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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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65. Er pizzico

 

La sera che dall’oste ar mascherone,1


pe ddà un pizzico in culo a Ccrementina,
annai ’n zedia papale2 in quarantina
a lo spedàr de la Conzòlazzione:3

 

er zor Stramonni4 che mme visitòne5
quelli dusgraffi dereto a la schina,6
fesce:7 «Accidenti!, cqua se va in cantina:8
dev’esse stato un stocco bbuggiarone».

 

Po’ abboccasotto stesome in zur letto,
cominciò un buscio a frigge: e attura, e attura,
ah, sfiatava peddío come un zoffietto!

 

Inzomma in ner frattempo de la cura
nun poteva stà acceso er moccoletto!
Eppuro eccheme cquà; ggnente paura.

 

Terni, 30 settembre 1830 - De Pepper tosto

 

 




1 Luogo di Roma.

2 Andare, ecc.: essere condotto assiso sulle mani intrecciate di due persone.

3 Ospedale presso il Foro Romano.

4 Il chirurgo Trasmondi.

5 Visitò. Raramente però i Romaneschi aggiungono questa sillaba alle parole accentuate, quando non terminino un periodo e facciano punto.

6 Schiena.

7 Disse.

8 È profondo.

 

 






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