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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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121. La lettra de la Commare

 

Cara Commare. Piazza Montanara,1a
oggi li disciannove der currente.
Ve manno a scrive che sta facciamara
de vostra fijja pijjà1 un pezzente.

 

Poi ve faccio sapé che la taccara
morse, in zalute nostra, d’accidente:
e l’arisposta a pregavve cara -
mente a dàlla alla torre2 der presente.

 

Un passo addietro.3 Cquà la capicciola
curre auffa,4 mannandove un zaluto
pe pparte d’Antognuccio e Lusciola.

 

Me scordavo de divve, si ha ppiovuto
che sta lettra nun passà la mola,
come, piascenno a Dio, ve dirà el muto.

 

Titta nun ha possuto;
e con un caro abbraccio resto cquane
vostra Commare Prascita Dercane.5

 

A l’obbrigate mane
de la Signiora Carmina Bberprato,
Roccacannuccia, in casa der curato.

 

Morrovalle, 26 settembre 1831 - Der medemo

 

 




1a In Piazza Montanara, presso l’antico Teatro di Marcello, siedono alcuni scrivani o segretari in servizio de’ villani dello Stato, che ivi si radunano, particolarmente le feste, per aspettare occasioni di vendere la loro opera pelavori delle campagne romane; questi segretari hanno certa tassa per le varie lunghezze di lettere, le più preziose delle quali sono le dipinte a cuori trafitti, sanguinolenti e infiammati.

1 Sposare.

2 Al latore.

3 Frase usata spessissimo dagli indòtti, i quali nel discorso hanno obliata qualche circostanza.

4 La bavella va a vil prezzo. Sull’auffa, a ufo, vedi il sonetto

5 Placida del cane.

 

 






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