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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1458. Er Carciarolo

 

Ecco come se1 fa, mmastro Zabbajja,2
pe nnun sbajjasse uguale all’anno scorzo:3
voi ’ggni ggiorno seggnate in d’una tajja4
le some de la carcia5 che vve smorzo.

 

Poi ’ggniquarvorta6 ch’er padrone squajja7
in un’antra intaccatesce8 lo sborzo.
Ccusí, a striggne li conti nun ze sbajja.
Chi aripete, aripete: ecco er discorzo.

 

È una spesce9 de facche e tterefacche.10
Io tiengo la mi’ tajja, voi la vostra,
e a la fine se conteno l’intacche.

 

Nun parlo bbene? Oggnuno tiè la sua:
poi, quanno viè er padrone je se mostra
e arrestamo capasce11 tutt’e ddua.

 

24 gennaio 1835

 




1 Si.

2 Questo nome è famoso per averlo portato un artigiano, il quale senza altro soccorso che del suo ingegno portò la meccanica a sommo lustro: di che nel Vaticano restano superbe memorie.

3 Per non sbagliarsi come l’anno scorso.

4 Taglia o tacca: noto legnetto per servire di saldaconto agli idioti.

5 Calce.

6 Ogni qual volta.

7 Sborsa danari.

8 Intaccateci.

9 Specie.

10 Face et refac: modo proverbiale che si adopera nel senso di «render la pariglia».

11 Restiamo capacitati.

 

 






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