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LA CHIAMATA DELL'
INCULTURAZIONE E LA SUA RICERCA
Da molto tempo si parla di
inculturazione e conosciamo bene le diverse impostazioni, i progressi e le
difficoltà che s'incontrano in questo cammino. Seguiamo con l'impegno che
segnalò Paolo VI quando avvertì che "una fede che non si fa cultura, non
sarà una fede viva ed operosa". Con spinta provocatoria si continua ad
insistere, senza tregua, nella necessità reciproca di un'inculturazione del
Vangelo e di un'evangelizzazione della cultura. L’inculturazione non è solo un
tema che deve interessare chi va fuori dal suo paese e s'incorpora in una nuova
realtà, in un'altra cultura differente dalla sua. L’inculturazione è un fatto
che accompagna la vita delle persone e dei gruppi in ogni situazione culturale,
anche dentro la propria cultura d'origine. I cambiamenti culturali del proprio
ambiente costituiscono una sfida d'inculturazione: uno può vivere
disinculturato anche nella propria patria.
Oggi, insieme al particolarismo, che vive un momento forte
di affermazione a causa dei regionalismi geografici o culturali, dei nazionalismi e fenomeni simili, possiamo
anche parlare di una cultura mondiale. Pensiamo ai giovani (modo di vestire,
musica, simboli ...). Questa cultura "mondiale" ha tanti elementi
oscuri, negativi, visti come minaccia ai valori della tradizione, ma possiede
pure elementi positivi d'opportunità. Non è da condannare nella sua globalità.
Inculturata in questa cultura "mondializzata", con una chiara
conoscenza e con occhio critico, la vita religiosa può essere un punto di
riferimento per la liberazione personale da tanti bisogni fittizi e per
l'impiego intelligente delle energie a favore della persona umana, troppo
spesso avvolta in un intontimento generalizzato. "Il cristiano non è una
figura di negazione, di rifiuto, di ribellione, ma una persona che dice sì, che
sostiene il mondo, le cose, la vita. Questa è la prima felicità del
cristiano".
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