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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1691. La luscerna

 

Rïecco1 er lume c’aripiaggne er morto!2
Eppuro3 è ojjo vecchio, è ojjo fino:
ce n’è ito un quartuccio da un carlino;
e da quannarde4 nun èsse5 scorto.6

 

Come diavolo mai! pare un distìno.
Uhm! sarà llaria ummida dell’orto;...
eh sse7 smorza sicuro: oh ddàjje8 torto:
nun vedete? È ffinito lo stuppino.9

 

Che ffijjaccia c’ho io! manco è ccapasce
d’aggiustà ddubboccajje!10 eh? sse ne ponno
sentí de peggio? Aló,11 cqua la bbammasce.12

 

E da stasera impoi, ggià vve l’ho ddetto,
vojjo un lume de ppiú ffin che sto ar monno,
e una torcia de meno ar cataletto.

 

ottobre 1835

 




1 Ecco nuovamente.

2 Che ripiange il morto: che langue.

3 Eppure.

4 Da quando arde.

5 Non può essere.

6 Scorto, pronunciato con entrambi gli o chiusi, vale: «finito, consumato».

7 Si.

8 Dàgli.

9 Stoppino, lucignolo.

10 Due bocchetti.

11 Animo, presto, andiamo. È l’allons dei Francesi

12 Qua a me la bambagia.

 

 






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