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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1327. Sonate campane1

 

Guarda, guarda chi è! La sora Teta!
Me penzavo c’avessivo2 trovati
qui da noi li scalini inzaponati,
pe ppiantacce3 accusí ccome la bbieta.

 

È vvero che l’anelli 4 ccascati,
ma ppuro sciarimaneno le deta.5
Eh, ccapisco: dall’A sse ssceggne6 ar Zeta.
Santi vecchi ddí7 ssanti scordati.

 

Oh cqui ssí8 cchi nun more s’arivede,9
o vviè er quarantasette10 prim’estratto.
Ma ssete11 propio voi? ce posso crede?

 

Sti poverocchi mii ppiú li spalanco
e ppiú mme pare un zoggno. Uhm, quest’è un fatto
da fàcce12 un zeggno cor carbone bbianco.13

 

28 giugno 1834

 




1 Espressione che si usa all’accadere di cose insperate.

2 Che aveste.

3 Per piantanci.

4 Sono.

5 Ma pure ci rimangono i diti. Modo familiare per dire che «malgrado checchessia nulladimeno si è sempre le stesse persone d’una volta».

6 Pronunziato colla prima e chiusa. Si discende.

7 Vuol dire: equivale a.

8 Oh qui davvero conviene il detto.

9 Si rivede.

10 Nel libro delle sorti pel giuoco del lotto, al 47 trovasi: Morto risuscitato.

11 Siete.

12 Farci.

13 Dicesi negli eventi straordinari e meravigliosi.

 

 






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