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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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115. Er partito bbono

 

E crederessi tu Sartalaquajja
a stelocanna1 come Felisce?
Tratanto l’arimistica,2 e ffa e ddisce,3
che ccarza e vveste, magna e bbeve, e scuajja.4

 

Lui strilla gnao,5 lui dorce la fusajja,6
venne er regolo,7 bbono pe l’alisce;
raschia li muri, allustra la vernisce,
va a ppesà er fieno e a ccarreggià la pajja.

 

Uno che nun avessi artepparte,8
appettattelo9 un’antra, Artomira,10
che nun viè ffinta a rrivortà le carte.

 

Dice er proverbio che chi ammira attira;11 e un omo, fijja, che ssa ffà ttantarte,
avé in culo ggirone e cchi lo ggira.12

 

Morrovalle, 25 settembre 1831 - D’er medemo

 

 




1 L’est-locanda è un cartello scritto anche oggidì in carattere gotico, che si appone alle porte delle case da appigionarsi. Qui è metafora di «vacuità di borsa; povertà».

2 Procaccia con industria.

3 E tanto fa e dice, ecc.

4 Spende senza economia.

5 Grido de’ venditori di carne di carogne pegatti.

6 Grido di venditori de’ lupini.

7 Nome romano di un’erba che condisce bene le alici salate.

8 Non sapesse e non possedesse.

9 Appettare: porre in avanti con audacia.

10 Altomira.

11 Chi mira, tira. Metafora presa dalla venatoria.

12 Checchessia e chicchessia.

 

 






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