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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1662. Er pupo

 

Ajo,1 commare mia, ajo che ffiacca!2
Tenello3 tutto er zanto ggiorno in braccio!
Mai volé stà4 in ner crino!5 mai per laccio!6
Io nu ne posso ppiú: ssò ppropio stracca.

 

Lo vedete? adesso me s’attacca
e mme la tira inzin che nun è un straccio.
Uf, che vvita da cani! oh cche ffijjaccio!
Làssela, ciscio, via: fermo, ch’è ccacca.

 

Bbasta, Pietruccio mio, bbasta la sisa.7
Dajjela un po’ de pasce8 a mmamma tua...
Ecco er pianto. Che ggioia, eh sora Lisa?

 

Ssí, ssí, mmó jje menàmo ar caporèllo.9
Bbrutta sisaccia, c’ha ffatto la bbua
a li dentíni de Pietruccio bbello.10

 

20 settembre 1835

 




1 Ahi!

2 Quale fiacchezza!

3 Tenerlo.

4 Voler stare.

5 Crino è quel cesto a campana, entro cui si pongono i bambini, perché si addestrino a camminare di per se stessi, senza cadere.

6 Il laccio che loro si attacca dietro le spalle, onde sorreggerli nel camminare.

7 Poppa.

8 Dagliela un poco di pace.

9 Al capezzolo.

10 Così fin dai primi momenti della vita si principia ad educare i bambini alla vendetta delle reali offese e delle immaginarie, contro gli animati esseri e gl’inanimati.

 

 






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