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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1630. Li spaventi de la padrona

 

E jjerzera1 me diede un’antra stretta.2
Doppo accesi li lumi, a un quarto e mmanco,3
stavo in zala accusí ssur cassabbanco
sbavijjanno4 e bbattenno la scianchetta,5

 

quanno, che vvòi sentì!,6 de punt’in bianco7
quela testa de matta mmaledetta
me se8 mette a strillà da la toletta
c’uno scorpione je sbramava9 un fianco.

 

Curro de furia, spalanco la porta,
e ttrovo lei che sse vieniva meno10
sopr’a la cammeriera mezza morta.

 

Credi che ffussi11 uno scorpione? Eh ggiusto!
Era un pizzo d’un osso-de-bbaleno,12
che jjussciva cqui ggiú ffora der busto.

 

8 settembre 1835

 




1 E ieri a sera.

2 Un altro orgasmo.

3 A meno di un quarto d’ora di notte.

4 Sbadigliando.

5 Gambettando.

6 Che voi udire?

7 All’improvviso.

8 Mi si.

9 Le sbranava.

10 Si veniva meno: veniva meno.

11 Fosse.

12 L’estremità di un osso di balena.

 

 






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