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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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87. Er contratempo

 

Ecco cqui er bene come incominciò
co la cuggnata de Chicchirichí.
Fascemio a ggatta-sceca cor zizzi,1


a ccasa de la sgrinfia de Ciosciò.

 

Toccava er giro a llei: me s’appoggiò
co cquer tibbi de culo a ssede cqui.
Nun zervantro: de sbarzo se svejjò
mi’ fratelluccio che stava a ddormí.

 

Sentenno quer lavoro sott’a ssé,
lei s’intese le carne a ffriccicà,
e arzò la testa pe ffà un po’ ccescé.2

 

Io me diede a ccapí cch’ero io llà:
allora, a cquer c’ha cconfessato a me,
lei fesce3 in core: «Je la vojjo ».

 

11 ottobre 1830

 

 




1 Giuoco di compagnia. Una persona bendata va in giro assidendosi, or qua or , sulle ginocchia di questo o di quello. Profferisce col solo sibilo dei denti quelle due sillabe zizi, e ad una eguale risposta di colui o di colei su cui siede, deve indovinare chi sia. Se indovina, passa la sua benda a chi si fece conoscere, altrimenti segue il suo giro.

2 Far cecé: traguardare da uno spiraglio.

3 Disse.

 

 






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