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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1631. La cuggnata1 de Marco Spacca

 

Come disce er ronnò2 cco la catena?
Parto regginaddio sèntime Arbasce.
Accusí3  ddico a tté: ssèntime, Nena,4
sta tu’ sorella5 a mmé ppoco me piasce.

 

Io so6 un omo che ccerco la mi’ pasce7
ma un giorn’o llantro8 che mme pijja in vena,
me jattacco9 ar tiggnone,10 e ssò ccapasce11 d’ammaccajje er musaccio e ffà una sscena.

 

Fàmose a pparlà cchiaro. Er viscinato
ddí12 ssi13 cche ffioretto è stata lei,
ché er marito sc’è mmorto disperato.

 

Che tte viè14 a rriccontà? li su’ trofei?
Che vviè a ffà a ccasa mia, pe bbio salato?
A imbirbitte15 un po’ ppiú de quer che ssei?

 

9 settembre 1835

 




1 La cognata.

2 Il rondò.

3 Così.

4 Sentimi, odimi, Maddalena.

5 Questa tua sorella.

6 Io sono.

7 La mia pace.

8 O l’altro.

9 Me le attacco.

10 Il tignone è formato dalle trecce di capelli ravvolte dietro il capo.

11 E sono capace.

12 Può dire.

13 È un ripieno da non considerarsi.

14 Che ti viene.

15 A guastarti, a corromperti.

 

 






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