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Monica Attias
Comunità S. Egidio
Vivere la cittadinanza evangelica oggi, al servizio dei poveri

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Vorrei anzitutto esprimervi l’amicizia di tutta la Comunità di Sant’Egidio  e portarvi il saluto del Prof. Riccardi, il fondatore che molte di voi conoscono personalmente.

Sant’Egidio è un’esperienza ecclesiale di laici nata dopo il Concilio, ma sentiamo con voi religiose  la sfida a vivere come cittadini e cittadine del Vangelo.

 

La vostra riflessione sulla cittadinanza evangelica, infatti, pone  un quesito essenziale per la vita di ogni cristiano che desidera vivere la propria fede in mezzo agli altri, in un rapporto profondo, intenso con il mondo.

La cittadinanza evangelica è anzitutto la chiamata a vivere nel mondo con la libertà dello spirito e l'amore delle Beatitudini. Vorrei cominciare questa riflessione leggendo insieme qualche breve brano della lettera a Diogneto, un testo delle comunità primitive su cui la Comunità di Sant’Egidio ha più volte meditato rispetto al rapporto tra i cristiani e il mondo:

V. 1. I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono

            da distinguere dagli altri uomini. 2. Infatti, non abitano città

            proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un

            genere di vita speciale. 3. La loro dottrina non è nella scoperta

            del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una

            corrente filosofica umana, come fanno gli altri. 4. Vivendo in città

            greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai

            costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un

            metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. 5.

            Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto

            come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni

            patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. (...)

            9. Dimorano nella terra, ma hanno la

            loro cittadinanza nel cielo. 10. Obbediscono alle leggi stabilite, e

            con la loro vita superano le leggi. (…)

            L'anima del mondo

            VI. 1. A dirla in breve, come è l'anima nel corpo, così nel mondo

            sono i cristiani. 2. L'anima è diffusa in tutte le parti del corpo e

            i cristiani nelle città della terra. 3. L'anima abita nel corpo, ma

            non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del

            mondo.

E’ un grande appello alla libertà dai condizionamenti che tante volte tengono prigionieri la nostra fede, il nostro amore, il nostro rapporto con l’altro. L’appartenenza, o la cittadinanza non è seguire l'effimero delle mode ideologiche, ma l'intelligenza e la carità del buon samaritano. Vivere nel mondo per il cristiano non  è una Chiesa che rincorre il mondo, che rincorre le paure, la mentalità, come alcuni sono tentati di pensare.  La cittadinanza è una testimonianza dell’amore dei cristiani per il mondo che supera le leggi, una simpatia per gli uomini, le donne, i paesi  che diviene un impegno, uno stile di vita.

 

Oggi, noi cittadini di un mondo globalizzato ma ancora tanto frammentato e diviso da muri, tra ricchi e poveri, tra nord e sud, abbiamo un grande bisogno di riconciliazione con il Signore e con gli altri, di conversione profonda del cuore.

La responsabilità verso i poveri nasce dall'ascolto della Parola. La Parola, l'insegnamento dei Padri della Chiesa ci indicano molto concretamente la via per la riconciliazione con il fratello, anche quando si presenta come un lontano, come un nemico.

Giovanni Crisostomo riflette su come il ritorno al Signore, la riconciliazione con lui, non è mai avulsa dal rapporto con il fratello. Leggiamo dalle cinque vie della riconciliazione con Dio .

 

“Volete che parli delle vie della riconciliazione con Dio? Sono molte e svariate, però tutte conducono al cielo.
La prima è quella della condanna dei propri peccati. Confessa per primo il tuo peccato e sarai giustificato (…)

Ma ve n'è un'altra per nulla inferiore: non ricordare le colpe dei nemici, dominare l'ira, perdonare i fratelli che ci hanno offeso. Anche così avremo il perdono delle offese da noi fatte al Signore. (…)

Vuoi imparare ancora una terza via di purificazione? È quella della preghiera fervorosa e ben fatta che proviene dall'intimo del cuore.
Se poi ne vuoi conoscere anche una quarta dirò che è l'elemosina. Questa ha un valore molto grande.
Aggiungiamo poi questo: se uno si comporta con temperanza e umiltà, distruggerà alla radice i suoi peccati con non minore efficacia dei mezzi ricordati sopra.”

 

Il tempo a disposizione non ci consente di esplorare tutte e cinque le vie che ci indica questo passo. Ma vorrei soffermarmi sulla quarta via. Ci dice qualcosa che forse può suonare antica alle orecchie del nostro mondo, spesso  abituato a considerare l’elemosina come un gesto d’altri, tempiassistenziale”  si direbbe. Eppure, Giovanni Crisostomo ci invita a non disprezzare questa via per riconciliarci con Dio: recuperare il senso del rapporto personale con i poveri passa attraverso l'elemosina, l'amicizia. Nell’esperienza di Sant’Egidio ognuno, giovane o anzianoimpara che il primo gesto è fermarsi. Non lasciare che sia qualcun altro a farlo. Non lasciare che sia un’istituzione, o perfino la nostra propria istituzione, ad assumersi il carico del “problema” dei poveri. Il primo passo è questo rapporto personale insostituibile con l’uomo o la donna poveri che incontriamo.

 

I cristiani, laici o religiosi, non sono dunque chiamati primariamente a organizzare servizi sociali, ma a convertirsi all'amore e all'amicizia verso i poveri, ad essere profetici e attivi di fronte al potere del male e della divisione. Fin da giovani, nella Comunità di Sant’Egidio, siamo stati coinvolti da quella simpatia per il mondo e per i poveri che veniva dal Concilio e che non ci ha più lasciati, che si è irrobustita nelle difficoltà, nella conoscenza, nell'intelligenza spirituale. Paolo VI alla fine del Vaticano II diceva: "L'antica storia del buon samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. Lo scoperta dei bisogni umani… ha assorbito l'attenzione del nostro Sinodo". Il Concilio non è un pacchetto di riforme strutturali concepite nel clima tecnocratico degli anni Sessanta. Anzi, al di di una patina di ottimismo dei tempi, il Concilio ha attrezzato la Chiesa a vivere una transizione difficile che non passa con gli anni: non solo quella di un mondo uscito da Dio, ma la transizione dell'89, quella della coabitazione con mondi religiosi diversi, quella del disordine umano, sociale e politico di un mondo senza ideologie e imperi, quella di una storia che, pur globalizzata, corre disordinata verso tanti conflitti … La transizione che non è ancora finita. Solo con il tempo si capisce la grazia del Concilio. A Sant'Egidio, ci sentiamo figli del Concilio, tanto che di tempo in tempo ci troviamo a capirne nella vita un aspetto.

 

Considerare i poveri come parte della propria famiglia. Essere comunità insieme ai poveri. Essere con i poveri  di fronte allo stesso evangelo e disponibili a ricevere da loro la buona notizia. Don Bosco parlava di “guadagnare i cuori”. Io credo che questo sia profondamente vero: nel cercare di guadagnare un cuore, di un giovane, di una persona che ha bisogno di noi, si cresce insieme.

 

I poveri sono divenuti fin dall’inizio i nostri compagni di strada: volti diversi e categorie che cambiano. Gli anziani, a cui la nostra società allunga la vita, ma a cui - allo stesso tempo - la sottrae relegandoli in quella marginalità che fa morire, pregandoli occultamente di non trattenersi troppo a lungo tra noi. I malati: penso al mondo della cattiva sanità, poi agli affetti di AIDS, agli handicappati fisici e mentali. Gli zingari, un popolo europeo che non ha mai avuto né la forza né la fantasia di dirsi nazione ed è scacciato da ogni nazione (ultimamente anche dal Kossovo). I poveri che la città produce nonostante sia ricca con un paradosso evidente: i barboni, chi vive per strada, i nuovi poveri … I poveri cambiano, ma restano compagni dei cristiani, siano essi laici, religiosi organizzati o isolati.  I poveri sono per la nostra vita maestri silenziosi sulla vanità delle attrazioni consumiste, sulla facile esaltazione per sé. Come quegli anziani, che al termine di una vita, nella stanchezza degli anni, ci dicono quanto siano ridicole tante nostre vanità

Tempo perso con loro? I poveri non influenzano né i media né i costumi! Non hanno niente da darti in contraccambio. Abbiamo cominciato con loro e con loro continuiamo non solo a Roma, ma in Europa e nel mondo. Quei poveri -è un tratto della nostra spiritualità e della nostra vita- li consideriamo amici e parenti: in essi si riconosce Gesù nel Vangelo di Matteo al capitolo 25. La nostra consuetudine con loro è l'amicizia, anche se non sprovvista di quel senso concreto e fattivo talvolta essenziale alla loro sopravvivenza.  E’ quanto abbiamo ascoltato dal profeta Isaia: “dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire uno che vedi nudo senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne” (Is 58).

Perché? Perché siamo buoni? No, perché abbiamo cominciato a considerare i poveri come gente della famiglia: a conoscere i loro nomi. Il rapporto personale è decisivo. I poveri non sono casi sociali solo; ma anche volti e storie con cui avere un contatto amico. L'inutilità della scelta per loro è rivelatrice di uno degli aspetti dell'inutilità del cristianesimo al severo esame dell'utilitarismo contemporaneo. E’ lo scandalo dell’inutile e del gratuito nell’Europa contemporanea. Ma forse ciò che è veramente bello è inutile e gratuito.

           

Il servizio ai poveri , dunque, non è solo un servizio sociale, è molto di più: è l’evangelizzazione del nostro tempo, un’evangelizzazione molto convincente perché non è fatta di schemi e  di teorie ma di gesti visibili e di parole rivolte a tutti, credenti e lontani.

 

Esempi: I movimenti degli anziani, dei bambini, degli immigrati  e dei disabili ispirati dalla Comunità di Sant'Egidio.

 

Oggi, nel nuovo contesto globale, appare evidente come l'esclusione dei poveri abbia la stessa radice della guerra e della violenza: l’esperienza della Comunità di Sant'Egidio nel lottare ad esempio per la riconciliazione in Africa ha radici nella domanda fondamentale del Signore a Caino.

 

E’ l’esperienza di Caino: sono io forse il custode del mio fratello?

E’ una questione, questa che può essere indirizzata ad intere società di fronte alla realtà del terzo mondo: "Dov’è Abele, tuo fratello?".

La risposta di Caino, è la più normale, scontata. Caino non è il peggiore degli uomini, ma nel senso di estraneità c’è la radice della violenza. Perché dovrei interessarmi al fratello?

Il rapporto con il fratello è un tema ricorrente nel libro della Genesi. Il pensare “non mi riguardafa’ del fratello uno straniero, e alla fine un nemico.  L’incontro con il Signore nella Parola, nella Scrittura è il primo passo per riconoscere l’altro come fratello. Il Vangelo allarga la domanda a considerare il nemico come fratello. All’inizio del XXI secolo è necessario cominciare a rispondere alla domanda del Signore “Dov’è Abele tuo fratello?” E questo è possibile attraverso una cultura della solidarietà, una ricerca del rapporto con l’altro. Nel tempo della paura della perdita del benessere, della minaccia di nuovi conflitti è possibile parlare di nuovo di una “teologia dell’altro”, di un incontro che mitiga la violenta imposizione di sé, dei propri presunti diritti, che mitiga la competitività che è principio guida di tanta parte della nostra società occidentale.

 

Nel nostro tempo, il rafforzamento dei legami etnici, intesi nel senso di forti legami con coloro che sono in tutto simili a noi, sembra diventare un fenomeno rilevante: l’etnicismo non è solo una caratteristica di alcuni paesi  Africani o Balcanici. E’ la tentazione ragionevolecontagiosa diffusa anche nel cosiddetto mondo democratico occidentale. Difendere i propri interessi ad ogni costo. Così nasce il terrore delle invasioni esterne.  Non si apre più la porta.

 

Le guerre non nascono solo dalla difesa delle proprie ragioni di razza o di confini. L’idea che le risorse del mondo siano limitate- sempre più diffusa tra i paesi ricchi - appare ragionevole agli occhi della maggioranza: una naturale difesa dell’equilibrio dei paesi occidentali dalla minaccia che viene dall’esterno.  L’individualismo sta trasformando la nostra civiltà. I deboli sono sempre più un peso di cui liberarsi. I governi non hanno bisogno dei loro voti per essere rieletti. L’Africa intera potrebbe essere spazzata via senza che questo abbia ripercussioni sui mercati internazionali. La diseguaglianza è alla radice di molte guerre

 

Ma è' possibile il miracolo della pace e del rispetto dei diritti dell'uomo? Il profeta Isaia invita a spezzare le catene, “a rimandare liberi gli oppressi e a spezzare ogni giogo” (Is 58): quale giogo più duro della guerra? E’ possibile questo per dei cristiani ordinari come noi?

 

Sant'Egidio si è incontrato con la domanda del miracolo della pace in un'Africa senza pace: la guerra in Mozambico con un milione di morti e più di un milione di sfollati oltre un immenso numero di mine antiuomo, eredità terribile. Si poteva continuare a fare solo cooperazione allo sviluppo, quando la guerra, madre della povertà, inghiottiva tante vite umane e ipotecava il futuro? Esperienza di oligarchie africane corrotte; esperienza di sfruttamento europeo; esperienza di violenza guerrigliera; esperienza di afro-marxismo che univa la cultura determinista con la crudeltà; esperienza di impotenza internazionale e di cinismo. Non c’è tempo di  narrare come siamo arrivati a mettere al tavolo del negoziato governo marxista e guerriglia del Mozambico, della vicenda di due anni e mezzo in cui le delegazioni si sono affrontate a Sant'Egidio a Roma, si sono processate e hanno alla fine trovato una piattaforma di pace. Abbiamo lavorato come mediatori per far cadere il muro di incomprensione, soprattutto per elaborare un sentire nazionale in cui fosse possibile il miracolo della pace. La pace, un accordo articolato e elaborato, ha consentito al Mozambico di andare alle elezioni. Oggi in Mozambico non si muore più per la guerra. E il 4 ottobre 2002 celebriamo i dieci anni della pace di un paese che, a alterne vicende, ha conosciuto trent’anni di guerra.

 

Oggi Sant’Egidio  non è un organizzazione che lavora per l’Africa: Sant’Egidio è africana. Le sue comunità, numerosissime in quel continente, sono interamente africane. E costruire la pace è possibile anche grazie al lavoro quotidiano di giovani africani, senza mezzi e risorse, che mettono insieme bambini hutu e tutsi e li fanno studiare insieme, che si mobilitano quando a Goma esplode il vulcano.

 

Con il tempo sono affluite altre richieste di impegno per la pace a Sant'Egidio: appelli disperati, sogni, inviti ufficiali. Dalle suore Salesiane di Khartoum, la cui Chiesa stava per venire rasa al suolo dal governo. Dal Guatemala, dove abbiamo favorito la ripresa di trattative tra governo e guerriglia in un momento difficile, al Kossovo dove abbiamo realizzato un accordo per riaprire le scuole, al Burundi, all'impegno per il rilascio di prigionieri in altre aree del mondo (oggi in Colombia). Dalla Terra Santa, e ultimamente, a Palermo, durante il nostro annuale incontro interreligioso per la pace i partecipanti ad una tavola rotonda, israeliani e palestinesi, hanno chiesto il sostegno di Sant’Egidio al loro lavoro per la pace.

 

Il vecchio e saggio patriarca di Costantinopoli, Athenagoras, con l’eredità di secoli di coabitazione, dai Balcani all’Anatolia, diceva "Tutti i popoli sono buoni. Ognuno merita rispetto e ammirazione. Ho visto gli uomini soffrire. Tutti hanno bisogno d’amore. Se sono malvagi è perché non hanno mai incontrato l’amore vero. So anche che a volte ci sono forze, oscure, demoniache che si impossessano degli uomini e dei popoli. Ma l’amore di Dio è più forte dell’inferno. Grazie a lui troviamo il coraggio di amare tutti gli uomini …".

 

Un ultimo aspetto importante del vivere la cittadinanza evangelica è lo stile di vita: io oggi più che in passato la libertà del cristiano si manifesta anche in una serie di scelte personali, familiari, comunitarie, di natura economica ed organizzativa. La risposta, noi crediamo, deve essere quella del coniugare uno stile di vita semplice  ad un uso intelligente delle risorse. Di risorse, infatti,  c’è bisogno. La pace ha bisogno di risorse, i poveri del mondo hanno bisogno di aiuti finanziari.

La vera sfida è costruire una vita in cui c’è spazio per la gratuità. Cosa vuole dire costruire la propria giornata in maniera che ci sia spazio anche per l’altro, dove l’altro è prima di tutto il Signore. Cosa vuol dire per noi laici la dimensione del servire come volontari. Volontario, oltre che non stipendiato, per noi vuol dire qualcuno che servevolentieri”, e questa è una dimensione spirituale imprescindibile del rapporto con i poveri.

 

Siamo laici che cercano di vivere liberamente la generosità con i poveri, fissando una misura per sé, come fece Zaccheo dopo la visita del Signore nella sua casa… La Regola di Zaccheo è un po’ la nostra: ciascuno, preso dalla gioia per la presenza del Signore a casa sua e scoprendosi peccatore, fissa la misura di quello che vuol dare ai poveri. Infatti i membri della Comunità sono in maggioranza laici, conducono una vita ordinaria -la casa, la famiglia, il lavoro- e aiutano in poveri in maniera gratuita.

Esempio: il progetto AIDS in Mozambico - un esempio dello stile di lavoro di Sant’Egidio. La diversità dell'approccio rispetto alle ONG o le grandi istituzioni internazionali.

 

Da questo stile di vita nasce la scelta della Comunità, come ormai di diverse congregazioni religiose, di aderire alla Banca etica, un istituzione cooperativa, che gestita con criteri etici e non insensibile alla provenienza e alla destinazione delle risorse  finanziarie.  Il rapporto tra eticità ed economia è la grande questione sociale dell’inizio del terzo millennio. La dottrina sociale stessa della Chiesa in tutto il ‘900, dalla Rerum novarum fino alla Sollicitudo rei socialis , la Laborem exercens, si è confrontata con questa domanda.

 

Infine vorrei condividere con voi  due punti di riflessione sulla collaborazione tra laici e religiosi. Nella disponibilità all’incontro personale e comunitario, e colgo l’occasione per ringraziarvi ancora di questo invito rivolto alla Comunità di Sant’Egidio a condividere questa giornata del vostro Capitolo Generale , e nella consapevolezza comune dei problemi del mondo si trova la strada della comunione ecclesiale e della collaborazione tra laici e religiosi di fronte alla sofferenza dei poveri.

1.       Un aspetto molto bello della vita della Chiesa è la comunione, l’amicizia tra le famiglie religiose, che in tante occasioni ci ha consolato, ci ha confermato nella nostra vocazione. E tanto possiamo ancora scoprirne la profondità. Io credo ci sia una circolarità delle risorse, si riceve e si allo stesso tempo. Voi sapete che Sant’Egidio non ha istituzioni redditizie, eppure sempre più spesso vescovi, organizzazioni, emergenze umanitarie, ci interpellano. Ma ogni famiglia può mettere a disposizione degli altri anche i propri talenti (e ricordiamo sempre l’impegno delle Salesiane nel divulgare l’appello contro la pena di morte).  E quanto c’è bisogno di mettere al servizio della pace e della riconciliazione i nostri talenti. Questa è anche e la complementarietà dei carismi.

 

2.       Uscire nella strada, non aspettare che i poveri vengano da noi. Gregorio Magno, in una Roma atterrita dalla perdita della propria potenza al tramonto dell’Impero, spaventata quasi come la nostra Europa dopo l’11 settembre, predicava così: "Ogni giorno troviamo Lazzaro se lo cerchiamo, e anche senza cercarlo, ogni giorno ci imbattiamo con lui. I poveri si presentano a noi anche importunandoci, chiedono… Non sciupate dunque il tempo della misericordia". Il problema dei poveri resta un appuntamento decisivo per vivere la cittadinanza evangelica. Non solo nel senso del servizio sociale della Chiesa, che è pure importante, ma di un cristiano che si incontra con i poveri. C’è una misericordia che abbiamo ricevuto noi stessi (non fosse quella di una vita confortevole, non fosse quella del dono della fede e della vocazione).

 

Questo significa io credo, vivere in maniera più audace la cittadinanza attiva.





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