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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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49. L’oste a ssufijja

 

Povera ggente! Uhm! ponno chiude1 casa,
si2 ssopra scià3 cantato la sciovetta:4
se5 ponno aspettà ppuro6 una saetta,
come si ffussi7 un osso de scerasa.8

 

Nun lo vedi quer cane com’annasa?
Che seggn’è? la commare9 che ttaspetta.
E nnun 10 cciarle: che ggià gglieri11 a Bbetta12
j’ha sparato13 la frebbe,14 e jj’è arimasa.15

 

Eh ssi a mmettese16 addosso a ’na famijja
viè la sciangherangà,17 bz,18 bbona notte:
sce fioccheno19 li guai co la mantijja.20

 

Mo vva a mmale un barile, oggi una bbotte,
domani la cantina; e vvia via, fijja,
pe sta strada che cqui tte va’ a ffà fotte.21

 

10 settembre 1830 - Der medemo

 

 




1 Chiudere.

2 Se.

3 Ci ha.

4 Civetta.

5 Si.

6 Pure.

7 Se fosse.

8 Di ciliegia.

9 La morte.

10 Non sono.

11 Ieri.

12 A Elisabetta.

13 L’è scoppiata.

14 Febbre.

15 L’è rimasta, le dura.

16 A mettersi.

17 Viene la sventura.

18 Il suono di un bacio che i Romaneschi si danno sull’estremità de’ cinque diti raccolti insieme, per esprimere non esserci più rimedio.

19 Ci fioccano.

20 Guai solenni.

21 Ti vai a far fottere, vai in rovina.

 

 






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