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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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1915. Er padrone bbonanima

 

È ito in paradiso. Morze1 jjeri,
povero galantomo, in d’un assarto
d’àsima2 a ttredisciora3 men’un quarto
quann’io stavo ssciacquanno li bbicchieri.

 

Tutto pe ccausa de stinfame apparto
de li letti da 4 a li granattieri.
Eh, sposa5 mia, 6 stati li penzieri,
che ffanno peggio de mazzola e squarto.

 

Nun c’è rrimedio,7 lui, fin dar momento
che pprincipiò a rrimette8 de saccoccia
parze9 un pezzo de lardo a ffoco lento.

 

S’era arrivato a strugge10 a ggoccia a ggoccia
che in ne li panni sce bballava drento
come una nosce11 secca in ne la coccia.12

 

4 marzo 1837

 




1 Morì.

2 D’asma.

3 A tredici ore.

4 Da dare.

5 Pronunziata colla o chiusa.

6 Sono.

7 Non v’è replica: è certo.

8 A rimettere.

9 Parve.

10 Struggere.

11 Noce.

12 Nel guscio.

 

 






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