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Giuseppe Gioachino Belli
Sonetti romaneschi

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3. A la sora Teta che pijja marito

Sonetto1

Questo e il seguente sonetto furono da me spediti a Milano al sig. Giacomo Moraglia mio amico il 29 dicembre 1827, onde da lui si leggessero per ischerzo nelle nozze del comune amico signor G. Longhi con la signora Teresa Turpini, cognata del Moraglia.

 

Coll’occasione, sora Teta mia,
d’arillegramme che ve fate sposa,
drento a un’orecchia v’ho da una cosa
perregalo de pasqua bbefania.

 

Nun ve fate pijjà la malatia
come sarebbe a d’esse gelosa,
penun come Checca la tignosa
che li pormoni s’è sputata via.

 

Ma si piuttosto ar vostro Longarello
volete passà quarche morbino
e vedello accuccià come un agnello;

 

dateje una zeccata e un zuccherino;
e dorce dorce, e ber bello ber bello,
lo farete ballà sopra un cudrino.

 

dicembre 1827

 

 




1 Questo e il seguente sonetto furono da me spediti a Milano al signor Giacomo Moraglia mio amico il 29 dicembre 1827, onde da lui si leggessero per ischerzo nelle nozze del comune amico signor G. Longhi con la signora Teresa Turpini, cognata del Moraglia.

 

 






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