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Testo
Vorrei anzitutto esprimervi l’amicizia di tutta la Comunità di
Sant’Egidio e portarvi il saluto del Prof.
Riccardi, il fondatore che molte di voi conoscono personalmente.
Sant’Egidio è un’esperienza ecclesiale di laici nata dopo il Concilio,
ma sentiamo con voi religiose la sfida
a vivere come cittadini e cittadine del Vangelo.
La vostra riflessione sulla cittadinanza evangelica, infatti, pone un quesito essenziale per la vita di ogni
cristiano che desidera vivere la propria fede in mezzo agli altri, in un
rapporto profondo, intenso con il mondo.
La cittadinanza evangelica è anzitutto la chiamata a vivere nel mondo
con la libertà dello spirito e l'amore delle Beatitudini. Vorrei cominciare
questa riflessione leggendo insieme qualche breve brano della lettera a
Diogneto, un testo delle comunità primitive su cui la Comunità di Sant’Egidio
ha più volte meditato rispetto al rapporto tra i cristiani e il mondo:
V. 1. I cristiani né per regione, né per voce, né per
costumi sono
da
distinguere dagli altri uomini. 2. Infatti, non abitano città
proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un
genere di vita speciale. 3. La loro dottrina non è nella scoperta
del
pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una
corrente filosofica umana, come fanno gli altri. 4. Vivendo in città
greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai
costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un
metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. 5.
Vivono nella loro patria, ma come
forestieri; partecipano a tutto
come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni
patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. (...)
9.
Dimorano nella terra, ma hanno la
loro cittadinanza nel cielo. 10. Obbediscono alle leggi stabilite, e
con
la loro vita superano le leggi. (…)
L'anima del mondo
VI.
1. A dirla in breve, come è l'anima nel corpo, così nel mondo
sono i cristiani. 2. L'anima è diffusa
in tutte le parti del corpo e
i
cristiani nelle città della terra. 3. L'anima abita nel corpo, ma
non
è del corpo; i cristiani abitano
nel mondo, ma non sono del
mondo.
E’ un grande appello alla libertà dai condizionamenti che tante volte
tengono prigionieri la nostra fede, il nostro amore, il nostro rapporto con
l’altro. L’appartenenza, o la cittadinanza non è seguire l'effimero delle mode
ideologiche, ma l'intelligenza e la carità del buon samaritano. Vivere nel
mondo per il cristiano non è una Chiesa
che rincorre il mondo, che rincorre le paure, la mentalità, come alcuni sono
tentati di pensare. La cittadinanza è
una testimonianza dell’amore dei cristiani per il mondo che supera le leggi,
una simpatia per gli uomini, le donne, i paesi
che diviene un impegno, uno stile di vita.
Oggi, noi cittadini di un mondo globalizzato ma ancora tanto
frammentato e diviso da muri, tra ricchi e poveri, tra nord e sud, abbiamo un
grande bisogno di riconciliazione con il Signore e con gli altri, di
conversione profonda del cuore.
La responsabilità verso i poveri nasce dall'ascolto della Parola. La
Parola, l'insegnamento dei Padri della Chiesa ci indicano molto concretamente
la via per la riconciliazione con il fratello, anche quando si presenta come un
lontano, come un nemico.
Giovanni Crisostomo riflette su come il ritorno al Signore, la
riconciliazione con lui, non è mai avulsa dal rapporto con il fratello.
Leggiamo dalle cinque vie della riconciliazione con Dio .
“Volete che parli
delle vie della riconciliazione con Dio? Sono molte e svariate, però tutte
conducono al cielo.
La prima è quella della condanna dei propri peccati. Confessa per primo il tuo
peccato e sarai giustificato (…)
Ma ve n'è un'altra
per nulla inferiore: non ricordare le colpe dei nemici, dominare l'ira,
perdonare i fratelli che ci hanno offeso. Anche così avremo il perdono delle
offese da noi fatte al Signore. (…)
Vuoi imparare ancora
una terza via di purificazione? È quella della preghiera fervorosa e ben fatta
che proviene dall'intimo del cuore.
Se poi ne vuoi conoscere anche una quarta dirò che è l'elemosina. Questa ha un
valore molto grande.
Aggiungiamo poi questo: se uno si comporta con temperanza e umiltà, distruggerà
alla radice i suoi peccati con non minore efficacia dei mezzi ricordati sopra.”
Il tempo a disposizione non ci consente di esplorare tutte e cinque le
vie che ci indica questo passo. Ma vorrei soffermarmi sulla quarta via. Ci dice
qualcosa che forse può suonare antica alle orecchie del nostro mondo,
spesso abituato a considerare
l’elemosina come un gesto d’altri, tempi “assistenziale” si direbbe. Eppure, Giovanni Crisostomo ci
invita a non disprezzare questa via per riconciliarci con Dio: recuperare il
senso del rapporto personale con i poveri passa attraverso l'elemosina,
l'amicizia. Nell’esperienza di Sant’Egidio ognuno, giovane o anziano, impara che il primo gesto è fermarsi. Non
lasciare che sia qualcun altro a farlo. Non lasciare che sia un’istituzione, o
perfino la nostra propria istituzione, ad assumersi il carico del “problema”
dei poveri. Il primo passo è questo rapporto personale insostituibile con
l’uomo o la donna poveri che incontriamo.
I cristiani, laici o religiosi, non sono dunque chiamati primariamente
a organizzare servizi sociali, ma a convertirsi all'amore e all'amicizia verso
i poveri, ad essere profetici e attivi di fronte al potere del male e della
divisione. Fin da giovani, nella Comunità di Sant’Egidio, siamo stati coinvolti
da quella simpatia per il mondo e per i poveri che veniva dal Concilio e che
non ci ha più lasciati, che si è irrobustita nelle difficoltà, nella
conoscenza, nell'intelligenza spirituale. Paolo VI alla fine del Vaticano II
diceva: "L'antica storia del buon samaritano è stata il paradigma della
spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. Lo
scoperta dei bisogni umani… ha assorbito l'attenzione del nostro Sinodo".
Il Concilio non è un pacchetto di riforme strutturali concepite nel clima
tecnocratico degli anni Sessanta. Anzi, al di là di una patina di ottimismo dei
tempi, il Concilio ha attrezzato la Chiesa a vivere una transizione difficile
che non passa con gli anni: non solo quella di un mondo uscito da Dio, ma la
transizione dell'89, quella della coabitazione con mondi religiosi diversi,
quella del disordine umano, sociale e politico di un mondo senza ideologie e
imperi, quella di una storia che, pur globalizzata, corre disordinata verso tanti
conflitti … La transizione che non è ancora finita. Solo con il tempo si
capisce la grazia del Concilio. A Sant'Egidio, ci sentiamo figli del Concilio,
tanto che di tempo in tempo ci troviamo a capirne nella vita un aspetto.
Considerare i poveri come parte della propria famiglia. Essere comunità
insieme ai poveri. Essere con i poveri
di fronte allo stesso evangelo e disponibili a ricevere da loro la buona
notizia. Don Bosco parlava di “guadagnare i cuori”. Io credo che questo sia
profondamente vero: nel cercare di guadagnare un cuore, di un giovane, di una
persona che ha bisogno di noi, si cresce insieme.
I poveri sono divenuti fin dall’inizio i nostri compagni di
strada: volti diversi e categorie che cambiano. Gli anziani, a cui la nostra
società allunga la vita, ma a cui - allo stesso tempo - la sottrae relegandoli
in quella marginalità che fa morire, pregandoli occultamente di non trattenersi
troppo a lungo tra noi. I malati: penso al mondo della cattiva sanità, poi agli
affetti di AIDS, agli handicappati fisici e mentali. Gli zingari, un popolo
europeo che non ha mai avuto né la forza né la fantasia di dirsi nazione ed è
scacciato da ogni nazione (ultimamente anche dal Kossovo). I poveri che la
città produce nonostante sia ricca con un paradosso evidente: i barboni, chi
vive per strada, i nuovi poveri … I poveri cambiano, ma restano compagni dei
cristiani, siano essi laici, religiosi organizzati o isolati. I poveri sono per la nostra vita maestri
silenziosi sulla vanità delle attrazioni consumiste, sulla facile
esaltazione per sé. Come quegli anziani, che al termine di una vita, nella
stanchezza degli anni, ci dicono quanto siano ridicole tante nostre
vanità.
Tempo perso con loro? I poveri non influenzano né i media né i costumi!
Non hanno niente da darti in contraccambio. Abbiamo cominciato con loro e con
loro continuiamo non solo a Roma, ma in Europa e nel mondo. Quei poveri -è un
tratto della nostra spiritualità e della nostra vita- li consideriamo amici e
parenti: in essi si riconosce Gesù nel Vangelo di Matteo al capitolo 25. La
nostra consuetudine con loro è l'amicizia, anche se non sprovvista di quel
senso concreto e fattivo talvolta essenziale alla loro sopravvivenza. E’ quanto abbiamo ascoltato dal profeta
Isaia: “dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza
tetto, vestire uno che vedi nudo senza distogliere gli occhi da quelli della
tua carne” (Is 58).
Perché? Perché siamo buoni? No, perché abbiamo cominciato a considerare
i poveri come gente della famiglia: a conoscere i loro nomi. Il rapporto
personale è decisivo. I poveri non sono casi sociali solo; ma anche volti e
storie con cui avere un contatto amico. L'inutilità della scelta per loro è
rivelatrice di uno degli aspetti dell'inutilità del cristianesimo al severo
esame dell'utilitarismo contemporaneo. E’ lo scandalo dell’inutile e del
gratuito nell’Europa contemporanea. Ma forse ciò che è veramente bello è
inutile e gratuito.
Il servizio ai poveri , dunque, non è solo un servizio sociale, è molto
di più: è l’evangelizzazione del nostro tempo, un’evangelizzazione molto
convincente perché non è fatta di schemi e
di teorie ma di gesti visibili e di parole rivolte a tutti, credenti e
lontani.
Esempi: I movimenti degli
anziani, dei bambini, degli immigrati e
dei disabili ispirati dalla Comunità di Sant'Egidio.
Oggi, nel nuovo contesto globale, appare evidente come l'esclusione dei
poveri abbia la stessa radice della guerra e della violenza: l’esperienza della
Comunità di Sant'Egidio nel lottare ad esempio per la riconciliazione in Africa
ha radici nella domanda fondamentale del Signore a Caino.
E’ l’esperienza di Caino: sono io forse il custode del mio fratello?
E’ una questione, questa che può essere indirizzata ad intere società
di fronte alla realtà del terzo mondo: "Dov’è Abele, tuo fratello?".
La risposta di Caino, è la più normale, scontata. Caino non è il
peggiore degli uomini, ma nel senso di estraneità c’è la radice della violenza.
Perché dovrei interessarmi al fratello?
Il rapporto con il fratello è un tema ricorrente nel libro della
Genesi. Il pensare “non mi riguarda” fa’ del fratello uno straniero, e alla
fine un nemico. L’incontro con il
Signore nella Parola, nella Scrittura è il primo passo per riconoscere l’altro
come fratello. Il Vangelo allarga la domanda a considerare il nemico come
fratello. All’inizio del XXI secolo è necessario cominciare a rispondere alla
domanda del Signore “Dov’è Abele tuo fratello?” E questo è possibile attraverso
una cultura della solidarietà, una ricerca del rapporto con l’altro. Nel tempo
della paura della perdita del benessere, della minaccia di nuovi conflitti è
possibile parlare di nuovo di una “teologia dell’altro”, di un incontro che
mitiga la violenta imposizione di sé, dei propri presunti diritti, che mitiga
la competitività che è principio guida di tanta parte della nostra società
occidentale.
Nel nostro tempo, il rafforzamento dei legami etnici, intesi nel senso
di forti legami con coloro che sono in tutto simili a noi, sembra diventare un
fenomeno rilevante: l’etnicismo non è solo una caratteristica di alcuni
paesi Africani o Balcanici. E’ la
tentazione ragionevole e contagiosa
diffusa anche nel cosiddetto mondo democratico occidentale. Difendere i propri
interessi ad ogni costo. Così nasce il terrore delle invasioni esterne. Non si apre più la porta.
Le guerre non nascono solo dalla difesa delle proprie ragioni di razza
o di confini. L’idea che le risorse del mondo siano limitate- sempre più diffusa
tra i paesi ricchi - appare ragionevole agli occhi della maggioranza: una
naturale difesa dell’equilibrio dei paesi occidentali dalla minaccia che viene
dall’esterno. L’individualismo sta
trasformando la nostra civiltà. I deboli sono sempre più un peso di cui
liberarsi. I governi non hanno bisogno dei loro voti per essere rieletti.
L’Africa intera potrebbe essere spazzata via senza che questo abbia
ripercussioni sui mercati internazionali. La diseguaglianza è alla radice di
molte guerre.
Ma è' possibile il miracolo della pace e del rispetto dei diritti
dell'uomo? Il profeta Isaia invita a spezzare le catene, “a rimandare liberi
gli oppressi e a spezzare ogni giogo” (Is 58): quale giogo più duro della
guerra? E’ possibile questo per dei cristiani ordinari come noi?
Sant'Egidio si è incontrato con la domanda del miracolo della pace in
un'Africa senza pace: la guerra in Mozambico con un milione di morti e più di
un milione di sfollati oltre un immenso numero di mine antiuomo, eredità
terribile. Si poteva continuare a fare solo cooperazione allo sviluppo, quando
la guerra, madre della povertà, inghiottiva tante vite umane e ipotecava il
futuro? Esperienza di oligarchie africane corrotte; esperienza di sfruttamento
europeo; esperienza di violenza guerrigliera; esperienza di afro-marxismo che
univa la cultura determinista con la crudeltà; esperienza di impotenza
internazionale e di cinismo. Non c’è tempo di
narrare come siamo arrivati a mettere al tavolo del negoziato governo
marxista e guerriglia del Mozambico, della vicenda di due anni e mezzo in cui
le delegazioni si sono affrontate a Sant'Egidio a Roma, si sono processate e
hanno alla fine trovato una piattaforma di pace. Abbiamo lavorato come
mediatori per far cadere il muro di incomprensione, soprattutto per elaborare
un sentire nazionale in cui fosse possibile il miracolo della pace. La pace, un
accordo articolato e elaborato, ha consentito al Mozambico di andare alle
elezioni. Oggi in Mozambico non si muore più per la guerra. E il 4 ottobre 2002
celebriamo i dieci anni della pace di un paese che, a alterne vicende, ha
conosciuto trent’anni di guerra.
Oggi Sant’Egidio non è un
organizzazione che lavora per l’Africa: Sant’Egidio è africana. Le sue
comunità, numerosissime in quel continente, sono interamente africane. E
costruire la pace è possibile anche grazie al lavoro quotidiano di giovani
africani, senza mezzi e risorse, che mettono insieme bambini hutu e tutsi e li
fanno studiare insieme, che si mobilitano quando a Goma esplode il vulcano.
Con il tempo sono affluite altre richieste di impegno
per la pace a Sant'Egidio: appelli disperati, sogni, inviti ufficiali. Dalle
suore Salesiane di Khartoum, la cui Chiesa stava per venire rasa al suolo dal
governo. Dal Guatemala, dove abbiamo favorito la ripresa di trattative tra
governo e guerriglia in un momento difficile, al Kossovo dove abbiamo
realizzato un accordo per riaprire le scuole, al Burundi, all'impegno per il
rilascio di prigionieri in altre aree del mondo (oggi in Colombia). Dalla Terra
Santa, e ultimamente, a Palermo, durante il nostro annuale incontro
interreligioso per la pace i partecipanti ad una tavola rotonda, israeliani e
palestinesi, hanno chiesto il sostegno di Sant’Egidio al loro lavoro per la
pace.
Il vecchio e saggio patriarca di Costantinopoli,
Athenagoras, con l’eredità di secoli di coabitazione, dai Balcani all’Anatolia,
diceva "Tutti i popoli sono buoni. Ognuno merita rispetto e ammirazione.
Ho visto gli uomini soffrire. Tutti hanno bisogno d’amore. Se sono malvagi è
perché non hanno mai incontrato l’amore vero. So anche che a volte ci sono
forze, oscure, demoniache che si impossessano degli uomini e dei popoli. Ma
l’amore di Dio è più forte dell’inferno. Grazie a lui troviamo il coraggio di
amare tutti gli uomini …".
Un ultimo aspetto importante del vivere la cittadinanza evangelica è lo
stile di vita: io oggi più che in passato la libertà del cristiano si manifesta
anche in una serie di scelte personali, familiari, comunitarie, di natura
economica ed organizzativa. La risposta, noi crediamo, deve essere quella del
coniugare uno stile di vita semplice ad
un uso intelligente delle risorse. Di risorse, infatti, c’è bisogno. La pace ha bisogno di risorse,
i poveri del mondo hanno bisogno di aiuti finanziari.
La vera sfida è costruire una vita in cui c’è spazio per la gratuità.
Cosa vuole dire costruire la propria giornata in maniera che ci sia spazio
anche per l’altro, dove l’altro è prima di tutto il Signore. Cosa vuol dire per
noi laici la dimensione del servire come volontari. Volontario, oltre che non
stipendiato, per noi vuol dire qualcuno che serve “volentieri”, e questa è una
dimensione spirituale imprescindibile del rapporto con i poveri.
Siamo laici che cercano di vivere liberamente la generosità con i
poveri, fissando una misura per sé, come fece Zaccheo dopo la visita del
Signore nella sua casa… La Regola di Zaccheo è un po’ la nostra: ciascuno,
preso dalla gioia per la presenza del Signore a casa sua e scoprendosi
peccatore, fissa la misura di quello che vuol dare ai poveri. Infatti i membri
della Comunità sono in maggioranza laici, conducono una vita ordinaria -la
casa, la famiglia, il lavoro- e aiutano in poveri in maniera gratuita.
Esempio: il progetto AIDS in
Mozambico - un esempio dello stile di lavoro di Sant’Egidio. La diversità
dell'approccio rispetto alle ONG o le grandi istituzioni internazionali.
Da questo stile di vita nasce la scelta della Comunità, come ormai di
diverse congregazioni religiose, di aderire alla Banca etica, un istituzione
cooperativa, che gestita con criteri etici e non insensibile alla provenienza e
alla destinazione delle risorse
finanziarie. Il rapporto tra
eticità ed economia è la grande questione sociale dell’inizio del terzo
millennio. La dottrina sociale stessa della Chiesa in tutto il ‘900, dalla
Rerum novarum fino alla Sollicitudo rei socialis , la Laborem exercens, si è
confrontata con questa domanda.
Infine vorrei condividere con voi
due punti di riflessione sulla collaborazione tra laici e religiosi.
Nella disponibilità all’incontro personale e comunitario, e colgo l’occasione
per ringraziarvi ancora di questo invito rivolto alla Comunità di Sant’Egidio a
condividere questa giornata del vostro Capitolo Generale , e nella
consapevolezza comune dei problemi del mondo si trova la strada della comunione
ecclesiale e della collaborazione tra laici e religiosi di fronte alla
sofferenza dei poveri.
1.
Un aspetto molto bello
della vita della Chiesa è la comunione, l’amicizia tra le famiglie religiose,
che in tante occasioni ci ha consolato, ci ha confermato nella nostra
vocazione. E tanto possiamo ancora scoprirne la profondità. Io credo ci sia una
circolarità delle risorse, si riceve e si dà allo stesso tempo. Voi sapete che
Sant’Egidio non ha istituzioni redditizie, eppure sempre più spesso vescovi,
organizzazioni, emergenze umanitarie, ci interpellano. Ma ogni famiglia può
mettere a disposizione degli altri anche i propri talenti (e ricordiamo sempre
l’impegno delle Salesiane nel divulgare l’appello contro la pena di morte). E quanto c’è bisogno di mettere al servizio
della pace e della riconciliazione i nostri talenti. Questa è anche e la
complementarietà dei carismi.
2.
Uscire nella strada, non
aspettare che i poveri vengano da noi. Gregorio Magno, in una Roma atterrita dalla
perdita della propria potenza al tramonto dell’Impero, spaventata quasi come la
nostra Europa dopo l’11 settembre, predicava così: "Ogni giorno troviamo
Lazzaro se lo cerchiamo, e anche senza cercarlo, ogni giorno ci imbattiamo con
lui. I poveri si presentano a noi anche importunandoci, chiedono… Non sciupate
dunque il tempo della misericordia". Il problema dei poveri resta un
appuntamento decisivo per vivere la cittadinanza evangelica. Non solo nel senso
del servizio sociale della Chiesa, che è pure importante, ma di un cristiano
che si incontra con i poveri. C’è una misericordia che abbiamo ricevuto noi
stessi (non fosse quella di una vita confortevole, non fosse quella del dono
della fede e della vocazione).
Questo significa io credo, vivere in maniera più audace la cittadinanza
attiva.
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