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| Giordano Bruno Dell'Infinito IntraText CT - Lettura del testo |
Dialogo 1
Interlocutori: Elpino, Filoteo, Fracastorio, Burchio.
1 \ ELP.\ Come è possibile che l'universo sia infinito?
2 \ FIL.\ Come è possibile che l'universo sia finito?
3 \ ELP.\ Volete voi che si possa dimostrar questa infinitudine?
4 \ FIL.\ Volete voi che si possa dimostrar questa finitudine?
5 \ ELP.\ Che dilatazione è questa?
6 \ FIL.\ Che margine è questa?
7 \ FRAC.\ Ad rem, ad rem, si iuvat; troppo a lungo ne avete tenuto suspesi.
8 \ BUR.\ Venite presto a qualche raggione, Filoteo, perché io mi prenderò
spasso de ascoltar questa favola o fantasia.
9 \ FRAC.\ Modestius, Burchio: che dirai, se la verità ti convincesse al fine?
10 \ BUR.\ Questo ancor che sia vero, io non lo voglio credere; perché questo
infinito non è possibile che possa esser capito dal mio capo, né digerito dal
mio stomaco; benché, per dirla, pure vorrei che fusse cossì come dice Filoteo,
perché se, per mala sorte, avenesse che io cascasse da questo mondo, sempre
11 \ ELP.\ Certo, o Filoteo, se noi vogliamo far il senso giudice o pur donargli
quella prima che gli conviene per quel che ogni notizia prende origine da lui,
trovaremo forse che non è facile di trovar mezzo per conchiudere quel che tu
dici, più tosto che il contrario. Or, piacendovi, cominciate a farmi intendere.
12 \ FIL.\ Non è senso che vegga l'infinito, non è senso da cui si richieda
questa conchiusione; perché l'infinito non può essere oggetto del senso; e però
chi dimanda di conoscere questo per via di senso, è simile a colui che volesse
veder con gli occhi la sustanza e l'essenza; e chi negasse per questo la cosa,
perché non è sensibile o visibile, verebe a negar la propria sustanza ed essere.
Però deve esser modo circa il dimandar testimonio del senso; a cui non doniamo
luogo in altro che in cose sensibili, anco non senza suspizione, se non entra in
giudizio gionto alla raggione. A l'intelletto conviene giudicare e render
raggione de le cose absenti e divise per distanza di tempo ed intervallo di
luoghi. Ed in questo assai ne basta ed assai sufficiente testimonio abbiamo dal
senso per quel, che non è potente a contradirne e che oltre fa evidente e
confessa la sua imbecillità ed insufficienza per l'apparenza de la finitudine
che caggiona per il suo orizonte, in formar della quale ancora si vede quanto
sia incostante. Or, come abbiamo per esperienza, che ne inganna nella superficie
di questo globo in cui ne ritroviamo, molto maggiormente doviamo averlo suspetto
quanto a quel termine che nella stellifera concavità ne fa comprendere.
13 \ ELP.\ A che dunque ne serveno gli sensi? Dite.
14 \ FIL.\ Ad eccitar la raggione solamente, ad accusare, ad indicare e
testificare in parte, non a testificare in tutto, né meno a giudicare, né a
condannare. Perché giamai, quantunque perfetti, son senza qualche perturbazione.
Onde la verità, come da un debile principio, è da gli sensi in picciola parte,
15 \ ELP.\ Dove dunque?
16 \ FIL.\ Ne l'oggetto sensibile come in un specchio, nella raggione per modo
di argumentazione e discorso, nell'intelletto per modo di principio o di
conclusione, nella mente in propria e viva forma.
17 \ ELP.\ Su dunque, fate vostre raggioni.
18 \ FIL.\ Cossì farò. Se il mondo è finito ed estra il mondo è nulla, vi
dimando: ove è il mondo? ove è l'universo? Risponde Aristotele: è in se stesso.
Il convesso del primo cielo è loco universale; e quello, come primo continente,
non è in altro continente, perché il loco non è altro che superficie ed
estremità di corpo continente; onde chi non ha corpo continente, non ha loco. -
Or che vuoi dir tu, Aristotele, per questo, che "il luogo è in se stesso?", che
mi conchiuderai per "cosa estra il mondo?". Se tu dici che non v'è nulla; il
cielo, il mondo, certo, non sarà in parte alcuna;
19 \ FRAC.\ Nullibi ergo erit mundis. Omne erit in nihilo.
20 \ FIL.\ - il mondo sarà qualcosa che non si trova. Se dici (come certo mi par
che vogli dir qualche cosa, per fuggir il vacuo ed il niente) che estra il mondo
è uno ente intellettuale e divino, di sorte che Dio venga ad esser luogo di
tutte le cose, tu medesimo sarai molto impacciato per farne intendere come una
cosa incorporea, intelligibile e senza dimensione possa esser luogo di cosa
dimensionata. Che se dici quello comprendere come una forma ed al modo con cui
l'anima comprende il corpo, non rispondi alla questione dell'estra ed alla
dimanda di ciò che si trova oltre e fuor de l'universo. E se tu vuoi escusare
con dire, che dove è nulla e dove non è cosa alcuna, non è anco luogo, non è
oltre, né extra, per questo non mi contentarai; perché queste sono paroli ed
iscuse che non possono entrare in pensiero. Perché è a fatto impossibile che con
qualche senso o fantasia (anco se si ritrovassero altri sensi ed altre fantasie)
possi farmi affirmare, con vera intenzione, che si trove tal superficie, tal
margine, tal estremità, extra la quale non sia o corpo o vacuo: anco essendovi
Dio, perché la divinità non è per impire il vacuo, e per conseguenza non è in
raggione di quella, in modo alcuno, di terminare il corpo; perché tutto lo che
se dice terminare, o è forma esteriore, o è corpo continente. Ed in tutti i modi
che lo volessi dire, sareste stimato pregiudicatore alla dignità della natura
divina ed universale.
21 \ BUR.\ Certo, credo che bisognarebe dire a costui che, se uno stendesse la
mano oltre quel convesso, che quella non verrebe essere in loco, e non sarebe in
parte alcuna, e per consequenza non arebe l'essere.
22 \ FIL.\ Giongo a questo qualmente non è ingegno che non concepa questo dire
peripatetico come una implicata contradizione. Aristotele ha definito il loco,
non come corpo continente, non come certo spacio, ma come una superficie di
continente corpo; e poi il primo e principal e massimo luogo è quello a cui meno
ed a fatto niente conviene tal diffinizione. Quello è la superficie convessa del
primo cielo, la quale è superficie di corpo; e di tal corpo, il quale contiene
solamente, e non è contenuto. Or a far che quella superficie sia luogo, non si
richieda che sia di corpo contenuto, ma che sia di corpo continente. Se è
superficie di corpo continente, e non è gionta e continuata a corpo contenuto, è
un luogo senza locato; atteso che al primo cielo non conviene esser luogo, se
non per la sua su[per]ficie concava, la qual tocca la convessa del secondo.
Ecco, dunque, come quella definizione è vana e confusa ed interemptiva di se
stessa. Alla qual confusione si viene per aver quell'inconveniente, che vuol che
estra il cielo sia posto nulla.
23 \ ELP.\ Diranno i peripatetici che il primo cielo è corpo continente per la
superficie concava, e non per la convessa; e, secondo quella, è luogo.
24 \ FRAC.\ Ed io soggiongo che dunque si trova superficie di corpo continente
la quale non è loco.
25 \ FIL.\ In somma, per venir direttamente al proposito, mi par cosa ridicola
il dire che estra il cielo sia nulla, e che il cielo sia in se stesso, e locato
per accidente, e loco per accidente, idest per le sue parti. Ed intendasi quel
che si voglia per il suo per accidente; che non può fuggir che non faccia de uno
doi; perché sempre è altro ed altro quel che è continente e quel che è
contenuto; e talmente altro ed altro che, secondo lui medesimo, il continente è
incorporeo ed il contenuto è corpo; il continente è inmobile, il contenuto è
mobile; il continente matematico, il contenuto fisico. Or sia che si voglia di
quella superficie, constantemente dimandarò: che cosa è oltre quella? Se si
risponde che è nulla, questo dirò io esser vacuo, essere inane; e tal vacuo e
tal inane che non ha modo, né termine alcuno olteriore; terminato però
citeriormente. E questo è più difficile ad imaginare, che il pensar l'universo
essere infinito ed immenso. Perché non possiamo fuggire il vacuo, se vogliamo
ponere l'universo finito. Veggiamo adesso, se conviene che sia tal spacio in cui
sia nulla. In questo spacio infinito si trova questo universo (o sia per caso o
per necessità o per providenza, per ora non me ne impaccio). Dimando se questo
spacio che contiene il mondo, ha maggiore aptitudine di contenere un mondo, che
altro spacio che sia oltre.
26 \ FRAC.\ Certo mi par che non; perché dove è nulla, non è differenza alcuna;
dove non è differenza, non è altra ed altra aptitudine: e forse manco è
attitudine alcuna dove non è cosa alcuna.
27 \ ELP.\ Né tampoco inepzia alcuna. E delle due più tosto quella che questa.
28 \ FIL.\ Voi dite bene. Cossì dico io che, come il vacuo ed inane (che si pone
necessariamente con questo peripatetico dire) non ha aptitudine alcuna a
ricevere, assai meno la deve avere a ributtare il mondo. Ma di queste due
attitudini noi ne veggiamo una in atto, e l'altra non la possiamo vedere a
fatto, se non con l'occhio della raggione. Come dunque in questo spacio, equale
alla grandezza del mondo (il quale da platonici è detto materia), è questo
mondo, cossì un altro può essere in quel spacio ed in innumerabili spacii oltre
questo equali a questo.
29 \ FRAC.\ Certo, più sicuramente possiamo giudicar in similitudine di quel che
veggiamo e conoscemo, che in modo contrario di quel che veggiamo e conoscemo.
Onde, perché per il nostro vedere ed esperimentare l'universo non si finisce, né
termina a vacuo ed inane e di quello non è nuova alcuna, raggionevolmente
doviamo conchiuder cossì; perché, quando tutte l'altre raggioni fussero equali,
noi veggiamo che l'esperimento è contrario al vacuo e non al pieno. Con dir
questo, saremo sempre iscusati; ma con dir altrimente, non facilmente fugiremo
mille accusazioni ed inconvenienti. Seguitate, Filoteo.
30 \ FIL.\ Dunque, dal canto del spacio infinito, conosciamo certo che è
attitudine alla recepzione di corpo, e non sappiamo altrimente. Tutta volta mi
bastarà avere che non ripugna a quella; almeno per questa caggione, che dove è
nulla, nulla oltraggia. Resta ora vedere se è cosa conveniente che tutto il
spacio sia pieno, o non. E qua, se noi consideriamo tanto in quello che può
essere quanto in quello che può fare, trovaremo sempre non sol raggionevole, ma
ancora necessario, che sia. Questo acciò sia manifesto, vi dimando se è bene che
questo mondo sia.
31 \ ELP.\ Molto bene.
32 \ FIL.\ Dunque è bene che questo spacio, che è equale alla dimension del
mondo (il quale voglio chiamar vacuo, simile ed indifferente al spacio, che tu
direste esser niente oltre la convessitudine del primo cielo), sia talmente
33 \ FIL.\ Oltre, te dimando: credi tu che sicome in questo spacio si trova
questa machina, detta mondo, che la medesima arebe possuto o potrebe essere in
34 \ ELP.\ Dirò de sì, benché non veggio come nel niente e vacuo possiamo dire
differenza di altro ed altro.
35 \ FRAC.\ Io son certo che vedi, ma non ardisci di affirmare, perché ti
36 \ ELP.\ Affirmatelo pur sicuramente; perché è necessario dire ed intendere
che questo mondo è in un spacio; il quale, se il mondo non fusse, sarebe
indifferente da quello che è oltre il primo vostro mobile.
37 \ FRAC.\ Seguitate.
38 \ FIL.\ Dunque, sicome può ed ha possuto ed è necessariamente perfetto questo
spacio per la continenza di questo corpo universale, come dici; niente meno può
ed ha possuto esser perfetto tutto l'altro spacio.
39 \ ELP.\ Il concedo; che per questo? Può essere, può avere: dunque è? dunque
ha?
40 \ FIL.\ Io farò che, se vuoi ingenuamente confessare, che tu dica che può
essere e che deve essere e che è. Perché come sarebe male che questo spacio non
fusse pieno, cioè che questo mondo non fusse; non meno, per la indifferenza, è
male che tutto il spacio non sia pieno; e per consequenza l'universo sarà di
dimensione infinita e gli mondi saranno innumerabili.
41 \ ELP.\ La causa perché denno essere tanti, e non basta uno?
42 \ FIL.\ Perché, se è male che questo mondo non sia o che questo pieno non si
ritrove, è al riguardo di questo spacio o di altro spacio equale a questo?
43 \ ELP.\ Io dico che è male al riguardo di quel che è in questo spacio, che
indifferentemente si potrebe ritrovare in altro spacio equale a questo.
44 \ FIL.\ Questo, se ben consideri, viene tutto ad uno; perché la bontà di
questo essere corporeo che è in questo spacio o potrebe essere in altro equale a
questo, rende raggione e riguarda a quella bontà conveniente e perfezione che
può essere in tale e tanto spacio, quanto è questo, o altro equale a questo, e
non ad quella che può essere in innumerabili altri spacii, simili a questo.
Tanto più che, se è raggione che sia un buono finito, un perfetto terminato;
improporzionalmente è raggione che sia un buono infinito; perché, dove il finito
bene è per convenienza e raggione, l'infinito è per absoluta necessità.
45 \ ELP.\ L'infinito buono certamente è, ma è incorporeo.
46 \ FIL.\ In questo siamo concordanti, quanto a l'infinito incorporeo. Ma che
cosa fa che non sia convenientissimo il buono, ente, corporeo infinito? O che
repugna che l'infinito, implicato nel simplicissimo ed individuo primo
principio, non venga esplicato più tosto in questo suo simulacro infinito ed
interminato, capacissimo de innumerabili mondi, che venga esplicato in sì
anguste margini, di sorte che par vituperio il non pensare che questo corpo, che
a noi par vasto e grandissimo, al riguardo della divina presenza non sia che un
punto, anzi un nulla?
47 \ ELP.\ Come la grandezza de Dio non consiste nella dimensione corporale in
modo alcuno (lascio che non li aggionge nulla il mondo), cossì la grandezza del
suo simulacro non doviamo pensare che consista nella maggiore e minore mole di
48 \ FIL.\ Assai bene dite, ma non rispondete al nervo della raggione; perché io
non richiedo il spacio infinito, e la natura non ha spacio infinito, per la
dignità della dimensione o della mole corporea, ma per la dignità delle nature e
specie corporee; perché incomparabilmente meglio in innumerabili individui si
presenta l'eccellenza infinita, che in quelli che sono numerabili e finiti.
Però, bisogna che di un inaccesso volto divino sia un infinito simulacro, nel
quale, come infiniti membri, poi si trovino mondi innumerabili, quali sono gli
altri. Però, per la raggione de innumerabili gradi di perfezione, che denno
esplicare la eccellenza divina incorporea per modo corporeo, denno essere
innumerabili individui, che son questi grandi animali (de quali uno è questa
terra, diva madre che ne ha parturiti ed alimenta e che oltre non ne
riprenderà), per la continenza di questi innumerabili si richiede un spacio
infinito. Nientemeno dunque è bene che siano, come possono essere, innumerabili
mondi simili a questo, come ha possuto e può essere ed è bene che sia questo.
49 \ ELP.\ Diremo che questo mondo finito, con questi finiti astri, comprende la
perfezione de tutte cose.
50 \ FIL.\ Possete dirlo, ma non già provarlo; perché il mondo che è in questo
spacio finito, comprende la perfezione di tutte quelle cose finite che son in
questo spacio; ma non già dell'infinite che possono essere in altri spacii
51 \ FRAC.\ Di grazia, fermiamoci, e non facciamo come i sofisti li quali
disputano per vencere, e mentre rimirano alla lor palma, impediscono che essi ed
altri non comprendano il vero. Or io credo che non sia perfidioso tanto
pertinace, che voglia oltre calunniare, che per la raggion del spacio che può
infinitamente comprendere, e per la raggione della bontà individuale e numerale
de infiniti mondi che possono essere compresi niente meno che questo uno che noi
conosciamo, hanno ciascuno di essi raggione di convenientemente essere. Perché
infinito spacio ha infinita attitudine, ed in quella infinita attitudine si loda
infinito atto di existenza; per cui l'efficiente infinito non è stimato
deficiente, e per cui l'attitudine non è vana. Contentati dunque, Elpino, di
ascoltar altre raggioni, se altre occorreno a Filoteo.
52 \ ELP.\ Io veggio bene, a dire il vero, che dire il mondo, come dite voi
l'universo, interminato non porta seco inconveniente alcuno, e ne viene a
liberar da innumerabili angustie nelle quali siamo avilupati dal contrario dire.
Conosco particolarmente che ne bisogna con i peripatetici tal volta dir cosa che
nella nostra intenzione non tiene fondamento alcuno: come, dopo aver negato il
vacuo, tanto fuori quanto dentro l'universo, vogliamo pur rispondere alla
questione che cerca dove sia l'universo; e dire quello essere ne le sue parti,
per tema di dire che lo non sia in loco alcuno; come è dire nullibi, nusquam. Ma
non si può togliere che in quel modo è bisogno di dire le parti ritrovarsi in
qualche loco, e l'universo non essere in loco alcuno né in spacio; il qual dire,
come ognun vede, non può essere fondato sopra intenzione alcuna, ma significa
espressamente una pertinace fuga, per non confessar la verità con ponere il
mondo ed universo infinito, o con ponere il spacio infinito; da le quali ambe
posizioni séguita gemina confusione a chi le tiene. Affermo dunque che, se il
tutto è un corpo, e corpo sferico, e per consequenza figurato e terminato,
bisogna che sia terminato in spacio infinito; nel quale, se vogliamo dire che
sia nulla, è necessario concedere che sia il vero vacuo: il quale, se è, non ha
minor raggione in tutto che in questa parte che qua veggiamo capace di questo
mondo; se non è, deve essere il pieno, e consequentemente l'universo infinito. E
non meno insipidamente siegue il mondo essere alicubi, avendo detto che estra
quello è nulla, e che vi è nelle sue parti, che se uno dicesse Elpino essere
alicubi, perché la sua mano è nel suo braccio, l'occhio nel suo volto, il piè
nella gamba, il capo nel suo busto. Ma, per venire alla conclusione e per non
portarmi da sofista fissando il piè su l'apparente difficoltadi, e spendere il
tempo in ciancie, affermo quel che non posso negare: cioè, che nel spacio
infinito o potrebono essere infiniti mondi simili a questo, o che questo
universo stendesse la sua capacità e comprensione di molti corpi, come son
questi, nomati astri; ed ancora che (o simili o dissimili che sieno questi
mondi) non con minor raggione sarebe bene a l'uno l'essere che a l'altro; perché
l'essere de l'altro non ha minor raggione che l'essere de l'uno, e l'essere di
molti non minor che de l'uno e l'altro, e l'essere de infiniti che di molti. Là
onde, come sarebe male la abolizione ed il non essere di questo mondo, cossì non
sarebe buono il non essere de innumerabili altri.
53 \ FRAC.\ Vi esplicate molto bene, e mostrate di comprender bene le raggioni e
non esser sofista, perché accettate quel che non si può negare.
54 \ ELP.\ Pure vorei udire quel che resta di raggione del principio e causa
efficiente eterna: se a quella convegna questo effetto di tal sorte infinito, e
se per tanto in fatto tale effetto sia.
55 \ FIL.\ Questo è quel che io dovevo aggiongere. Perché, dopo aver detto
l'universo dover essere infinito per la capacità ed attitudine del spacio
infinito, e per la possibilità e convenienza dell'essere di innumerabili mondi,
come questo; resta ora provarlo e dalle circostanze dell'efficiente che deve
averlo produtto tale, o, per parlar meglio, produrlo sempre tale, e dalla
condizione del modo nostro de intendere. Possiamo più facilmente argumentare che
infinito spacio sia simile a questo che veggiamo, che argumentare che sia tale
quale non lo veggiamo né per essempio né per similitudine né per proporzione né
anco per imaginazione alcuna la quale al fine non destrugga se medesima. Ora,
per cominciarla: perché vogliamo o possiamo noi pensare che la divina efficacia
sia ociosa? perché vogliamo che la divina bontà la quale si può communicare alle
cose infinite e si può infinitamente diffondere, voglia essere scarsa ed
astrengersi in niente, atteso che ogni cosa finita al riguardo de l'infinito è
niente? perché volete quel centro della divinità, che può infinitamente in una
sfera (se cossì si potesse dire) infinita amplificarse, come invidioso, rimaner
più tosto sterile che farsi comunicabile, padre fecondo, ornato e bello? voler
più tosto comunicarsi diminutamente e, per dir meglio, non comunicarsi, che
secondo la raggione della gloriosa potenza ed esser suo? perché deve esser
frustrata la capacità infinita, defraudata la possibilità de infiniti mondi che
possono essere, pregiudicata la eccellenza della divina imagine che deverebe più
risplendere in uno specchio incontratto e secondo il suo modo di essere
infinito, immenso? perché doviamo affirmar questo che, posto, mena seco tanti
inconvenienti e, senza faurir leggi, religioni, fede o moralità in modo alcuno,
destrugge tanti principii di filosofia? Come vuoi tu che Dio, e quanto alla
potenza e quanto a l'operazione e quanto a l'effetto (che in lui son medesima
cosa), sia determinato, e come termino della convessitudine di una sfera, più
tosto che, come dir si può, termino interminato di cosa interminata? Termino,
dico, senza termine, per esser differente la infinità dell'uno da l'infinità
dell'altro: perché lui è tutto l'infinito complicatamente e totalmente, ma
l'universo è tutto in tutto (se pur in modo alcuno si può dir totalità, dove non
è parte né fine) explicatamente, e non totalmente; per il che l'uno ha raggion
di termine, l'altro ha raggion di terminato, non per differenza di finito ed
infinito, ma perché l'uno è infinito e l'altro è finiente secondo la raggione
del totale e totalmente essere in tutto quello che, benché sia tutto infinito,
non è però totalmente infinito; perché questo ripugna alla infinità
56 \ ELP.\ Io vorrei meglio intender questo. Però mi farete piacere di
esplicarvi alquanto per quel che dite essere tutto in tutto totalmente, e tutto
in tutto l'infinito e totalmente infinito.
57 \ FIL.\ Io dico l'universo tutto infinito, perché non ha margine, termino, né
superficie; dico l'universo non essere totalmente infinito, perché ciascuna
parte che di quello possiamo prendere, è finita, e de mondi innumerabili che
contiene, ciascuno è finito. Io dico Dio tutto infinito, perché da sé esclude
ogni termine ed ogni suo attributo è uno ed infinito; e dico Dio totalmente
infinito, perché tutto lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte
infinitamente e totalmente: al contrario dell'infinità de l'universo, la quale è
totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur, referendosi all'infinito,
possono esser chiamate parti) che noi possiamo comprendere in quello.
58 \ ELP.\ Io intendo. Or seguite il vostro proposito.
59 \ FIL.\ Per tutte le raggioni, dunque, per le quali se dice esser
conveniente, buono, necessario questo mondo compreso come finito, deve dirse
esserno convenienti e buoni tutti gli altri innumerabili; a li quali, per
medesima raggione, l'omnipotenza non invidia l'essere; e senza li quali quella,
o per non volere o per non possere, verrebe ad esser biasimata per lasciar un
vacuo o, se non vuoi dir vacuo, un spacio infinito; per cui non solamente
verrebe suttratta infinita perfezione dello ente, ma anco infinita maestà
attuale allo efficiente nelle cose fatte se son fatte, o dependenti se sono
eterne. Qual raggione vuole che vogliamo credere, che l'agente che può fare un
buono infinito, lo fa finito? E se lo fa finito, perché doviamo noi credere che
possa farlo infinito, essendo in lui il possere ed il fare tutto uno? Perché è
inmutabile, non ha contingenzia nella operazione, né nella efficacia, ma da
determinata e certa efficacia depende determinato e certo effetto
inmutabilmente; onde non può essere altro che quello che è; non può esser tale
quale non è; non può posser altro che quel che può; non può voler altro che quel
che vuole; e necessariamente non può far altro che quel che fa; atteso che
l'aver potenza distinta da l'atto conviene solamente a cose mutabili.
60 \ FRAC.\ Certo, non è soggetto di possibilità o di potenza quello che giamai
fu, non è e giamai sarà; e veramente, se il primo efficiente non può voler altro
che quel che vuole, non può far altro che quel che fa. E non veggo come alcuni
intendano quel che dicono della potenza attiva infinita, a cui non corrisponda
potenza passiva infinita, e che quello faccia uno e finito che può far
innumerabili ne l'infinito ed inmenso, essendo l'azion sua necessaria, perché
procede da tal volontà quale, per essere inmutabilissima, anzi la immutabilità
istessa, è ancora la istessa necessità; onde sono a fatto medesima cosa libertà,
volontà, necessità, ed oltre il fare col volere, possere ed essere.
61 \ FIL.\ Voi consentite, e dite molto bene. Adunque, bisogna dir una de due: o
che l'efficiente, possendo dependere da lui l'effetto infinito, sia riconosciuto
come causa e principio d'uno inmenso universo che contiene mondi innumerabili; e
da questo non siegue inconveniente alcuno, anzi tutti convenienti, e secondo la
scienza e secondo le leggi e fede; o che, dependendo da lui un finito universo,
con questi mondi (che son gli astri) di numero determinato, sia conosciuto di
potenza attiva finita e determinata, come l'atto è finito e determinato; perché
quale è l'atto, tale è la volontà, tale è la potenza.
62 \ FRAC.\ Io completto ed ordino un paio di sillogismi in questa maniera. Il
primo efficiente, se volesse far altro che quel che vuol fare, potrebe far altro
che quel che fa; ma non può voler far altro che quel che vuol fare; dunque non
può far altro che quel che fa. Dunque, chi dice l'effetto finito, pone
l'operazione e la potenza finita. Oltre (che viene al medesimo): il primo
efficiente non può far se non quel che vuol fare; non vuol fare se non quel che
fa; dunque, non può fare se non quel che fa. Dunque, chi nega l'effetto
infinito, nega la potenza infinita.
63 \ FIL.\ Questi, se non son semplici, sono demostrativi sillogismi. Tutta
volta lodo che alcuni degni teologi non le admettano; perché, providamente
considerando, sanno che gli rozzi popoli ed ignoranti con questa necessità
vegnono a non posser concipere come possa star la elezione e dignità e meriti di
giusticia; onde, confidati o desperati sotto certo fato, sono necessariamente
sceleratissimi. Come talvolta certi corrottori di leggi, fede e religione,
volendo parer savii, hanno infettato tanti popoli, facendoli dovenir più barbari
e scelerati che non eran prima, dispreggiatori del ben fare ed assicuratissimi
ad ogni vizio e ribaldaria, per le conclusioni che tirano da simili premisse.
Però non tanto il contrario dire appresso gli sapienti è scandaloso e detrae
alla grandezza ed eccellenza divina, quanto quel che è vero, è pernicioso alla
civile conversazione e contrario al fine delle leggi, non per esser vero, ma per
esser male inteso, tanto per quei che malignamente il trattano, quanto per quei
che non son capaci de intenderlo senza iattura di costumi.
64 \ FRAC.\ Vero. Non si è trovato giamai filosofo, dotto ed uomo da bene che,
sotto specie o pretesto alcuno, da tal proposizione avesse voluto tirar la
necessità delli effetti umani e destruggere l'elezione. Come, tra gli altri,
Platone ed Aristotele, con ponere la necessità ed immutabilità in Dio, non
poneno meno la libertà morale e facultà della nostra elezione; perché sanno bene
e possono capire, come siano compossibili questa necessità e questa libertà.
Però alcuni di veri padri e pastori di popoli toglieno forse questo dire ed
altro simile per non donare comodità, a scelerati e seduttori nemici della
civilità e profitto generale, di tirar le noiose conclusioni abusando della
semplicità ed ignoranza di quei che difficilmente possono capire il vero e
prontissimamente sono inclinati al male. E facilmente condonaranno a noi di usar
le vere proposizioni, dalle quali non vogliamo inferir altro che la verità della
natura e dell'eccellenza de l'autor di quella; e le quali non son proposte da
noi al volgo, ma a sapienti soli che possono aver accesso all'intelligenza di
nostri discorsi. Da questo principio depende che gli non men dotti che religiosi
teologi giamai han pregiudicato alla libertà de filosofi; e gli veri, civili e
bene accostumati filosofi sempre hanno faurito le religioni; perché gli uni e
gli altri sanno che la fede si richiede per l'instituzione di rozzi popoli che
denno esser governati, e la demostrazione per gli contemplativi che sanno
governar sé ed altri.
65 \ ELP.\ Quanto a questa protestazione è detto assai. Ritornate ora al
66 \ FIL.\ Per venir, dunque, ad inferir quel che vogliamo, dico che, se nel
primo efficiente è potenza infinita, è ancora operazion da la quale depende
l'universo di grandezza infinita e mondi di numero infinito.
67 \ ELP.\ Quel che dite, contiene in sé gran persuasione, se non contiene la
verità. Ma questo che mi par molto verisimile, io lo affermarò per vero, se mi
potrete risolvere di uno importantissimo argomento per il quale è stato ridutto
Aristotele a negar la divina potenza infinita intensivamente, benché la
concedesse estensivamente. Dove la raggione della negazione sua era che, essendo
in Dio cosa medesima potenza e atto, possendo cossì movere infinitamente,
moverebbe infinitamente con vigore infinito; il che se fusse vero, verrebe il
cielo mosso in istante; perché, se il motor più forte muove più velocemente, il
fortissimo muove velocissimamente, l'infinitamente forte muove istantaneamente.
La raggione della affirmazione era, che lui eternamente e regolatamente muove il
primo mobile, secondo quella raggione e misura con la quale il muove. Vedi
dunque per che raggione li attribuisce infinità estensiva - ma non infinità
absoluta - ed intensivamente ancora. Per il che voglio conchiudere che, sicome
la sua potenza motiva infinita è contratta all'atto di moto secondo velocità
finita, cossì la medesima potenza di far l'inmenso ed innumerabili è limitata
dalla sua voluntà al finito e numerabili. Quasi il medesimo vogliono alcuni
teologi, i quali, oltre che concedeno la infinità estensiva con la quale
successivamente perpetua il moto dell'universo, richiedeno ancora la infinità
intensiva con la quale può far mondi innumerabili, muovere mondi innumerabili, e
ciascuno di quelli e tutti quelli insieme muovere in uno istante: tutta volta,
cossì ha temprato con la sua voluntà la quantità della moltitudine di mondi
innumerabili, come la qualità del moto intensissimo. Dove, come questo moto, che
procede pure da potenza infinita, nulla obstante, è conosciuto finito, cossì
facilmente il numero di corpi mondani potrà esser creduto determinato.
68 \ FIL.\ L'argumento in vero è di maggior persuasione ed apparenza che altro
possa essere; circa il quale è detto già a bastanza per quel, che si vuole che
la volontà divina sia regolatrice, modificatrice e terminatrice della divina
potenza. Onde seguitano innumerabili inconvenienti, secondo la filosofia al
meno; lascio i principii teologali, i quali con tutto ciò non admetteranno che
la divina potenza sia più che la divina volontà o bontà, e generalmente che uno
attributo secondo maggior raggione convegna alla divinità che un altro.
69 \ ELP.\ Or perché dunque hanno quel modo di dire, se non hanno questo modo di
70 \ FIL.\ Per penuria di termini ed efficaci resoluzioni.
71 \ ELP.\ Or dunque voi, che avete particular principii, con gli quali
affermate l'uno, cioè che la potenza divina è infinita intensiva ed
estensivamente; e che l'atto non è distinto dalla potenza, e che per questo
l'universo è infinito e gli mondi sono innumerabili; e non negate l'altro, che
in fatto ciascuno de li astri o orbi, come ti piace dire, vien mosso in tempo e
non in instante; mostrate con quai termini e con che risoluzione venete a salvar
la vostra, o togliere l'altrui persuasioni, per le quali giudicano, in
conclusione, il contrario di quel che giudicate voi.
72 \ FIL.\ Per la risoluzion di quel che cercate, dovete avertire prima che,
essendo l'universo infinito ed immobile, non bisogna cercare il motor di quello.
Secondo che, essendo infiniti gli mondi contenuti in quello, quali sono le
terre, li fuochi ed altre specie di corpi chiamati astri, tutti se muoveno dal
principio interno, che è la propria anima, come in altro loco abbiamo provato; e
però è vano andar investigando il lor motore estrinseco. Terzo che questi corpi
mondani si muoveno nella eterea regione non affissi o inchiodati in corpo alcuno
più che questa terra, che è un di quelli, è affissa; la qual però proviamo che
dall'interno animale instinto circuisce il proprio centro, in più maniere, e il
sole. Preposti cotali avertimenti secondo gli nostri principii, non siamo
forzati a dimostrar moto attivo né passivo di vertù infinita intensivamente;
perché il mobile ed il motore è infinito, e l'anima movente ed il corpo moto
concorreno in un finito soggetto; in ciascuno, dico, di detti mondani astri.
Tanto, che il primo principio non è quello che muove; ma, quieto ed immobile, dà
il posser muoversi a infiniti ed innumerabili mondi, grandi e piccoli animali
posti nell'amplissima reggione de l'universo, de quali ciascuno, secondo la
condizione della propria virtù, ha la raggione di mobilità, motività ed altri
73 \ ELP.\ Voi siete fortificato molto, ma non già per questo gittate la machina
delle contrarie opinioni. Le quali tutte hanno per famoso e come presupposto,
che l'Optimo Massimo muove il tutto. Tu dici che dona il muoversi al tutto che
si muove; e però il moto accade secondo la virtù del prossimo motore. Certo, mi
pare più tosto raggionevole di vantaggio che meno conveniente questo tuo dire
che il comune determinare; tutta volta, - per quel che solete dire circa l'anima
del mondo e circa l'essenza divina, che è tutta in tutto, empie tutto ed è più
intrinseca alle cose che la essenzia propria de quelle, perché è la essenzia de
le essenzie, vita de le vite, anima de le anime, - però non meno mi par che
possiamo dire lui movere il tutto, che dare al tutto il muoversi. Onde il dubio
già fatto par che anco stia su li suoi piedi.
74 \ FIL.\ Ed in questo facilmente posso satisfarvi. Dico, dunque, che nelle
cose è da contemplare, se cossì volete doi principii attivi di moto: l'uno
finito secondo la raggione del finito soggetto, e questo muove in tempo; l'altro
infinito secondo la raggione dell'anima del mondo, overo della divinità, che è
come anima de l'anima, la quale è tutta in tutto e fa esser l'anima tutta in
tutto; e questo muove in istante. La terra dunque ha dui moti. Cossì tutti gli
corpi che si muoveno, hanno dui principii di moto; de quali il principio
infinito è quello che insieme insieme muove ed ha mosso; onde, secondo quella
raggione, il corpo mobile non meno è stabilissimo che mobilissimo. Come appare
nella presente figura, che voglio significhe la terra; che è mossa in instante
in quanto che ha motore di virtù infinita. Quella, movendosi con il centro da A
in E, e tornando da E in A, e questo essendo in uno instante, insieme insieme e
in A ed in E ed in tutti gli luoghi tramezzanti; e però insieme insieme è
partita e ritornata; e questo essendo sempre cossì, aviene che sempre sia
stabilissima. Similmente, quanto al suo moto circa il centro, dove è il suo
oriente I, il mezzo giorno V, l'occidente K, il merinozio O; ciascuno di questi
punti circuisce per virtù di polso infinito; e però ciascuno di quelli insieme
insieme è partito ed è ritornato; per consequenza è fisso sempre, ed è dove era.
Tanto che, in conclusione, questi corpi essere mossi da virtù infinita è
medesimo che non esser mossi; perché movere in instante e non movere è tutto
medesimo ed uno. Rimane, dunque, l'altro principio attivo del moto, il quale è
dalla virtù intrinseca, e per conseguenza è in tempo e certa successione; e
questo moto è distinto dalla quiete. Ecco, dunque, come possiamo dire Dio
muovere il tutto; e come doviamo intendere, che dà il muoversi al tutto che si
75 \ ELP.\ Or che tanto alta ed efficacemente mi hai tolta e risoluta questa
difficoltà, io cedo a fatto al vostro giudizio, e spero oltre sempre da voi
ricevere simili resoluzioni; perché, benché in poco sin ora io v'abbia
pratticato e tentato, ho pur ricevuto e conceputo assai; e spero di gran
vantaggio più; perché, benché a pieno non vegga l'animo vostro, dal raggio che
diffonde scorgo che dentro si rinchiude o un sole oppure un luminar maggiore. E
da oggi in poi, non con speranza di superar la vostra sufficienza, ma con
dissegno di porgere occasione a vostre elucidazioni, ritornarò a proporvi, se vi
dignarete di farvi ritrovar per tanti giorni alla medesima ora in questo loco,
quanti bastaranno ad udir ed intender tanto che mi quiete a fatto la mente.
76 \ FIL.\ Cossì farò.
77 \ FRAC.\ Sarai gratissimo, e vi saremo attentissimi auditori.
78 \ BUR.\ Ed io, quantunque poco intendente, se non intenderò li sentimenti,
ascoltarò le paroli; se non ascoltarò le paroli, udirò la voce. Adio!