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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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58. A le spalle de Zaccaria1a

 

Ma Cristo pe le case!1 è ccosa buffa
che sto fio2 fatto a sconto de piggione,
o de riffe o de raffe,3 inzino a mmone,4
abbi vorzuto5 maggnà er pane auffa.6

 

Assòrtalo7 da mettese8 a ppadrone;
díjje de lavorà: jje sa de muffa.9
Quanno nun gnene10 dai, campa de truffa.
Cqua un prospero,11 cquì un giulio, e llà un testone.

 

Pe mmé jje l’ho avvisato a mmisorella
ch’er fijjo suo lo vedo e nnu lo vedo:12
che jje metteno in mano le bbudella.13

 

O vvô annà in domopietro?14 je lo scedo;15
me ne lavo le mano in catinella,
com’e Pponzio Pilato immezzo ar Credo.

 

Roma, 14 settembre 1830 - De Pepper tosto

 

 




1a È detto popolare che la Beata Vergine sgravida passò tre mesi in casa di S. Elisabetta, mangiando e bevendo alle spalle di Zaccaria.

1 Semplice esclamazione, come dicesse: Ma cristo!.

2 Questo figlio.

3 O in un modo o in un altro.

4 Sino a mo: finora.

5 Abbia voluto.

6 Gratis. Vedi la nota del sonetto

7 Esortarlo.

8 Di mettersi.

9 Gli sa ingrato.

10 Non glie ne.

11 Un papetto, v. nota del sonetto

12 Sta in gran pericolo.

13 Lo sventrano.

14 O vuole andare in domo-petri: in prigione.

15 Vada pure, faccia il suo piacere.

 

 






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