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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1629. Madama Lettizzia

 

Che ffa la madre de quer gran colosso
che ppotava il Re cco la serecchia?
Campa de cunzumè, nnun butta un grosso,
disce e nnepà,1 sputa e sse specchia.2

 

Sta ssopr’a un canapè, ppovera vecchia,
impresciuttita llí ppeggio d’un osso;
e ha ppiú ccarne sto gatto in d’un’orecchia
che ttutta quella che llei porta addosso.

 

A ccolori è er ritratto d’un cocommero
sano: un stinco je bbatte co un ginocchio;3
e ppe’ la vita è ddiventata un gnommero.4

 

Cala oggni ggiorno e vva sfumanno a occhio.
Semo all’Ammèn-gesú: ssemo a lo sgommero:5
semo all’ùrtimo conto cor facocchio.6

 

8 settembre 1835

 




1 Credono i popolani nostri che il no de’ Francesi sia nepà.

2 Si specchia. E realmente Mad. Letizia continuamente specchiavasi. Quanti motivi potevano trarla a quest’uso!

3 Dopo una caduta, rimase con una gamba rattratta.

4 Un gomitolo.

5 Siamo allo sgombro, siamo all’amen: è finita.

6 Pel cocchio che doveva funeralmente portarla al sepolcro.

 

 






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