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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1817. Ar zor dottor Maggiorani

 

Sapenno ch’io so llegge,1 er mi’ padrone
m’ha mmesso in mano sto cartolaretto,2
m’ha arigalato un grosso, eppoi m’ha ddetto
che vve venissi a llegge sto sermone.

 

Ma llui ha ppreso un cazzo pe un fischietto,
perch’io, sor Carlo mio, nun 3 un cojjone.
Io j’ho ddato un’occhiata in ner portone,
e ho ffatto4 tra de : cquesto è un zonetto.

 

Nun c’è cche ddí, cquest’è un zonetto longo,
e nnò un zermone,5 perché in cima a quello
ce 6 er testo latino cor ditongo.

 

Bbasta inzomma, o ssonetto o rritornello,
io, sor dottore mio, me caccio er fongo7
e, ssia quer che sse8 sia, ve lo spiattello.

 

24 marzo 1836

 




1 Sapendo che io so leggere.

2 Allude al sermone intitolato La casa nuova, scritto in occasione che il Maggiorani mutò abitazione.

3 Non sono.

4 Ho detto.

5 Sermone non è altro pel nostro popolo fuorché il panegirico pel Gesù Bambino in Natale. Tutti poi i componimenti poetici sono sonetti.

6 Ci vuole.

7 Mi cavo il cappello.

8 Si.

 

 






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