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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1459. La mojje invelenita

 

E mmó adesso in che ddà stantra1 scappata
de schiaffeggià cquer povero innoscente?
, nun è vvero, nun ha ffatto ggnente:
sete voi che pparete spiritata.

 

Ve lo dich’io ch’edè,2 ssora Nunziata.
Voi stasera ve passa pe la mente
quarche ggrilletto de svejjà la ggente
e ffalla corre3 cco la chiarata.

 

Sai che rraggione hai tu? c’a mmé mme4 piasce
da fa ppubbriscità mmeno che pposso
e vvive5 li mi’ ggiorni in zanta pasce.

 

Ché ssi nnò, vvoría datte6 un cazzottone,
bbellezza mia, da stritolatte7 l’osso
de quer brutto nasaccio a ppeperone.

 

24 gennaio 1835

 




1 Quest’altra.

2 Che è.

3 E farla correre.

4 A me mi. Queste due varietà di un medesimo pronome pronunciandosi dalla nostra plebe nello stesso modo, abbiamo adottato il sistema di accentuare il vocabolo allorché significa me, e lasciarlo semplice quando sta per mi. Così facciamo pel te e ti.

5 Vivere.

6 Ché se no (altrimenti), vorrei darti, ecc.

7 Stritolarti.

 

 






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