto, immiserito; che io sarei rimasto nel mondo come una parte minima, come il frammento infinitesimale di un essere; che vi sarebbe sempre stata una metà di me che, già perdutasi nel gran nulla, mi vi avrebbe chiamato ad ogni istante, come avesse voluto precedermi. «Non era il dolore fisico che mi opprimeva in quel momento, non il dolore morale: era una sensazione nuova, orrenda, profonda, inesplicabile. Credo che tutti coloro che subirono una tale mutilazione abbiano sentito per metà che cosa è il morire, ne abbiano indovinato per una parte il segreto. «La gamba amputata giaceva lì presso di me, sul terreno; un istante prima aveva appartenuto a me, era mia, formava parte del mio essere, io ne dirigeva le movenze; la mia volontà le imponeva; la mia mano la toccava, ed essa rispondeva a quel contatto; sentiva piacere, dolore, soddisfazione, stanchezza... ora tutto era finito: essa si era sottratta al dominio della mia volontà, era uscita dal cerchio della mia esistenza. Io viveva ancora, io respirava, pensava, formava progetti per un tempo avvenire; essa era morta, fredda, bianca, immobile; e pure pochi istanti prima lei ed io avevamo formato un essere solo. Mi sentiva collocato sul limitare della morte, ed era vivo, mi sentiva attratto verso la vita, ed una parte di me era morta, era una sensazione tremenda e ineffabile... Volli toccarla, sollevarla colle mie mani... Quale orrore! La sentiva pesante, fredda, molle, morta, soprattutto morta. Quante parti, quanti dettagli che non aveva osservato prima mi apparivano allora visibili; quante rughe, quante pieghe, quanti effetti di nervi e di muscoli! Toccai un tendine e vidi rizzarsi il pollice del piede... Gran Dio! La gettai da me con orrore; e subito mi curvai su di lei per istinto, quasi mi appartenesse ancora, quasi avesse potuto ancora soffrire. Mi posi a singhiozzare ed a piangere. «Ecco ora qua la mia gamba... voi la vedete, voi potete ammirare sotto i cristalli di quella cassetta una parte considerevole del mio scheletro. Quale sarebbe la vostra impressione se quello stinco bianco, lucido, freddo appartenesse a voi? Immaginate l'impressione che quella vista può cagionare sopra uno spirito infermo come il mio. Perché mirando quello stinco io ricostituisco tutto il mio scheletro, io lo vedo intero, io lo vedo in tutta la sua orribilità, in tutte le sue minime parti: la mia immaginazione dà al mio corpo la trasparenza di quel cristallo. E poi quella porzione di me che è venuta a morire, che io ho distaccato violentemente dal suo gran centro di vitalità, reclama le altre parti, le vuole, esige che si confondano con lei nel suo nulla. Ed io non posso separarmi, allontanarmi, divellermi da questa parte di me: se ne sto lontano un giorno, sento che vi è qualche cosa che mi ridomanda; sento che non tutto ciò che è mio è con me: se le sto d'appresso le sue esigenze diventano maggiori, l'influenza che esercita sul mio animo più imperiosa e crudele. È tempo che io mi sottragga a questa tortura – o vivere completamente, o morire completamente – ecco il dilemma terribile che io leggo scritto su questo frammento spaventoso del mio scheletro. «E avesse egli ucciso soltanto la mia vita fisica sarebbe nulla, ma è la mia fede che egli ha ucciso, la fede che io aveva nell'amicizia. Sì, Lorenzo mi ha tradito; egli mi ha mutilato così perché Clemenza non potesse più amarmi, perché non potesse esser mia. Ho fatto analizzare la mia gamba da medici celebri, e hanno dichiarato che l'osso non era sì fratturato da non potersi ricongiungere, che io avrei potuto guarire senza amputazione. Gli stessi consigli ripetutigli già con tanta unanimità dai chirurghi dell'ambulanza mi confermarono su questo odioso convincimento. «Ed ecco, vedete – egli aggiunse sollevandosi e aprendo un'imposta della cassetta, – guardate qui ove la palla aveva colpito, non vi era che una frattura, non vi erano schegge, le parti del femore si sarebbero ricongiunte senza difficoltà.» «Non parmi» io dissi, tanto per confortarlo come potevo meglio, e distogliere la sua mente da quella fede. Egli crollò il capo in atto di dubbio, e soggiunse: «E' impossibile; io non posso credere all'innocenza di Lorenzo, per quanto egli abbia tentato e tenti ancora di distruggere in me questa convinzione. Vi sono dei momenti in cui il dolore me lo presenta sotto un aspetto sì odioso, che anche avvedendomi, come vorrei, del mio inganno, non potrei più mettermi in pace con esso... Sì, il dolore mi renderà forse ingiusto, ma è lui, sono le sue mani, quei suoi ordigni terribili che mi hanno mutilato così, che hanno distaccato dal mio essere questa parte miserevole di me che mi attende». «Ciò è certamente esagerato – io dissi; – se egli aveva in animo di rendervi in tal modo un servigio, non dovete serbargli rancore dei mezzi con cui lo doveva fare. Ma il suo contegno dopo quell'avvenimento non vi ha potuto accertare o distogliere dal vostro sospetto? Clemenza vi ha abbandonato? L'ha egli sposata?» «No – diss'egli, – tutt'altro. Clemenza, pel contrario, mi ama, ed egli la fugge, ed insiste perché, superando la ripugnanza che io debbo inspirarle, acconsenta a divenire mia moglie.» «Dunque?» «Ma chi mi assicura che il suo pentimento non lo ecciti a questo sacrificio? E quando pure egli ne fosse pentito, posso io perdonargli questo assassinio parziale di me? In quanto a Clemenza, non dubito che solo un sentimento di commiserazione la spinga a desiderare la mia mano, né io posso essere così vile per accettare questo sacrificio.» «Dio buono! – io dissi. – Voi siete terribilmente sospettoso, voi vedete forse dell'odio dove non ve n'è ombra, dove non vi è che della virtù e dell'abnegazione. I vostri rapporti con Lorenzo sono dunque cessati!» «Cessati.» «È a deplorarsi. Ma io tenterò di rinnovarli – proseguii stringendo le sue mani nelle mie; – io tenterò vostro malgrado, perché anch'io desidero la vostra felicità, come la desidera forse profondamente e sinceramente Lorenzo. Io lo conosco il vostro amico, gli parlerò di voi, tenterò di assicurarmi dei sentimenti che nutre a vostro riguardo. Vedrete che vi eravate ingannato, che la vostra bontà fu traviata dalla vostra debolezza. Mi permettete di farlo? Di interessarmi alla vostra felicità?» «Fate, fate» diss'egli sorridendo tristamente. «E incominciate – ripresi accennando alla cassetta – coll'allontanare da voi questo motivo di dolori, questa causa di considerazioni continue sul vostro stato. Bandite coteste malinconie che non hanno ragione di essere. Fate in modo...» Ma Eugenio m'interruppe vivamente esclamando: «È impossibile, impossibile! Ne andrebbe la vita; credete voi che le cose che vi ho detto poc'anzi, ve l'abbia dette per giuoco! Credete che l'influenza che esercita su di me questa frazione di me stesso non sia assoluta, tirannica, inesorabile, come vi ho manifestato? No, io non potrei vivere un'ora diviso da lei, la sola certezza di non vederla più sarebbe sufficiente ad uccidermi, quantunque comprenda che se potessi allontanarmene potrei riconciliarmi ancora colla vita». «Sia come volete, ve ne farete ragione più tardi; e, se me lo permettete, vi rivedrò domani, e riparleremo di voi, e procureremo di essere buoni amici.» «Volentieri, volentieri – diss'egli richiudendo l'imposta della cassetta senza levarne lo sguardo ed abbracciandomi con effusione. – Ci rivedremo domani al giardino.» «Al giardino.» E ci lasciammo coll'ansietà di rivederci. Io non aveva mentito asserendo di conoscere Lorenzo. Benché i rapporti amichevoli che esistevano tra noi non avessero alcun carattere d'intimità, vi era da una parte e dall'altra una tacita simpatia che le sole circostanze non ci avevano ancora messo in grado di provarci. Il suo carattere lieto, vivace, incurevole, gli aveva procurata l'affezione di quanti lo conobbero, il suo cuore sincero e generoso gliene aveva guadagnata la stima. Io l'aveva osservato da qualche tempo – e l'avevano osservato meco i suoi amici – che la sua indole si era modificata, la sua allegrezza svanita, la sua spensieratezza frenata: egli frequentava assai raramente quei luoghi di convegno ove un tempo soleva mostrarsi ogni giorno; e spesso trascorrevano intere settimane senza che lo si potesse vedere. Richiesto del perché, giustificavasi con imbarazzo: e per evitare quelle domande e per sottrarsi alle noie degli amici, che quel modificarsi improvviso del suo carattere incominciava ad allontanare da lui, aveva in quegli ultimi giorni cessato assolutamente di frequentarli. Il racconto di Eugenio mi aveva svelato il segreto di questo contegno. Io non poteva però prestar fede alle accuse che erano contenute in questo racconto: qualunque sospetto poteva capire in me ed acquistarvi un certo valore, non quello che Lorenzo fosse un ipocrita, ed avesse potuto nascondere opere e divisamenti sì tristi sotto il manto di un'infame simulazione. Ad ogni modo premevami di decifrare questo enigma, e la mia premura non era l'effetto di una semplice curiosità. Il racconto di Eugenio, le sofferenze, le prevenzioni, gli affetti, l'infermità fisica e morale di questo infelice giovane avevano destato nel mio animo la più viva simpatia per lui, e m'avevano eccitato a giovargli. Deliberai di parlarne a Lorenzo, e la fortuna mi fu in ciò sì cortese che mi imbattei con lui nella sera di quel giorno medesimo. «È necessario – gli dissi dopo avergli stretto la mano – che io vi parli di alcuni avvenimenti che vi riguardano. Ho penetrato, mio malgrado, in alcuni segreti della vostra vita intima, e sento il dovere di avvertirvene, e la necessità di combinarmi con voi circa i mezzi di raggiungere la felicità di un amico comune.» «Dite, dite» interruppe Lorenzo meravigliato. Io gli raccontai allora quanto m'era successo nel mattino, e gli ripetei letteralmente la narrazione che aveva ascoltata da Eugenio. «Voi capirete – aggiunsi terminando il mio racconto – che la vita di quel giovine non potrà più durare gran tempo così travagliata, e che voi dovete tentare di guarirne lo spirito con tutti quei rimedii che l'arte vostra e più ancora la vostra amicizia e la conoscenza più esatta del suo carattere vi suggeriscono. Conosco il vostro cuore: io mi unirò a voi, e vi presterò tutti quei mezzi di cui posso disporre per raggiungere questo scopo.» «Eugenio è un ingrato – disse Lorenzo attristato: – vi racconterò tutto, benché non vi sia alcuna inesattezza nella narrazione che avete già ascoltata da lui. Vi sono degli uomini i quali si atteggiano a vittime senza esserlo, affettano una sensibilità che non hanno, accusano dolori che non sentono, esigono da coloro che soffrono e sanno soffrire con forza e con dignità, l'omaggio d'una compassione che non meritano. Ambiscono di essere deboli, immaginano di essere oppressi; pretendono che li proteggiate e li accarezziate come fanciulli, che sacrifichiate tutto per essi; e se cessate un istante di farlo, obbliano ciò che avete già fatto, vi accusano di egoismo e di ingratitudine. Sì, perché noi ridiamo, perché nascondiamo sotto la maschera dell'apatia le insanabili piaghe dell'anima, ci dicono che non abbiamo cuore, pretendono che gittiamo ai loro piedi come un trastullo il tesoro dei nostri affetti e della nostra felicità. Freddi e ingenerosi egoisti! Eugenio è uno di costoro. Se v'hanno dolori nella sua vita sono quelli che egli si è procurato colla instabilità del suo carattere, collo scetticismo della sua anima; sono quelli che mi rinfaccia, e che io nondimeno ho |