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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1619. Quer che cce cce 1

Sonetti 2

 

Eh ppovera siggnora, lei sce2 prova,
ma ar cassettino lui3 sce tiè4 l’abbiffa.
Dunque com’ha da fa? Ccerca e ssi5 ttrova
er pollastrello6 da er trucchio,7 aggriffa.8

 

Poi malappena ha quarche ccosa nova,
disce ar marito c’ha vvinto una riffa;
e llui, sce credi o nnò,9 sempre je10 ggiova
de l’indiano e ddingozzà la miffa.11

 

Ma ssai che ppasto-nobbile12 è l’amico!13
A llui jabbasta de nun spenne ggnente,14
e dder restante15 nun jimporta un fico.

 

Lo capissce lui puro16 ch’er zervente
vorà li su’ filetti17 all’uso antico;
ma, avènnoli18 anche lui, tasce e acconzente.

 

settembre 1835

 




1 Quel che ci vuole ci vuole.

2 Ci.

3 Lui, così assolutamente detto, vale: «il padrone».

4 Ci tiene.

5 Se.

6 «Un giovanetto di primo pelo», ovvero «un uom semplice».

7 Il truccio.

8 Aggriffare, o colpir di griffo è nel giuoco delle bocce il colpo dato alla palla contraria senza aver prima toccata la terra colla propria.

9 Ci creda o no.

10 Gli.

11 La menzogna.

12 Quale uomo scaltro.

13 È colui.

14 A lui basta il non ispender nulla.

15 E del resto.

16 Egli pure.

17 I suoi profitti.

18 Avendoli.

 

 






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