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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1796. L’editto su le feste

 

Ecco: a ppunta de ggiorno, sor Mattia,
ve piantate a la bbéttola: sce1 state
fin che sse2 chiude a ssedisci sonate;
e a ssedisci ve s’opre l’osteria.

 

3 a vventi in punto l’osterie serrate?4
E a vventora sc’è ggià la trattoria.
Ariusscite de cqui a la vemmaria?5
E ggià cquelantre dua 6 spalancate.

 

E mmica lo dich’io: parla l’editto.
Leggetelo, e vvedete, avenno7 testa
si8 cc’è rraggione de stà9 ttanto affritto.10

 

Inzomma cqua la concrusione è cquesta,
che in parole latine sce sta scritto:
Vennero l’osti a ccojjonà la festa.11

 

27 febbraio 1836

 




1 Ci.

2 Si.

3 Sono.

4 L’orario indicato in questi versi è riferito al punto del mezzodí italiano, che intorno alla data della pubblicazione dell’editto (18 febbraio) cadeva sulle ore 18. Quindi le 16 ore e le 20 ore, vogliono rappresentare le 10 antimeridiane e le 2 antimeridiane, espresse nell’editto per due ore avanti il mezzodí per due ore dopo, onde dare una norma fissa ad un popolo ignaro dell’orologio astronomico. Quindi per gli altri tempi dell’anno si dovrà qui sostituire un altro computo d’ore romane colla stessa scala di relazione al mezzodí.

5 All’ave-maria.

6 Quelle altre due sono.

7 Avendo.

8 Se.

9 Di stare.

10 Afflitto.

11 Fra le citazioni bibliche del nostro editto si legge questa dei Treni di Geremia, i, c, 7: Venerunt hostes ejus, et deriserunt Sabbatha ejus.

 

 






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